DAEMON

[pixel ed altri deliri]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vittorio baccelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.pixel

2.nera conchiglia

3.la cupola

4.attendere prego

5.scorrimento lento

6.blood

7.estremamente tua

8.il mastio dei deliri

9.la lamia

10.una scultura di gran pregio

11. leone leone non ci sto più con la testa

12. l’altro giorno

13. notte d’estate

14. express tramway

15. precipitando

16. l’isola dell’albergo imperiale

17. lo stretto indispensabile in una domenica d’agosto

18. 11 settembre 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIXEL

 

dal fiore giapponese alla coscia di rana

galvanizzata, bisognerà dormire a lungo

prima d’accorgersi del cambiamento.

(Breton – Eluard)

 

L’annuncio in rete è particolarmente esplicito "occhi verdi, rossa, giovane, bella e disponibile".

Digito la richiesta d’immagine e giungono alcuni particolari graziosamente invitanti, chiedo allora l’indirizzo e l’ho subito assieme ad un numero di cellulare.

Ma il nome della strada mi dice poco o niente, chissà perché non riesco mai a memorizzare le strade della mia città?

Mi collego al sito delle mappe, clicco l’indirizzo e dopo qualche avvicinamento, m’è subito chiara l’ubicazione di quella strada fuori del centro cittadino.

Il giorno successivo, nel primo pomeriggio, mi reco all’indirizzo lungo una via di periferia che costeggia il vecchio tracciato ferroviario.

Fermo il modulo nel parcheggio del fabbricato – un fatiscente esempio d’edilizia popolare del XX secolo – e chiamo col cellulare.

- Ho visto l’annuncio.

- Dove sei?

- Proprio sotto casa tua.

- Sali allora.

- Ma non so quale campanello suonare.

- C’è scritto Raoul.

- OK! Arrivo.

Adesso so qual è il campanello giusto, suono, il portone s’apre ed inizio a salire le buie scale.

…ti piace il sesso a pagamento, brutto porco…

Cazzo, ricomincio anche a sentire le voci, eppure è già un bel po’ che non mi faccio, ma ci penserà il mio strizzacervelli a chetarle del tutto.

Arrivo sulla porta e lei, rossa di capelli mi aspetta lì impalata al secondo piano avvolta in una vestaglia…..ma quale vestaglia, è un accappatoio rosa.

Sarà uscita ora dal bagno?

ma quale bagno, ‘sta troia se ne fa uno dietro l’altro e figurati se ha tempo per fare il bagno…

Entro in un piccolo appartamento in penombra; camera con luci soffuse rosse.

Mentre si sfila l’accappatoio ed inizio a spogliarmi la mente mi fa strani giochi e vaga su una lettera inviata alla rivista "Penthouse" nel novembre del ’72 da un lettore.

E’ la lettera–citazione con la quale s’apre il romanzo "dr.Adder" quello che nessuna casa editrice voleva pubblicare.

porco e fuso, fuso e porco…

"Anch’io sono favorevole a che la vostra rivista ospiti immagini di donne mutilate. Le donne con un braccio solo e soprattutto quelle con una sola gamba offrono un’eccitazione unica, e un servizio fotografico con belle ragazze mutilate sicuramente sarebbe gradito ai lettori"

Cazzo ma che mi viene in mente? Rimugino mentre sono alle prese coi lacci delle scarpe che non ci pensano neppure di farsi sciogliere.

dovevi venire con una motosega se sono questi i tuoi gusti attuali…

Scaccio l’intruso pensiero dalla mente, quest’alter ego, o fondo-voce da ex tossico m’ha proprio rotto i coglioni, io sì che ora m’amputo questa parte di cervello.

Con la mano scaccio virtuali moscerini ed anche folli idee, lei intanto s’è già spogliata ed è seduta sul letto ad aspettarmi.

Finalmente mi libero dalle scarpe e finisco di svestirmi mentre l’osservo nella penombra rossa che sembra farsi di sostanza densa, c’è anche una musichetta in sottofondo che prima non avevo notato.

Sono nudo accanto a lei quando mi sembra che la sua gamba sinistra sia ora amputata e sul moncherino della coscia, attraverso l’aria che s’è fatta sempre più nebbiosa, quasi densa, scorgo un tatuaggio:

Ma non è la testa di un serpente fatta con penne a sfera e spille come quello delle puttane del dr.Adder; rappresenta una formica, perché una formichina?…

sei fuso, andato completamente, dai tira fuori la motosega e poi con la biro e le spille falle il lavoretto…e poi guarda che non è mica una formica….

E’ una formica, ed è ben fatta, è un lavoro professionale e non casereccio; osservo più attentamente il tatuaggio che si trova sul moncherino e mi accorgo che adesso è anche su una sua spalla.

Lei intanto completamente ignara dei miei voli, ha iniziato a succhiarmelo professionalmente e prima o durante, borbotta qualcosa sul fatto che il sole se ne è nuovamente andato.

come te, bello mio…

Si lamenta del sole partito, ma qui è quasi buio, che cazzo se ne fa del sole questa qui.

Intanto le sue carni mi sembrano avvizzite, ma poi tutto torna normale, anche il moncherino più non c’è ed al suo posto trovo una giovane flessuosa gamba, integra come l’altra.

Mi sdraio del tutto sul letto e mi lascio fare.

- Ci connettiamo con l’induttore o lo facciamo al naturale?

- Al naturale, ne ho piene le palle dei marchingegni virtuali.

- Come preferisci.

- Ma come ti chiami?

- Tatiana.

E mi suona falso, mi sto chiedendo se non sia Giuliana, una battona che ho sbattuto qualche volta anni addietro.

Tatiana un cazzo! ti sei accorto anche tu, vero, chi è?

Che palle le voci! Ma una volta non le sentivano solo i santi? Comunque questa è Giuliana, e ora glielo chiedo…

E s’è amputata per più piacere, il tatuaggio però non torna, non è quello giusto, avrebbe dovuto essere una testa di serpente e fatto a mano con penna biro e spilli.

Le lascio un centone sul letto, perché mi sembra che abbia finito.

- Fermo! Che fai?

- ………..

- Non si mettono i soldi sul letto!

- Per l’igiene?

- No cretino! Portano sfiga.

- Non lo sapevo, non succederà più.

E velocemente riprendo il centone e lo poso sul comodino.

Lei parla, parla, ma non la seguo, voglio chiederle se è Giuliana, ma non mi riesce, e dopo mi accorgo che neppure mi frega e mi ritrovo vestito di tutto punto fuori sul pianerottolo con la porta che si chiude mentre lei mi da un bacio sulla guancia e:

- Torna presto, amore.

Secondo me è Giuliana, scendo le scale, risalgo sul modulo, sono seduto davanti alla consolle pronto per partire, ma ho un presentimento: mi sbottono in fretta i pantaloni e guardo la mia coscia sinistra.

Lo sapevo! C’è tatuata una…. (formica?)

Mi rimetto a posto i pantaloni e scendo dal modulo, vado verso il portone, voglio risalire ed avere spiegazioni.

Ma il portone non è lo stesso e la fila dei campanelli è diversa e con nomi sconosciuti, la maggior parte dei quali sono scritti in arabo, solo il numero civico è quello giusto.

"Brutta troia amputata e anche araba" mormoro tra me e me mentre metto in moto.

….la prossima volta, dammi retta torna con la motosega…

Mi sa che darò retta all’alter ego, la prossima volta.

….e falle il lavoretto…

Mi ritrovo pure un tatoo, ma è una formica?

Formica, non formica, so un cazzo, comunque sempre uno schifosissimo insetto è.

 

 

 

 

NERA CONCHIGLIA

 

E’ una perla nascosta in una conchiglia

Nera come l’ambra nera

Una perla per cui l’uomo si tuffa

E resta imprigionato negli abissi

(Ibn’Arabi)

 

- Via! Via! Tutti di corsa nel modulo, andiamo all’Iper, è il giorno di devozione coatta, andiamo!

E’ d’obbligo, ma è anche una gioia, ci stipiamo tutti nel modulo familiare, quello che adopero quando tutta la tribù si sposta, cane da settanta chili compreso.

Sì, un meticcio: padre pastore maremmano e madre pastore dei Pirenei, ma nonostante le parentele, lui le pecore, le rare volte che l’ha incontrate, le ignora, come se non esistessero.

La stazza, quella sì che l’ha ereditata geneticamente: l’ho già detto siamo sui settanta chili.

Una belva di color nocciola chiaro, con sfumature rosa quando il sole lo centra.

Tutti di corsa dentro il modulo, dunque che a pieno carico schizza via con un sordo ronzio appena udibile nel fracasso dei passeggeri, dei file musicali scaricati a pieno volume…..

Sopra l’Iper il modulo si ferma, ondeggia incerto nella scelta del posto per l’atterraggio-parcheggio, poi punta decisamente e scende, noi schizziamo tutti fuori con l’unica eccezione del cagnone che all’interno rassegnato s’accuccia sui sedili, guarda fuori con lo sguardo mesto da cane bastonato, ma finalmente ha capito quando deve rimanere nel modulo e limitarsi a fare da antifurto.

I ragazzi intanto sono letteralmente balzati via dal piazzale e si sono messi in processione con altri loro coetanei pronti a salire sui tapis roulant che li porteranno all’interno nelle aree tatoo e tribali a loro destinate.

Stanno intanto salmodiando:

t’adoriam merce divina

t’adoriam merce d’amor

Salgo intanto lentamente dalla rampa principale d’accesso, quella degli uomini adulti, ho perso di vista la mia compagna, che dopo essersi devozionalmente coperta i capelli con un foulard di seta s’è sicuramente incolonnata con le altre donne maritate in attesa.

