- vittorio baccelli - i racconti -

- la storia è vera ed è stata raccontata in modi diversi - talvolta la memoria fa giochi strani - la prima volta  fu raccontata  su "la rivolta degli straccioni" - assuero morirà di aids - questo racconto è stato stampato dalle edizioni OLFA di ferrara - fa parte delle "storie di fine millennio" -

vittorio baccelli

 

IL RACCONTO DELL’AMICO DI ASSUERO

Assuero era ospite in quella clinica in mezzo al verde perché in quegli anni settanta, a giro per il mondo, aveva veramente abusato d’ogni tipo di droga.

Sulle orme di Castaneda era anche approdato a Sonora per scecherarsi un intruglio a base di peiote che avrebbe dovuto sortire effetti telepatici.

Al suo ritorno Assuero aveva un forte bisogno di ritrovare il suo io dissociato e così era approdato a quella clinica psichiatrica in mezzo al verde, una vera oasi di tranquillità.

Strinse amicizia con un giovane milanese, ospite pure lui dopo una brutta storia subita.

L’amico di Assuero aveva trovato in quell’area protetta un’oasi di pace e di tranquillità, ma aveva il terrore di ritornare nel mondo esterno.

Una sera raccontò cosa gli era accaduto.

Alcuni anni prima stava transitando con la sua auto in direzione di Arni per motivi di lavoro.

Pioveva ed una leggera nebbia era scesa sulla provinciale, quando scorse a lato della strada due giovani donne che gli fecero cenno di fermarsi.

L’amico di Assuero vedendole fradice di pioggia si arrestò e le fece salire in auto.

Gli dissero che stavano tornando a casa a piedi, quando la pioggia le aveva sorprese per strada.

 Erano madre e figlia, entrambe molto belle.

La loro casa si trovava poco prima del paese e convinsero l’amico di Assuero ad entrare per prendere un tè.

Non si fece certo pregare, tra l’altro si sentiva molto attratto dalla figlia.

Una volta giunti a casa le due donne si cambiarono d’abito e civettando  con l’ospite accesero un bel fuoco nel camino del salotto e prepararono il tè.

Uno scherzo tira l’altro, complice l’intimità del caminetto, il tamburellare della pioggia, il caldo benessere del tè, il piacevole gusto del tabacco, il nostro si ritrovò a baciare la figlia davanti alla madre sorridente.

Fu a quel punto che la teiera si rovesciò macchiando la tovaglia sottostante, ma alla cosa fu data scarsa importanza e la serata procedette nel migliore dei modi.

Era  l’alba quando l’amico di Assuero si congedò dalle due donne, abbracci, baci di saluto e la promessa che il mese successivo sarebbe tornato a trovarle rimanendo ospite per qualche giorno da loro.

Ma la ditta per cui lavorava il mese successivo lo fece partire per l’Africa a visionare alcuni macchinari che non funzionavano come avrebbero dovuto.

Fu così che solo tre mesi dopo il nostro riuscì ad ottenere alcuni giorni di ferie ed acquistati alcuni piccoli ma sexy regali per le due donne, partì con la sua auto in direzione di Arni.

Quando, dopo alcune ore di guida, giunse davanti alla casa rimase sconcertato: sembrava abbandonata da tempo, porte e finestre sbarrate, il giardino invaso da erbacce.

Perplesso si recò nel vicino paese per chiedere informazioni.

Entrò nell’unico bar e quando chiese dove si fossero trasferite madre e figlia  che abitavano nella casa sulla strada, quella prima di entrare in Arni, tutti lo fissarono senza dire niente.

Poi il barista lo prese da parte e gli raccontò che erano purtroppo morte da quasi due anni, investite sulla provinciale da un’auto pirata in una notte di nebbia e di pioggia.

Fu allora che l’amico di Assuero dopo essersi ripreso dallo stupore, raccontò cosa gli era successo tre mesi prima ed alla fine del racconto tutti lo guardarono sconcertati poiché il luogo dove aveva raccolto le due donne era quello dell’incidente e perché la descrizione di loro e quella della casa erano rispondenti alla realtà

Il barista disse – ho le chiavi dell’abitazione e da quel giorno non ho avuto il coraggio di metterci piede, vogliamo andare insieme a darci un’occhiata? –

L’amico di Assuero acconsentì e col barista entrò nella casa: nel camino i resti di un vecchio fuoco, in camera su una sedia gli abiti che le due donne si erano tolti perché fradici, sul tavolo del salotto la tovaglia con la macchia lasciata dal tè versato, nell’acquaio tre tazze da tè sporche e una teiera.

E su una sedia il suo accendino Dupont d’argento, quell’accendino che tre mesi prima aveva perso senza mai ricordarsi dove e che aveva cercato ovunque.