Entro e gironzolo nell’immenso Iper-santuario, lo ammiro nella sua architettura neo postmoderna d’ispirazione gotica, con il cemento armato che sapientemente s’intreccia ai marmi più preziosi.

Giro nel reparto schermi ed oggetti al plasma e sono circondato dai nuovi giochi olografici, quelli di gran moda, a definizione densa.

Una ballerina del ventre nuda sotto due o tre straccetti di seta colorati e svolazzanti, mi danza attorno canticchiando sensualmente:

comprami amore mio

sarò tutta tua amore mio

potrai farmi come vorrai amore mio

Le volute di fumo degli incensi stanno intanto invadendo l’ala dell’Iper ove ora mi trovo, scorgo delle anguste scale, che mai avevano colto la mia attenzione, sarà forse un nuovo reparto?

Il canto corale adesso è al culmine, siamo vicini al momento della estrazione, quando il capo-commesso estrarrà dal computer il nome d’uno dei presenti che vincerà una gran quantità d’omaggi, di buoni sconto e di gadget dell’Iper.

hare compro hare compro

compro compro hare hare

hare acquisto hare acquisto

acquisto acquisto hare hare

Salmi, musica rock, incenso, vapori di droghe…sono quasi in cima alla scala ed ora davanti a me c’è una porta di cristallo nera con una scritta grigioperla metallizzata: "entrata libera".

Entro in una stanza di un color indefinito ma metallico, nel mezzo vi sono nere teche chiuse, sopra di loro appaiono le immagini olografiche dei loro contenuti: cuori, polmoni, fegati, intestini, mani ed altri innumerevoli pezzi umani.

E’ il reparto dei ricambi, qui non c’ero mai stato e lo guardo con attenzione.

S’avvicina un commesso in alto di grado, indossa infatti una stola dorata.

- Serve qualcosa?

- No grazie, stavo solo curiosando.

- Abbiamo anche organi sintetici, migliori assai degli originali ed a prezzi imbattibili.

- No, per ora ho sempre tutto in buon ordine, grazie.

- Le faccio lo stesso vedere: oggi abbiamo opportunità incredibili.

- Va bene, non sono venuto però per comprare.

- C’è poi l’offerta della settimana. Veramente da non perdere: le forniamo un corpo interamente sintetico, e le diamo pure una rendita mensile, vitalizia, di 1.000 crediti. Roba da non crederci, vero?

- Mi faccia capire, io vi lascio tutti gli organi miei, vecchi e un po’ consumati, e voi mi mettete tutto nuovo, e mi date anche una rendita. Dov’è l’imbroglio?

- Nessun imbroglio, molti vogliono solo pezzi di ricambio umani, anche se sono peggiori assai di quelli sintetici. E così dalla permuta sia noi che lei ci guadagniamo alla grande.

- Vorrei prima pensarci sopra.

- Ci pensi su quanto le pare, ora lei sa dov’è il reparto, inoltre mi trova qui tutte le mattine.

- E per la sostituzione, quanto tempo ci vuole?

- E’ un procedimento standard ambulatoriale, meno di tre ore e non c’è convalescenza: lei se ne torna a casa subito dopo con le sue nuove gambe!

- Mi sa che ci rivedremo presto.

- Quando crede, come lei vuole.

Lo saluto e ridiscendo le scale, l’idea mi piace, tra l’altro il mio corpo sembra sano, ma con tutte le droghe che ho preso….

I polmoni, poi….è vent’anni che fumo un paio di pacchetti al giorno. 40 sigarette al giorno, sono 400 ogni dieci giorni, arrotondando 1.200 al mese, siamo sulle 15.000 all’anno, 150.000 in dieci anni: cazzo! ho fumato all’incirca 300.000 sigarette nella mia vita!

Ci penso oggi e domani….certo che 1.000 al mese sono di più di quello che guadagno ora in ufficio. Potrei sommarli allo stipendio e fanno 1.800 il mese, oppure smettere del tutto di lavorare e dedicarmi ai cazzi miei.

Scendo negli ampi saloni del piano terra circondato da milioni d’oggetti in vendita e vado nel reparto "inutilità totali" ove sono esposte cose assolutamente inservibili, e più sono inutili più sono rare e ricercate.

        evviva la merce        

la merce evviva

evviva la merce

e chi la inventò

Voglio riflettere, aspetterò gli altri nel modulo, m’avvio attraverso il comparto liquori, con i suoi milioni di bottiglie accatastate, poi quasi di corsa taglio lo scaffale dell’eros zeppo dei soliti aggeggi a vibrazione o a stimolo elettronico. Sono d’ogni forma e dimensione, qui i costruttori si sbizzarriscono sempre a trovare nuovi aspetti e grandezze. Sfuggo per un pelo alle commesse nude che vogliono che tu provi gli oggetti, o almeno loro, basta che tu compri qualcosa.

Arrivo infine al piazzale e poi dentro il modulo, chiudo la porta ed il cagnone con la lingua sgocciolante m’accoglie guardandomi affettuosamente.

Penso sempre più insistentemente alle possibilità che mi si aprono con un corpo totalmente nuovo….torna vociante il resto della famiglia e stanno tutti cicaleggiando sulle novità, si mostrano a vicenda le inutilità acquistate, la mia compagna mi fa vedere giubilante due confezioni di droghe formato famiglia che erano in offerta speciale, prendi due paghi uno.

C’è pure un omaggio svolazzante dentro l’abitacolo

e poi è ricominciata anche la musica rock. Uno dei ragazzi m’infila in mano la scatola in cui era rinchiusa la farfalla omaggio, prima d’accartocciarla e gettarla via dal finestrino ci leggo sopra: "quello che il bruca chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla".

Il ritorno è senza storia, il modulo pensa lui alla guida, io sono immerso nei miei pensieri, a valutare i pro (tanti) ed i contro (non me ne viene in mente nessuno) della sostituzione.

…e soprattutto niente più lavoro…e sono giunto a casa, senza attenzione butto giù un paio di schifezze energetiche acquistate all’Iper, mi chiudo a riflettere in camera, metto in sottofondo vecchia musica classica, mi accorgo che la farfalla olografica mi ha seguito e sbatte le ali soddisfatta per la camera.

Con l’oloproiettore denso materializzo tre prostitute minorenni orientali che iniziano subito a fare il loro lavoro, mentre me ne sto buttato sul letto a riflettere, stimolato da qualche tirata di neococa, ed a farmi fare.

Al mattino comunico a tutti che ho un forte mal di testa e non andrò al lavoro: gli altri partono chi verso l’ufficio, chi verso la scuola, resto solo col cagnone e la farfalla che non ne vuol sapere di lasciarmi un minuto.

Carico il cagnone sul modulo, ovviamente entra anche la farfalla e m’indirizzo all’Iper.

Atterrato nel piazzale, entro, attraverso il salone centrale, salgo spedito e arrivo alla rivendita degli organi.

Il solito commesso mi sorride.

- Buongiorno, allora si è deciso?

- Sì.

- Mi occorre solo un suo documento d’identità.

- Eccolo.

Porgo la mia carta ed il commesso l’infila per un attimo in una fessura, poi me la restituisce.

- Lei è molto fortunato.

- Dice?

- Sì, oggi c’è una promozione speciale. Per coloro che optano per una sostituzione integrale, la rendita vitalizia viene portata a 1.500 il mese, ma solo per oggi.

- Meglio così, tanto ero già deciso, si può cominciare anche subito.

- Allora venga con me in ambulatorio, che l’accontento immediatamente.

Apre una porta che era nascosta nella parete da un ologramma di fondali marini e la stanza che mi trovo davanti è simile ad un gabinetto dentistico, con una gigantesca poltrona circondata da protesi incomprensibili piazzata proprio nel mezzo alla stanza.

- Si metta comodo sulla poltrona.

- Sembra quella del mio dentista

- E’ vero, l’ho sempre pensato anch’io.

Mi ci siedo, è morbida, sembra di pelle, è anatomica ed aderisce perfettamente al mio corpo.

Il commesso ha in mano una specie di casco motociclistico con visiera, me lo infila in testa e lentamente vedo la luminosità della stanza sparire, poi è il buio più totale.

Sto per chiedere al commesso cosa mi succederà….ma non ho idea di quanto tempo sia già trascorso…sto tornando in me.

Mi sento diverso, diffuso, ho una strana sensazione di grandi spazi e d’immortalità.

Cerco di aprire gli occhi ed all’istante mi rendo conto che sono in migliaia di posti contemporaneamente, sono in rete, anzi sono la rete.

Una parte della mia mente controlla la distribuzione delle acque della mia città, un’altra assicura la sicurezza in molte strade e case.

Sono un guardiano, assieme ad altri come me, mandiamo avanti tutti i servizi della città, anzi di tutte le città del mondo: siamo noi i veri padroni e i controllori.

Penetro in quella che era la mia casa e mi vedo, ma non sono io, è un sintetico completo, di mio ha solo la memoria registrata.

Io lavorerò in eterno, senza posa e lui si godrà il mio vitalizio…non è giusto…sono stato imbrogliato….ma io sono immortale ed ho infinito potere…ci avrò guadagnato?

In un’area sorvegliatissima, fuori città, c’è una centrale di comando: ho scoperto che ciò che rimane della mia parte fisica – un bel mucchietto di neuroni – si trova lì.

La visualizzo, è una cella con luce azzurrina diffusa, il mio io è in un cilindro posto su una specie di scrivania: in effetti non è una scrivania, è un cubo nero.

C’è una porticina rotonda che da all’esterno ed avverto presenze amiche la fuori.

Per me è un gioco aprire la porta e resto meravigliato a vedere il mio cagnaccio che con sforzo riesce ad entrare dalla piccola porta rotonda, abbaia, sbava, scodinzola, si struscia al cubo e poi si acciambella per terra.

Incredibile, ma mi ha riconosciuto, la porta sarà sempre aperta per lui e troverò la maniera di fargli avere acqua e cibo: la mia stanza per me può anche divenire la sua cuccia.

Resto meravigliato al nuovo ingresso

anche la farfalla olografica è arrivata e delicatamente si posa sul cilindro di cristallo fluorescente ove il mio io ininterrottamente lavora….e pensare che volevo smettere…..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CUPOLA

 

Corre oggi la festa dell’antico dio Eros, in tutto l’Impero si celebra alla grande il nome di questa remota divinità del pianeta originario: è però una ricorrenza che per scelta più non m’interessa.

Ho lasciato alle spalle da decenni le avventure amorose, poi pure quelle di sesso m’hanno mortalmente annoiato.

Sarà forse un effetto secondario del prolungamento della giovinezza?

Forse sì ne è la conseguenza, o più semplicemente ho amato così tante volte che la cosa in sé ha perso ogni attrazione. O ancora più terra terra: ho fatto tante mai di quelle scopate, con donne sempre diverse (ma sempre uguali), che ne ho la nausea.

Oggi dunque è la celebrazione del vecchio dio, è la festa dell’amore e tutti sono felici e s’inviano regali e messaggi.

Per evitare ogni rottura di palle mi sono alzato all’alba e teletrasportato su un lontano pianeta che conosco benissimo perché coi miei amici questo era, tanto, tanto tempo fa, uno dei nostri punti d’incontro e di svago.

Sto passeggiando lungo i bastioni di una antica rocca fortificata, abbandonata da tempi immemorabili, ma per me foriera di graditi ricordi.

Ammiro lo scorrere lento delle nubi, mi sdraio su una panchina di pietra e sono piacevolmente riscaldato da un sole che rilascia vaghi riflessi arancione.

Ad un tratto vedo apparire tre e-mail volanti in fila indiana che come lucciole si dirigono verso di me: maledette bastarde, sono riuscite a seguirmi fin qui!

- Oggi sono disconnesso del tutto, neppure la piastra neurale è attivata, non voglio contatti.

Dico questo ad alta voce come se parlassi con qualcuno, in effetti sto inutilmente parlando ai tre puntini luminosi lampeggianti che mi stanno girando attorno, grido allora "RIFIUTATE!" ma proseguono il loro ballo, adesso attorno alla mia testa, come se niente fosse.

Esclamo "IN MEMORIA!" e cazzo! non succede niente, sono e-mail d’urgenza rottenculo e se non le apro non se ne andranno.

Attivo quindi la matita-raggio ed assorbo tutta l’energia delle tre, che finalmente prima smettono di lampeggiare e poi si dissolvono del tutto.

Scacciate le intrusioni, mi risdraio sulla panchina e cullato dal tiepido sole m’addormento per qualche tempo.

Nel sonno mi sento osservato ed apro di scatto gli occhi.

Davanti a me una prostituta con la gamba destra amputata mi osserva sorridendo.

- Scopiamo, bell’addormentato nel bosco?

- Voglio star solo, vattene!

- Non ci penso nemmeno, cocco.

Ed i suoi vestiti olografici si smaterializzano con voluta calma, sulla pelle tatuaggi di ragni con teste umane.

- Per dieci crediti ti farò impazzire del tutto.

- Non m’interessa il sesso. Son venuto qui per stare in pace.

- Sei gay? Allora guarda.

I tatuaggi sul moncherino divengono più brillanti, le teste dei ragni sembrano ora facce umane in movimento e tutte insieme s’accendono e si spengono ammiccando in un’unica direzione: il suo delta di venere.

La sua fessura m’attira lo sguardo, quasi mi calamita verso di lei ed il suo organo sessuale si trasforma, da linea rosa e vogliosa in membro eretto circondato da folta peluria nera.

- Vattene!

- …………

Ed oltre a non rispondermi ride, ride pure, ‘sta stronza…

Estraggo per la seconda volta la matita-raggio, la punto verso di lei ed alla potenza minima, le sottraggo energia.

Lancia un urlo e di colpo si trasforma in una piccola storpia nuda, coi capelli scarmigliati e lunghissimi, che le sfiorano il suolo.

Le gambe, anche se sottili e rachitiche, ci sono entrambe, tatuaggi tribali sono disseminati su tutta la sua pelle

- Non dovevi farlo!

Mi urla e schizza via in maniera strana, saltellando come un grande ragno, scappando non prima d’aver raccolto da terra una grossa pietra ed avermela scagliata contro.

Mi ha appena sfiorato, ho solo un piccolo, ma lungo sgraffio sulla fronte.

Questo non è più il posto tranquillo di un tempo.

Mi alzo e decido di fare una passeggiata lungo il perimetro della fortificazione.

Arrivo fin dove, sotto si scorge il lago, un piccolo laghetto sul conto del quale nel passato sono state scritte innumerevoli storie e sul quale sono fiorite leggende.

Giungo fino al ciglio erboso e lascio la mente indugiare libera sui ricordi di gioventù, quando con gli amici qui sostavamo a lungo con donne e droghe: era il nostro punto segreto di ritrovo.

Lì vicino, c’era la cupola di legno e materiale plastico. L’avevamo scoperta proprio noi, l’avevamo liberata dai materiali ferrosi arrugginiti che ne occupavano la superficie interna e l’avevamo pian piano trasformata in un salotto munito di tutti i comfort. Ci sarà ancora?

M’incammino tra la vegetazione, speranzoso nella ricerca. Ed eccola! Tale e quale, fin troppo ben tenuta, con erba tagliata attorno ed aiuole curate.

Mentre mi sto avvicinando la porta si apre ed esce una giovane donna che mi sta fissando appoggiata alla porta.

Il vocabolo "madre" mi viene spontaneo alla mente, ma lei è giovane e bella, solo ora mi accorgo che è nuda, soltanto ai piedi ha delle scarpe color argento con tacchi altissimi, come portavano alcune donne nell’antichità…

- Madre….mormoro ed i miei occhi si soffermano vogliosi sui suoi due piccoli

ed eretti seni con invitanti capezzoli dipinti in viola.

- Figlio mio….finalmente sei giunto, era tanto che ti aspettavo…

In fondo, ma molto in fondo ai miei pensieri qualcosa sta dicendo "…ma quale madre, idiota, non vedi che è giovanissima….potrebbe essere tua figlia…."

C’è confusione ora nelle mie meditazioni, ma ho la sensazione di essere tornato a casa, ed il desiderio della vicinanza con la madre mi avvolge e calma il mio spirito inquieto.

C’è ritorno…c’è affetto…c’è amore…c’è anche voglia sessuale….finalmente tornata dopo grande tempo…

Entro e mi avviluppa con le sue amorose mani, sento la sua carne familiare nuda contro la mia pelle ed una sensazione totalizzante d’amore avvolgente m’ingloba.

Rotoliamo nell’erba del prato, il mio membro è eretto, duro come una pietra, ma si scioglie negli orgasmi plurimi all’interno del suo corpo fasciante, comodo, spazioso….

La mente si culla e s’annulla nell’immensa sensazione dell’amore materno e creatore.

Ogni pensiero si ferma, ogni muscolo collassa, fino alla cessazione dell’essere e tutto si dissolve e si scioglie nella preparazione di nuove esistenze.

La madre-amante riprende allora la sua originale forma aracnoide: ha prima disciolto e poi assimilato l’ospite-figlio-amante: ne è rimasta volutamente incinta.

Entra e sigilla con le sei zampe chitinose l’ingresso alla cupola utilizzando i fili di seta che le sue glandole secernono e si prepara a deporre le uova.

 

 

 

Attendere prego

 

Il traffico scorreva tranquillo in quel normale tardo pomeriggio d’inizio primavera ed un leggero vento faceva correre in cielo piccole, ma compatte nubi bianche.

Il modulo abbandonò l’autovia per immettersi su una strada secondaria che portava alla famosa località sciistica attraversando una fitta selva d’abeti. Gli alberi erano così vicini l’uno all’altro che il nastro d’asfalto s’insinuava con ampie curve tra due muraglie di tronchi. Gli abeti erano grandi ed alti, nel folto bosco il tramonto si era subito trasformato in una buia notte ed il cielo era completamente scomparso trai fitti rami.

Eusebio aveva tolto la guida automatica e manualmente comandava il modulo, Patrizia seduta accanto a lui aveva acceso una sigaretta e disteso le belle gambe che splendevano colorate e parzialmente illuminate dai led del cruscotto.

Ma siamo sicuri che sia la strada giusta?

Sì, ho guardato la cartina sul computer di bordo e la strada era indicata come panoramico-turistica.

Turistica forse, ma di giorno, panoramica, insomma, sembra un tunnel scavato tra gli abeti, ed ad esser sincera a me fa un po’ paura.

Una stazione di servizio!… Ma è tutto spento, andiamo avanti, ormai dovremo essere vicini, ci faremo un bel caffè appena arriviamo.

Dopo una curva si trovarono davanti ad una luce lampeggiante che illuminava un cartellone bianco con su scritto in vernice fluorescente rossa -ATTENZIONE RALLENTARE- e poco più avanti c’era un altro cartello quadrato bianco con sopra un semaforo.

Il semaforo era ovviamente sul rosso e la scritta sotto, anch’essa in rosso, diceva: -ATTENDERE PREGO-.

Eligio rallentò il veicolo e si fermò davanti all’insolito semaforo che dopo pochi attimi passò al verde, mentre la scritta -ATTENDERE PREGO- scomparve sostituita da un –AVANTI- in cubitali lettere nere.

Che strano semaforo!

Davvero! Non ne ho mai visti di fatti così con le scritte luminescenti sotto.

Ne inventano una il giorno

Guarda! c’è un altro cartello, siamo arrivati?

Mi sembra presto.

Hai letto? C’è scritto –RANE-.

-RANE-? –FRANE- c’era scritto, hai letto male.

Veramente io ho letto –RANE-.

In Inghilterra sono segnate le zone di transito dei batraci, l’ho letto da qualche parte. Ma qui in Italia chi vuoi che gliene freghi dei ranocchi.

Forse qualche gruppo animalista, ma –RANE- o –FRANE-, per favore rallenta.

Va bene, sto decelerando, sono appena a sessanta, non schiaccerò nessun ranocchio, ma se vedo una frana tiro una frenata, sei contenta?

Comunque c’era scritto -RANE-.

Ma va’…

Attento! La strada è ostruita!

Ecco la frana, te l’avevo detto!

Eusebio pigiò il freno ed il modulo si arrestò a pochi metri da una massa scura che occupava l’intera carreggiata. I fari illuminarono l’ostacolo che non sembrava del tutto immobile, infatti, la massa verde e marrone di mota e detriti stava ancora smottando.

- Ma che cazzo!…- esclamò Eusebio mentre scendeva dal modulo, ed i suoi piedi si posarono su una fanghiglia viscida e scivolosa perdendo l’aderenza e lui piombò a terra, in ginocchio, con una mano che era rimasta afferrata alla portiera e la stava saldamente stringendo per riprendere l’equilibrio.

Si accorse che la mano che aveva toccato il suolo ed i pantaloni erano coperti da un liquido vischioso ed appiccicoso.

Ma che schifo di frana!

E si tirò su aggrappandosi con le due mani al modulo, vide che Patrizia più non era nell’abitacolo e l’altra portiera era aperta.

Patri, sei scivolata anche tu su questa merda?

….

Patri! Rispondi!

Silenzio, si guardò intorno, guardò fuori, ma di Patrizia nessuna traccia, aprì allora il bauletto portaoggetti del modulo ed estrasse una pila, piccola ma potente.

Con le mani tremanti l’accese e col fascio di luce cominciò a scandagliare attorno al modulo, urlando: "Patri! Patri!" Finché non si rese conto che il suo torace era stato avviluppato da un viscido nastro rosa che lo stringeva forte, sempre più forte.

La pila gli sfuggì di mano e rotolò sul bordo dell’asfalto, tentò di urlare, ma il grido gli rimase invischiato in gola, si sentì sollevare, trascinar fuori del modulo e davanti a se vide un ovale nero, come uno scuro portale che lo stava inghiottendo.

RANE – pensò – RANE – e poi più niente…….

In quello stesso momento la strada panoramica fu imboccata da un’auto d’epoca, di quelle a benzina inquinante e con le marce.

Era Lucilla che guidava con perizia, mentre Nicola, seduto accanto a lei, pensava: "Ora me la scopo, questa stronza".

Nico, ma sei sicuro che questa sia la strada giusta?

Sì e poco più avanti, dopo l’area di servizio c’è una striscia di prato verde che s’incunea tra gli abeti, fermati lì che ci fumiamo una sigaretta in pace prima di arrivare.

Io vedo solo una muraglia di tronchi, mi sa che mi hai fatto sbagliare strada, e magari l’hai anche fatto apposta.

Ma che dici, guarda, ecco la stazione di servizio.

Ma è chiusa, è tutto spento.

Vai tranquilla, siamo nel posto giusto.

Ed arrivarono al cartello con scritto -ATTENZIONE RALLENTARE-, poi al semaforo rosso con sotto -ATTENDERE PREGO-.

Che palle! Un semaforo anche qui, e poi naturalmente è sul rosso! Siamo in montagna, vorrei proprio sapere a cosa serve. E anche con le scritte sotto luminescenti li fanno ora, tanto siamo noi contribuenti a pagare.

Guarda che ora è verde.

L’auto intanto era ripartita a tutto gas…

Hai visto? Quando è divenuto verde, la scritta è cambiata, diceva –AVANTI-, mi sa che servono ai daltonici.

Dici?

E ora che c’è?

Cazzo! c’è uno -STOP!-

A parte che questa strada non ha incroci, poi abbiamo già superato a tutta birra il cartello. Comunque non c’era scritto –STOP!-, c’era scritto –TOPI-.

TOPI-? Ma che robaccia hai fumato prima? Quando mai all’ingresso d’una località turistica mettono un cartello stradale con su scritto –TOPI-? Pensi che l’abbia piazzato la proloco?

Ti dico che non c’era scritto –STOP!-, c’era -TOPI!-.

….avrei quasi voglia di tornare indietro a farti vedere….

Fermati! Ecco lo spiazzo verde che ti dicevo.

C’era, infatti, un prato che rompeva la compattezza del muro d’abeti e Lucilla di malavoglia fermò l’auto proprio sul tappeto verde.

- Direi di ripartire velocemente.

Nico senza rispondere aprì la portiera e scese, girò attorno all’auto d’epoca, aprì l’altro sportello e tirò a sé Lucilla che poco convinta si lasciò baciare.

Lei era appoggiata alla carrozzeria mentre Nico le aveva in fretta sbottonato la camicetta, poi la gonna scivolò sull’erba assieme alle slip. Le prese con le mani i seni e cominciò al baciare alternativamente i capezzoli, poi si mise in ginocchio e subito era con la lingua proprio dentro di lei e la sentiva inarcarsi mentre stava lentamente iniziando a godere e lei gli premeva la testa sempre più forte contro il ventre facendogli strusciare alternativamente il naso ed il mento nella sua fessura aperta e bagnata.

Proprio in quegli attimi inaspettatamente si sentì afferrare da robuste zampe artigliate e nella penombra vide scomparire Lucilla sotto un’informe massa grigia.

Mentre il dolore gli stava appannando la vista, dei rigidi fili gli strusciarono sul volto. Con terrore misto a stupore scorse un grande occhio che nel buio lo stava fissando a pochi centimetri dal suo volto. "TOPI" pensò ed il silenzio fu rotto dal rumore di mandibole che masticavano, di ossa che si spezzavano e da stridii metallici…..

Proprio in quell’istante la strada turistico-panoramica fu imboccata da un veicolo del soccorso stradale guidato da un autista sonnolento che poco dopo si fermò davanti ad un semaforo rosso con la sottostante scritta -ATTENDERE PREGO-.

Il guidatore s’accese una sigaretta mentre attendeva che il semaforo passasse al verde e………

 

 

Scorrimento lento

 

 

Quando stamani mi sono svegliato, non sapevo proprio dov’ero, se è per questo neppure sapevo chi ero. E tuttora ho queste lacune. Mi sono destato in un sacco a pelo, ma non era proprio un sacco a pelo, assomigliava di più ad un bozzolo di seta.

S’è aperto con estrema facilità e mi sono ritrovato da solo in un enorme prato che sembrava non avere fine. Per cercare di ricordarmi qualcosa ho cominciato ad osservare attentamente com’ero vestito: scarpe da ginnastica, calzini di cotone, pantaloncini aderenti anch’essi di cotone ed una t-shirt a maniche corte bianca, nient’altro.

Mi sono allora guardato nelle tasche dei pantaloncini: niente.

Quindi ho cercato le etichette dei vestiti, la marca delle scarpe: niente di niente.

Sulla t-shirt c’era scritto: - quando avevamo tutte le risposte ci hanno cambiato le domande -

Una frase questa che non mi dice niente, ma soprattutto non mi ricorda niente. Allora ho camminato per un po’ sempre nella stessa direzione: il prato deve prima o poi terminare, mi sono detto.

Dopo circa un’ora di cammino, ho scorto dei bassi cespugli con dei frutti rosa, piccole perline profumate, sapevo che erano commestibili e ne ho fatto una scorpacciata, poi mi sono nuovamente sdraiato sull’erba: il cielo era terso e luminoso, ma non dovrebbe esserci un sole?

Mi sono riguardato attentamente e mi sono accorto che la t-shirt aveva una nuova scritta: - la scrittura e le cose non si somigliano -

E mentre mi stavo chiedendo quando mai avessero inventato magliette con le scritte che cambiano, mi sono accorto che nuovamente la frase era mutata in: - il corpo dell’umanità si divide in due, tra reale e virtuale -

Ma che cazzo vorrà dire? Ci ho riflettuto a lungo, poi mi rialzo e proseguo, mi sembra che nella direzione nella quale sto andando vi sia in lontananza qualcosa. Ha l'aspetto d’un arco, è indistinto a causa della forte distanza.

Finalmente troverò qualcosa e forse anche qualcuno. Cammino e contemporaneamente cerco i frutti rosa, che sono buoni e vigilo sui cambiamenti delle scritte sulla maglietta, adesso si legge: - quella che il bruco chiama fine del mondo il resto del mondo chiama farfalla –

Mi dico che questa l’ho già sentita, ma la mia memoria, almeno al momento, non ci pensa neppure di riaffiorare.

Intanto è trascorso parecchio tempo dal mio risveglio ed adesso sono quasi arrivato davanti alla sagoma che avevo da lontano intravista: non mi ero sbagliato, è proprio un arco, gigantesco, in pietra grigia.

Lo raggiungo, lo guardo attentamente, ci passo sotto e ci giro attorno: è perfettamente levigato come se fosse un monoblocco, nessuna indicazione, nessuna dicitura.

….pensavi di trovarci scritto made in thaiwan, idiota…

Al contrario della mia maglietta che di scritte ne ha fin troppe, ora dice: - nel fondo profondo dentro il corpo abita l’anima, nessuno l’ha ancora vista ma sappiamo che esiste, e sappiamo anche cosa c’è dentro di lei -

Beata la mia maglietta che sa così tante cose, io so solo che so leggere, per il resto so un cazzo, c’è buio profondo.

Sono seduto sul prato, di fronte all’arco, osservo la maglietta che mi sono sfilato ed ho posato sull’erba, mi sono tolto pure i pantaloni e le scarpe: sono nudo.

…che fai fighetto, prendi il sole….

Non c’è il sole, è strano, c’è però tanta luce, come se ci fosse. Prima mi scappava forte, mi sa che i frutti rosa sono un po’ purgativi… mi sono ripulito col prato…..

Ci ho preso gusto, l’infaticabile maglietta adesso dice: - non temo niente, non spero niente, sono libero -

E vaffanculo pure tu, t-shirt del cazzo!

Si fa sera, ma di soli nemmeno l’ombra, ma che diavolo di posto è mai questo?

C’è un rumore in sottofondo, solo ora me n’accorgo, ma ho il sospetto che mi abbia accompagnato fin dal risveglio: è come se in lontananza ci fosse una fiera, con brusio casinaro di voci, di musiche e d’altoparlanti.

….una fiera….tu dici?

Presto diviene notte, nel cielo c’è una foschia luminescente, neppure una stella: ma perché?

La t-shirt dà sempre più di fuori, ora dice: - la vita è un sogno -

Ma quale sogno, sto urlando, questo è un incubo! E la scritta repentinamente cambia in: - pensate a cose straordinarie, saranno loro a portarvi in alto -

Mi ci manca, d’esser portato in alto per poi precipitare e spappolarmi sul prato. Ora do di fuori di brutto, qualcuno deve spiegarmi…ed inizio ad urlare, prima AIUTO! Poi frasi sconnesse….

Sto piangendo, dev’essere passato un casino di tempo, l’aria che durante la notte era semplicemente tiepida, sta divenendo sempre più calda mentre la luce si fa più forte: ma il sole non c’è.

Mi rialzo piscio, bestemmio, mi rimetto solo calzini e scarpe, maglietta e pantaloncini li tengo in mano e m’avvio verso la solita direzione (sarà sicuramente quella sbagliata). Attraverso il gigantesco e fottuto arco in pietra e proseguo sempre dritto. Noi tireremo diritti! Cara maglietta del cazzo! le so anch’io le citazioni, anche se al momento non ricordo proprio chi l’ha detta, ma è una citazione, come le tue, brutta stronza, ne sono sicuro.

Ogni tanto do un’occhiata alla mia stupida maglietta con la speranza che cominci con le inserzioni pubblicitarie, visto che le frasi più o meno storiche, non mi dicono nulla. Adesso c’è scritto: - prendi la cioccolata invece dell’autobus - e prosegue poi con - io non cerco, immagino -

Sto seriamente pensando che era meglio se m’ero dimenticato pure di saper leggere, ma sono distolto dai miei pensieri dalla vista di un sottile filo di fumo che scorgo in lontananza.

Sì è proprio fumo, ne sono sicuro, allora mi muovo sempre più in fretta e di corsa arrivo fino alla fonte dell’esalazione: è un braciere circolare, sembra di bronzo, pieno di bassorilievi con volti umani, è retto da un treppiede dello stesso metallo, è alto un paio di metri.

Una fiamma arde alta, ma non capisco cosa stia bruciando. Ma so che cosa brucerà! Ci getto dentro la maglietta intellettuale che ora aveva la scritta: - i decenni volano sono i pomeriggi che non passano mai -

Questo pomeriggio ti passa in fretta le dico mentre sta consumandosi nelle fiamme.

…che eroe! hai fatto fuori una pericolosa ed intellettuale maglietta…

Proseguo mangiando qualche altro profumato frutto rosa e poi cagando…

Levano la sete, levano la fame e ripuliscono per bene l’intestino, ma è inutile lamentarsi, qui al momento non c’è altro.

C’è qualcosa sul prato, lì per lì non capisco bene, poi mi rendo conto che è un laghetto, piccolissimo, poco più d’una pozza d’acqua, ma è acqua tersa, pulitissima, invitante. Mi bagno, mi specchio, bevo. Mi ci rifletto e vedo un bel viso di un giovane con un accenno di barba: un giovane che però non riconosco. Mi tuffo nella pozza e ci sguazzo dentro, poi si vedrà.

Esco e mi asciugo al sole steso sull’erba.

…al sole? Ma quale sole, idiota, non c’è il sole…

Mi rigiro e sul mio avambraccio destro scorgo un tatoo con la scritta: - chi parla? Io, chi sei tu? Il tuo cuore -

Ma che immane cazzata! Possibile mi sia fatto scrivere queste stronzate!

Mi rituffo, poi nuovamente esco dall’acqua e mi rotolo sull’erba, riguardo il tatoo: è cambiato, ora dice - DILETTA LUNA! - Ed anche a lettere cubitali, sempre peggio, ora sbiello di brutto, ho fatto fuori la maglietta intellettuale e le scritte sceme me le ritrovo sulla pelle. Qualcuno deve spiegarmi cosa sta succedendo.

C’è un edificio! Un edificio bianco! Un parallelepipedo di calce bianca, si vede il marrone delle finestre. La tra gli alberi. Sono partito di corsa, mi sto avvicinando.

Una villa, degli alberi, l’incubo è finito, corro, corro verso quella casa.

C’è una ragazza bionda che mi viene incontro, a braccia aperte, ci scontriamo con forza e rotoliamo per terra, abbracciati, avvinghiati, non sono in me dalla gioia, ho finalmente incontrato un altro essere umano, ora ci saranno le spiegazioni.

Stiamo assieme rotolando sul prato, lei sorride e mi parla, ma in una lingua straniera che non capisco.

Il tatoo ora dice: - l’audaci imprese io canto -

Lei indossa una sottile tunica bianca, la sollevo, sotto è nuda, sorride, le allargo le gambe e la penetro, seguita a dire cose incomprensibili: ora ti scopo le spiegazioni sono rimandate a più tardi.

Le stringo i capezzoli forte, sempre più forte, mentre vengo dentro di lei e la sento godere, s’inarca sempre più, poi è immobile sull’erba. Sul suo seno c’è scritto: - not things but opinions things trouble men -

Non so che cazzo voglia dire, ma me ne frega meno che niente…ma perché non si muove più questa qui? Neanche parla più…è ricoperta di sangue?….perché?

Il corpo non è più quello della bionda, ma è quello di un uomo nudo, bruno di capelli, con tutti gli abiti stracciati ed insanguinati.

Ha una scritta sul petto, allontano i brandelli di stoffa, ripulisco alla meglio il sangue e leggo: - non tutti i sogni durano abbastanza a lungo -

…è inutile che tu faccia lo smemorato..sei gay…sei frocio…finocchio

Ma chi ha parlato? Qui non c’è nessuno a parte questo stronzo sanguinante travestito da donna che non so da dove sia sbucato fuori.

…se è per quello neppure tu sai da dove sei sbucato fuori…

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

E mi metto a correre a perdifiato, passo l’edificio bianco ed imbocco una strada sterrata che va oltre, sbuco poi su un nastro nero d’asfalto che si srotola come un tappeto fino ad un cartellone pubblicitario al lato della strada che dice: - siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni -

Altro che sogni, questi sono tutti incubi, e quella bella bionda straniera, dov’è finita?

..nel tuo cervello spappolato, coi neuroni che sciacquano, c’è la straniera bionda…

Cazzo! sta zitto! Non vedi che non ci capisco più nulla!

Ma ci sono delle case, dei negozi, arrivo al gran galoppo, questo mi sembra un bar, anche se sulla porta a vetri c’è scritto: - osa tendere cavi sui precipizi - E chi se ne frega di cosa c’è scritto.

Entro, completamente nudo e sporco di sangue, con i calzini e le scarpe da tennis. E’ proprio un bar non mi sono sbagliato: c’è il bancone, le bottiglie, le paste nella vetrinetta, i tavoli, due ragazze nude sedute ad un tavolo con bicchieri davanti. Dietro il banco non c’è nessuno.

- Nudo io, nude voi, va tutto bene vero?

- ……………………..

- Loquaci le bimbe, vedo però che mi sorridete, va bene così.

…anche la bionda straniera ti sorrideva…

- Ragazze, ma ci si serve da soli qua dentro?

- ………………………

- Da soli! Va bene.

E scavalco il bancone, afferro una bottiglia e guardo l’etichetta: ha dei geroglifici incomprensibili, scuoto la testa, la stappo, l’annuso. C’è il buon odore del wisky, ne butto giù una sorsata, è buono di quello stravecchio che non ti brucia la gola, ne bevo ancora…ancora..

Passo poi al reparto paste e comincio con un paio di bignè alla crema…le due ragazze seguitano a sorridermi…

C’è la macchina del caffè.

- Ne volete bimbe?

- ……………….

- Chi tace acconsente, ora vi preparo un bel caffè fumante!

Preparo i caffè, li servo, torno poi dietro al bancone e sulla parete, alle spalle della macchina del caffè c’è uno specchio, mi ci guardo e vedo una scritta arabescata incomprensibile, ma che pian piano si trasforma nell’alfabeto consueto: - si lanciano all’assalto dei campanili allontanando ed unendo le montagne -

Questa è più criptica delle altre, sembra un indovinello.

- Voi signore ci capite qualcosa?

- ……………….

- E ti pareva.

Mangio, bevo, prendo il caffè e rutto.

- Una sigaretta! Qualcuno ha una sigaretta?

- …………………….

Le due stronzette seguitano a guardarmi sorridendo senza dire nulla, ma tra un po’ me le faccio, si guarda se dopo il lavoretto seguiteranno a sorridere. Sul loro tavolo c’è un pacchetto ed un accendino. Un pacchetto di…..boh! c’è sopra una scritta strana, ma dentro è pieno di sigarette profumate e col filtro: ne prendo una, me l’accendo, tiro alcune boccate…..buona!…loro due seguitano a guardarmi ed a sorridere.

…sorridono si, le hai già fatte fuori, stronzo…

Ma chi è che parla? Mi guardo intorno e non c’è nessun altro, solo le due mute. L’occhio mi cade sul dorso della mia mano: - alzati quando il filo si miscela alle curve del cielo -

No, questa roba è troppo intellettuale, ci rinuncio, e tra una tirata della sigaretta e l’altra, sono accanto alle due tipe e gli sventolo il membro sotto il naso, ora è in piena erezione e sempre fumando, tra uno sbuffo d’aromatico fumo e l’altro lo ficco in bocca alle due.

- Forza, succhiate troie!

Ma le troie non succhiano un granché e poi i frutti rosa mi stanno ancora facendo effetto.

Cerco un bagno, lo chiedo, ma nessuno mi risponde, al che m’accuccio dietro al bancone e mi libero del tutto rumorosamente.

Mi pulisco con delle salviette e ritorno dalle zoccole sorridenti. Ne alzo una di peso la sbatto sul bancone e la violento come dio comanda. Mi fermo solo quando sto per venire, la getto giù dal bancone e prendo l’altra. Ma non è possibile! Con quel po’ po’ di tette, tra le gambe ci ha un membro, non è una bella cosa!

La (lo) giro, l’appoggio al bancone e l’infilo dal dietro e vengo dentro di lei (lui).

…gay, te l’avevo detto che sei solo un frocio…

- Fatti vedere stronzo e vedrai che ti succede!

….che paura….m’inchiappetti?….

Scarico sul pavimento la tettona col membro proprio sopra l’altra amica e leggo per terra la scritta: - credi alla forze dei tuoi sogni e loro diverranno realtà -

No, io non credo più a niente e m’avvio verso l’uscita del bar.

…mi vuoi dire per favore quale strada devo fare per uscire di qui? – chiese Alice.

Dipende in gran parte da dove vuoi andare, sussurrò il gatto……

Questo me lo ricordo, è Alice nel paese delle meraviglie, ma chi ha parlato?

…..il tuo cervello in pappa ha parlato…..

Mi guardo attorno, nessun movimento, ma gli strani rumori di fiera sono adesso molto più forti e provengono da oltre la porta che da sulla strada. Voi vedere che finalmente la fuori c’è della gente normale e non delle voci, delle ombre, delle scritte e degli stronzi.

…ma senti chi parla…

Apro la porta a vetri e su di essa leggo: - dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova epoca -

Apro, sono fuori, subito guardo in alto, verso il cielo, c’è il sole, l’incubo forse è finito.

Ci sono anche molte persone, forse mi stanno aspettando, sono tutti vestiti, molti in uniforme, finalmente…

Due grossi insetti mi si avvicinano sibilando. Hanno elitre metalliche e sopra di loro delle minuscole scritte. Uno mi è vicinissimo, leggo le elitre: - non riesci a guardare oltre te -

S’avvicina lentamente sempre più verso di me, tocca la mia pelle e penetra all’interno mentre l’altro insetto arriva proprio all’altezza dei miei occhi e sopra c’è scritto: - vive la difference -

E ce ne è un altro – together we make magic – e un altro ancora con – conosci te stesso –

E poi tutto uno sciame, mentre sento esplodere la porta a vetri del bar colpita dai primi due insetti che hanno attraversato il mio corpo.

Vedo rosa e poi nero mentre la mia materia organica esplosa imbratta ciò che resta della porta del bar.

Il rumore di fiera adesso è al massimo….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BLOOD

 

C’eravamo ritrovati nel mio monolocale che possiedo in città per il solito pokerino settimanale, ma eravamo solo in tre, quando è suonato il cellulare di Marco.

Era Luca che ci avvertiva che non sarebbe arrivato, aveva la febbre e stava proprio male. Povero Luca, è già un bel po’ che non è più lui, proprio adesso che deve discutere solo la tesi per laurearsi in medicina si sente sempre male.

Peccato, mi dispiace per lui ed anche per il pokerino che è saltato, in tre non viene bene, non mi diverte.

Tra l’altro fuori avevo anche incontrato Cinzia con la sua bimba piccola, ma avevo dovuto lasciarla perché ero già in ritardo per il poker, cazzo! con Cinzia ci sto bene insieme.

Quest’amico anarchico, quasi medico, come mi disturba che stia male….ma non ho voglia di tornare a casa, me ne vado perciò in giro per la città, gli altri se ne sono già andati via in auto…invece io sto girando a piedi.

Ricapitolando, Luca sta male, il pokerino è saltato, in tre non è bello, gli altri sono già andati via ognuno per conto suo: c’è un pub qui vicino, ci sono stato qualche volta anche con Cinzia, è proprio in centro.

Passo dove avevo salutato Cinzia, ma lei ovviamente se ne è andata, arrivo alla porta del pub, entro e mi siedo ad un tavolo.

Non c’è molta gente nel locale, è sempre presto, ordino uno spumantino secco. S’avvicina al tavolino un tipo che conosco solo di vista, alto magro, pantaloni e girocollo neri: è un habitué di questo locale.

Mi sorride, gli rispondo e si siede al mio tavolo, proprio davanti a me.

Tutto sommato sono contento della sua presenza, mi dimentico di Luca e di Cinzia: questo tipo mi piace, mi è sempre piaciuto dalla prima volta che l’ho visto, mi sembra un ragazzo molto simpatico ed intelligente.

Niente di sessuale, per l’amor di dio! Sono un etero puro e convinto, ma mi piace come tipo, mi affascinano i suoi modi eleganti di fare: sarà come me una bilancia?

Parla, parliamo, non so bene di cosa, ma mi sento sempre più a mio agio: qualche altro spumantino e poi una bella birra gigantesca e ben fresca.

Dei dadi vengono tirati sul tavolo è già un po’ che stiamo giocando e con lui perdo, sto perdendo tutto quello che ho in tasca.

- Sarai costretto a pagarmi le bevute, se mi peli tutto!

Dico scherzando ed anche lui sorride.

Ecco ho perso tutto, ma non m’importa, anche il dispiacere per Luca s’è rintanato in un angolo nascosto della mia mente.

- Ho finito tutti i soldi, che ci giochiamo ora?

Ma sono felice, non m’importa d’essere finito al verde e poi le consumazioni le pagherà lui!

- Perché non giochi te stesso?

Sbaglio o il mio nuovo amico ha detto proprio cosi? Gli chiedo conferma e lui annuisce.

- Si gioca?

- Si gioca.

Per primo tiro i dadi ed escono un cinque ed un sei: undici.

- Bel colpo!

Poi sorride, scuote i dadi e tira: due sei.

- Cazzo! che culo!

Sono tuo, gli dico, e continuo a sorridere, al che lui mi guarda accattivante.

- Vieni con me?

- Sì.

Gli ho detto proprio di sì, ma di lui mi fido, lo seguirei all’inferno. Ho perso tutto, anche me stesso, mi sento leggero e liberato: ora sono suo, si sono suo.

- Vieni come me.

- Vengo.

E mi ritrovo in una sala antica, il pub improvvisamente è svanito, siamo seduti l’uno di fronte all’altro su comode rosse poltrone, mi guardo attorno, drappeggi alle pareti, quadri antichi, mobili d’epoca, un soffitto di legno intarsiato, il pavimento sembra d’onice e forse lo è, e sopra di esso sono posati vecchi tappeti.

Non scorgo finestre e neppure porte, ma forse sono nascoste dai tendaggi: siamo seduti l’uno di fronte all’altro e lui mi sta accarezzando i capelli; il suo nome, mi rendo conto che non conosco il suo nome.

Sono tranquillo rilassato, adesso gli chiedo come si chiama, ma sono felice.

Non capisco bene quello che sta succedendo, c’è nell’aria una musica che non riesco ad afferrare ed anche un profumo gradevole che non so definire.

Sono tranquillo, rilassato, ora gli chiedo il nome, sono felice, le palme delle nostre mani si toccano ed avviene uno scambio di sensazioni: dalle mani? Sì dalle mani, ma è qualcosa di più, è uno scambio piacevole, ma anche fisico, come se il sangue di noi due si mescolasse assieme e defluisse da un corpo all’altro.

Sento che è un dono, ma è un atto se pur gradevole, per me incomprensibile, come se fossi riempito all’interno di lui, e subito dopo sono io a riempire lui e ad esplorare ogni angolo, anche il più recondito, del suo corpo e della sua mente.

Non capisco, o forse ho compreso tutto troppo in fretta, nessuno mi aveva mai preparato ad esperienze simili e tutto è ovattato, come avvolto in una nebbia di vapori di sangue, che ci avvolge, che mi avvolge. Ma sono felice, non sono mai stato così felice, la sala ora offuscata, sembra una sauna rosa, la rugiada si posa su di noi e su ogni oggetto.

All’improvviso mi accorgo d’esser solo, tutto come in un sogno è svanito. Sono davanti alla porta chiusa del pub, l’aria è molto fresca, la notte è inoltrata, anzi è quasi mattino.

Mi rendo conto d’essere completamente nudo: i miei vestiti sono per terra, accanto a me. Mi riprendo ed immediatamente inizio a vestirmi, che figura, se passa qualcuno!

Ma non c’è un’anima in giro, scuoto più volte la testa mentre mi rivesto e tento di rifasarmi, non capisco cosa sia esattamente successo e mi avvio verso casa.

La passeggiata fino alla periferia mi tonifica, sento d’esser cambiato, qualcosa in più è in me, è come se avessi un’altra marcia, va bene… l’ingrano e via…

Ora sono del tutto cosciente, le nebbie si sono diradate, il bere mi ha fatto male? O l’amico in nero m’ha dato qualcosa?

Non so, ma poi metterò a fuoco, intanto apro il portone e salgo lentamente le scale di casa mia, entro e mi fermo sulla soglia della camera.

Lei sta dormendo: lei chi? Mia moglie, mia donna, mia amante? Non ricordo, ma è lo stesso.

E’ quasi del tutto scoperta, il plaid è scivolato da un lato assieme al lenzuolo.

Mi avvicino con le mani protese verso il corpo profumato, lo tocco, poi con le dita penetro all’interno della sua carne, ne sento il calore e la sento pulsare.

Mi incuneo con le mani nel torace, afferro saldamente il cuore palpitante mentre lei seguita a dormire.

Pian piano le mani riescono fuori dal torace con il cuore martellante, ben stretto tra le dita. Esce dal suo torace e lo sollevo lentamente, dei filamenti dall’organo s’allungano fino alla sua pelle per entrare nel corpo come tubi elastici, il sangue pulsa entro di loro, scorre veloce.

Alzo il cuore sopra la mia testa mentre i collegamenti flessibili mantengono la loro consistenza e s’allungano senza apparente difficoltà.

Adesso il cuore è sopra la mia testa, lo tengo stretto con le mie mani, lo sento palpitare più che mai mentre lo stringo sempre più forte ed apro la bocca ed allora un fiotto di sangue zampilla dal cuore verso la mia bocca aperta.

Bevo avidamente il dolce nettare vitale, lascio scorrere il sangue anche sulla mia faccia, lascio che mi bagni i capelli e mi zampilli addosso.

All’improvviso mi rendo conto che così la sto uccidendo, non voglio, e con sforzo mi fermo.

Il fiotto di sangue s’arresta e lentamente riporto il cuore dentro di lei, lo rimetto nella sua posizione d’origine, poi estraggo lentamente le mani da dentro di lei.

Ora tutto è a posto, la carne non reca traccia del passaggio avvenuto, ma ho macchiato col sangue un po’ dappertutto, vestiti, pavimento, coperte, ecc.

L’inesperienza m’ha preso la mano, questo non succederà mai più.

Lei è molto debole, ho veramente esagerato.

Prendo dal ripostiglio un sacco nero per la spazzatura ed infilo dentro ogni cosa sporca, poi prendo in collo lei e la poso nella vasca da bagno.

La lavo, la pulisco completamente, l’asciugo ed infine la poso dolcemente su un divano con una coperta addosso.

Pulisco tutta la stanza, rifaccio il letto. Solo allora la rimetto al suo posto, intanto è mattino avanzato.

Preparo un tè al latte e la sveglio. La faccio bere.

Lei dice d’essere molto stanca, mi chiede come ho fatto ieri notte a farla venire un casino di volte, mi confessa che ha avuto un orgasmo dietro l’altro per tutta la notte.

La rassicuro.

Dovrò comunque imparare a comportarmi, è stata la prima volta, ma ho commesso un sacco d’errori.

 

 

 

 

 

ESTREMAMENTE TUA

 

(omaggio a Stephen King)

Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante

la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa,

essa pure, sul circuito della sua orbita.

(Filippo Tommaso Marinetti - Manifesto del Futurismo)

 

Automezzi con motore a combustione interna, inquinanti, superinquinanti, ma dominanti su tutto, e per loro si fanno strade, si parla sempre di costruirne di nuove, c’è chi sostiene che ce ne sono già anche troppe, ma la maggioranza vuol farne sempre di nuove.

La Versilia ed il modenese da tempo ambiscono ad un collegamento ed ogni tanto qualcosa si muove in questo senso.

E vi voglio parlare proprio di questo tracciato perché mi riguarda per l’appunto da vicino.

Infatti abito in Versilia, all’interno della tenuta di Migliarino in un vecchio rustico che ho fatto interamente ristrutturare. Questo è un posto magnifico, la mia famiglia, un tempo ne era in parte proprietaria, finché un avo spendaccione e dissoluto non perse a carte proprio questa tenuta.

L’ultimo discendente del vincitore ebbe un figlio che portava il mio stesso nome, al quale per il raggiungimento della maggior età, regalarono un’auto scoperta.

Dovete sapere che il ragazzo a tutta velocità si schiantò con l’auto contro un pino proprio all’interno della tenuta, in fondo al rettilineo della stradicciola asfaltata che l’attraversa: ora c’è una marginetta in ricordo.

Oltre che il mio nome, aveva anche i miei stessi anni.

Ma cambiamo argomento e parliamo della mia ragazza, anche lei abita in aperta campagna, ma nel modenese.

Noi due stiamo da soli nelle nostre rispettive case, ci vediamo però tutti i sabati e le domeniche: generalmente e lei che viene da me.

La nostra storia va avanti da più di tre anni e tutto prosegue per il meglio.

La mia lei ha un hobby, le piace scoprire sempre nuovi percorsi che poi affronta col suo enorme fuoristrada.

Odia visceralmente le autostrade e non le imbocca proprio mai, dice che sono solo nastri di morte, ama invece le strade più impervie, sconosciute ed accidentate, oltretutto sostiene che studiando attentamente il territorio, anche con l’ausilio delle cartine, si risparmia un sacco di tempo rispetto alla cosiddetta viabilità veloce.

Le prime volte che ha raggiunto casa mia impiegava alcune ore, dopo mesi di studio sul territorio e sulle sue dettagliate cartografie, sosteneva d’impiegare solo un’ora.

Non è che ci abbia creduto a scatola chiusa, ma non ho detto mai niente per non contraddirla e farla contenta.

Le sue cartine, spinto dalla curiosità, le ho viste: sono ricavate da vecchie foto satellitari d’origine sicuramente militare e sono zeppe di grafici segnati con varie matite colorate.

Più che cartine geografiche sembrano dei quadri astratti, degli informali alla Pollok.

Sul retro e sui bordi delle carte topografiche vi sono poi tutta una serie di scritte a biro: appunti indecifrabili perché stilati con un linguaggio che non so leggere, ma che ho subito riconosciuto come l’alfabeto che fu usato da John Dee, ricordo d’averlo anche trovato su alcuni miei vecchi libri che parlavano dell’origine dei Rosacroce. Rimasi affascinato da quel linguaggio composto d’arcani simboli magici, astrologici ed alchemici e cercai di saperne di più.

Le uniche notizie che ricavai su Dee furono che era un mago e negromante dell’Inghilterra puritana, nato a Londra nel 1527, vissuto fino al 1608 e che fu astrologo di corte della regina Elisabetta la Grande: rosacroce e massoneria se lo contendono da secoli.

La scorsa settimana la mia lei mi ha raccontato una cosa impossibile: sosteneva d’esser arrivata da me impiegando solo quindici minuti col suo fuoristrada.

Ovviamente non ci ho creduto, mentre lei era addirittura euforica per aver raggiunto questo record.

Ma posso far di meglio! – ha esclamato ad un tratto.

Secondo me, non te lo omologheranno mai.

Scommetti che entro un mese arriverò a cinque minuti?

Tu sei di fuori…..

Guarda che seguo vie psicogeografiche.

….come un tacchino.

A quel punto non le ho risposto ed ho lasciato cadere la conversazione, sono uscito sul retro della casa e mi sono acceso una sigaretta.

Mi sono fermato davanti al fuoristrada ed ho cominciato ad osservare attentamente il suo 4X4. E’ veramente imponente, un autentico bestione della strada, anzi del fuoristrada. Ma quello che lei sostiene è semplicemente impossibile.

Ho guardato sempre più attentamente l’automezzo, gli ho girato attorno, stavo osservando i sei fari anteriori messi tutti in fila, quando ho notato che erano pieni d’insetti morti appiccicati.

Che strani insetti! Molto grossi, con ali metalliche di libellula, ma taglienti al tatto come rasoi, poi mi sono soffermato su una testa d’insetto, un po’ più grossa delle altre, rimasta incollata sul paraurti.

Dalla bocca di questa testa, inequivocabilmente d’insetto con i due grandi occhi sfaccettati, spuntavano file di denti aguzzi come aghi.

Non mi risulta che gli insetti abbiano apparati boccali di questo tipo, e quali strade lei usi per annullare le distanze è per me un mistero che voglio al più presto risolvere.

E così alla sera, dopo aver cenato all’aperto, entro nel discorso.

Cara, visto che ora ci metti solo un quarto d’ora ad arrivare fin qui, perché stanotte non dormiamo a casa tua?

E’ questo che vuoi?

Sì, è tanto che non stiamo da te.

Allora infilati una giacca a vento e partiamo.

Va bene, e lasciamo stare tutto com’è, metterò in ordine domani quando si ritorna.

Mi alzo da tavola, m’infilo la prima giacca a vento che trovo all’attaccapanni, chiudo solo la porta e salgo sul fuoristrada. Lei ha preso solo la sua borsetta, la getta sul ripiano sotto il cruscotto, si siede al posto di guida, gira la chiavetta e senza più parlare partiamo.

C’è un cronometro sul cruscotto, appena superato il cancello di casa lei lo fa scattare, poi accende i fari, io mi volto per vedere il tavolo abbandonato con le posate, i piatti, i bicchieri ed i resti della nostra cena, ma non riesco a scorgere nulla, solo una foschia lattiginosa.

Il motore intanto ha preso a rombare a pieno ritmo, il panorama scompare, anche il chiarore se ne va, restano solo i coni di luce dei due fari che sembrano farsi solidi.

Sento il vento sibilare così forte da superare in rumore del motore, un vento che s’insinua con forza fin dentro l’abitacolo mentre l’aria appare più densa ed un riverbero viola ci avvolge.

A tratti la nebbia si dirada e scorgo in alto, forse sopra un colle, una costruzione medioevale che s’intravede nella foschia e veloce schizza via per lasciare il posto ad un altro edificio similare, un po’ più allungato e con estesi bastioni.

Vengo all’improvviso preso dallo spavento e mi afferro al cruscotto: davanti a noi c’è il ponte del Diavolo, quello di Borgo a Mozzano e noi sfrecciamo velocissimi sotto l’arcata principale poi la nebbia si fa ancor più fitta ed appare la sagoma d’alcuni ruderi di castelli. Alle mie spalle giungono bagliori da quello che mi sembra un edificio più moderno, squadrato, forse una villa, mi domando se non sia quella di Catureglio che fu abitata da Lucida Mansi.

Stiamo ora girando attorno ad una grande torre nera a base quadrata ed ecco all’improvviso riappare il sole del tramonto e siamo nella campagna modenese davanti alla casa di lei.

Mi guardo intorno inebetito, lei ha il cronometro in mano ed esclama soddisfatta:

Quattordici minuti, tre secondi e undici decimi!

- Un nuovo record del cazzo…

Mormoro con un filo di voce mentre mi guardo nello specchietto retrovisore e mi scorgo bianco come uno straccio lavato.

Cosa hai detto amore?

Niente, ho bisogno d’una birra.

…………….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MASTIO DEI DELIRI

 

" il globo è un mattatoio

ed io sono il carnefice del demonio

bambina"

Pensieri, pensieri che affiorano nella mia mente, che volteggiano ed infine si fissano su accenti concreti, su realtà solide.

Anche se E.A.Poe ha scritto che la morte d’una bella donna è senza alcun dubbio l’argomento più poetico che vi sia al mondo, la sottoscritta si permette di dissentire. Soprattutto se la morte riguarda proprio la sua persona fisica, che tra l’altro ha intenzione di mantenere di bell’aspetto ed in buona salute il più a lungo possibile.

Così dopo le prime avvisaglie di un qualcosa di spiacevole che stava per avvenire, ho preso armi e bagagli e mi sono ritirata in un’inaccessibile baita che possiedo in alta montagna. La baita è a forma di cupola, dall’esterno appare come una gran semisfera argentea, all’interno vi sono tutte le comodità di un appartamento di lusso.

Sono completamente autosufficiente grazie alla tecnologia del quarto millennio e mi sono portata dietro il mio amico del cuore.

Un umano? Chiederete voi, neanche per sogno!

Diceva nell’antichità Alan Mathison Turing, uno dei primi dimenticati teorici dei computer, che avremo macchine intelligenti quando riusciremo a fargli fare dieci trilioni di calcoli il secondo. E vi assicuro che Lodovico, Lodd per gli amici, riesce a farne molti di più.

E’ dunque un senziente e della specie più raffinata. Mi fu regalato da mio padre, che era un genio nel programmare queste cose, quando ero ancora una ragazzina ed è stato il mio vero compagno di giochi. Anche di giochi erotici e lui ne conosce davvero tanti. I suoi neurochip sono sistemati da qualche parte, ma su questo è sempre stato molto riservato: il suo avatar principale è qui con me ed ha l’aspetto d’un perfetto giovane, ed è bellissimo!

Le sue estensioni si diramano per tutta la rete ed oltre, e sono in stretto contatto con una specie di gilda. Un antico scrittore di fantascienza definì tecno-nucleo un qualcosa di simile che s’è creato in rete.

E’ stato Lodd ad avvertirmi di quello che stava per scatenarsi.

 

Io canto, canto la morte delle città medioevali con tutte le finestre dei piani terra munite d’enormi sbarre di ferro: erano i magazzini dei mercanti. Ed io ho le città nel sangue e canto la morte, la morte degli animali e quella degli uomini. La morte violenta che da gioia a chi la procura. Il ragno suona nella mia mente, mentre la lama tra le mie mani mozza prima gli arti e poi le teste. I cani tagliati in due con un sol fendente ed i gatti infilzati nelle pertiche, lasciati seccare al sole impietoso. Canto il sangue e la morte, la grande consolatrice che appare dal nulla nelle nebbie delle città babilonia, nelle sue interfacce coi quartieri a luci rosse con prostitute impalate agli angoli dei crocicchi grondanti di sangue e clienti evirati abbandonati sui marciapiedi tra le immondizie.

 

Non ho creduto a Lodd all’inizio, ma quando la maggior parte dell’acqua del pianeta è stata contaminata da batteri che l’ha resa inutilizzabile e color del sangue, ho cominciato a dargli retta e con lui mi sono rifugiata nella cupola isolandomi dal resto del mondo. E sto cercando di ricordare, anche se una musica in sottofondo mi distrae. Avevo all’inizio mostrato molto scetticismo e non ero riuscita a concatenare i fatti che erano accaduti e che stavano sotto gli occhi di tutti. C’era stata quell’invasione di rane che s’erano moltiplicate senza senso in ogni angolo del pianeta, assumendo anche dimensioni gigantesche, dopo le rane erano arrivate le zanzare, enormi, anofele, tigri, ed avevano riportato antiche malattie. Il gigantismo aveva colpito anche i mosconi, divenuti grossi proiettili metallici, mentre nubi di locuste distruggevano ogni cosa nei loro spostamenti.

E tutto questo avveniva mentre nuove ed antiche malattie distruggevano il bestiame ed i primogeniti umani colpiti da un’inspiegabile nuova virulenza dell’AIDS si ricoprivano d’ulcere per poi soccombere tra atroci sofferenze.

" bambina

desideri una libbra d’autorità

perciò

mercanteggiala con la tua stessa ciccia"

Giunse poi la grandine ed il sole s’oscurò per più d’un mese. Gli antichi presagi e le sciagure che avevano un tempo colpito l’Egitto erano di nuovo realtà. Ma chi stava dietro a tutto ciò? Un improbabile dio?

Lodd sostiene che la setta degli schizzati "bambini dell’islam" stia dietro a tutto con l’aiuto di qualche folle entità del tecno-nucleo.- Nostra Signora dei Dolori - mormorò una sera, quasi con paura, ed io gli chiesi spiegazioni, seppi così che è un’entità malvagia, fa parte anche della rete, ma è un essere antico.

- Un demone?

- No, è qualcosa di più complesso.

I ricordi s’affollano nella mia mente ed ora che hanno un andare quasi ordinato, non disturbati dal canto in sottofondo, sento la cupola vibrare, un forte vento?

 

Canto il terrore della vergine sfondata impietosamente con membri sempre più giganti che la penetrano davanti e dietro fino alla sua fine. Canto le auto schizzate sulla folla a gran velocità, le ossa che si spezzano, i liquidi organici che ancor caldi, fumanti, si spargono al suolo e vengono poi assorbiti dalla madre terra. Canto le mille diverse morti, gli inferni, il rosso colore del sangue, l’atroce dolore, l’orgasmo che si protrae fino alla morte.Tanti mi ascoltano, in tanti amano il mio canto, mi chiamano morte, anticristo, bestia e sparano su di me le cazzate più oscene. Ma io amo solo il mio canto che parla d’orgasmi e di morte, di dolore e di sangue, di fuoco e di lame. Non sono un dio, non un demone, non uomo, non bestia, non sono maschio né femmina, non sono né vivo né morto. Sono solo il cantore: io canto.

 

La vibrazione indefinita è sempre più forte, si miscela al canto che volevo ignorare, è come se la realtà si scomponesse.

- Lodd, Lodd! Ma che cazzo succede?

- ……………………….

Lood e davanti a me, muto, sta svanendo, come il pavimento d'altronde, le pareti, l’intera stanza, il mio stesso io sta disgregandosi, sono in terra accucciata, nuda in posizione fetale, sotto di me c’è qualcosa di morbido……

Un tappeto! Mi allungo e rotolo fuori di esso, mi ritrovo su un pavimento di marmo bianco, che però non è freddo al contatto con la mia pelle.

Il tappeto. Il tappeto dei sogni, solo uno su un miliardo è un brutto sogno, e guai a chi lo trova, non si riprenderà più dallo shock.

Il tappeto dei sogni, è l’unica cosa che ricordo, un brutto incubo m’ha posseduta, ma allora tutto quello che stavo pensando fino ad ora è una finzione, un’irrealtà, ma questa musica lontana è ancora presente.

" dammi il tuo cuore bambina

strappatelo via dal petto

fallo sgocciolare

sulle mie scarpe

e forse ti noterò"

So che i tappeti danno la felicità, danno l’amore: una sola follia in cambio di un miliardo di sogni felici. Adesso nessuno vorrà avere più a che fare con me, ho conosciuto l’inferno, la felicità mi sarà preclusa. Mi trascino fuori della stanza, c’è un bagno, cerco delle lamette per barba nei vari armadietti, butto freneticamente tutto per terra, ma finalmente le trovo.

"siamo fratelli di sangue

siamo fratelli di tomba

siamo fratelli di vita

siamo fratelli di morte

perseguitami fratello

ed io ti perseguiterò

feriscimi fratello

ed io ti ferirò

uccidimi fratello

ed io ti ucciderò

e tu bambina

succhia questi mille cazzi"

Una vasca da bagno, invitante, colma d’acqua tiepida, getto nell’acqua sali profumati, ma per un attimo mi sembra d’esser circondata da cazzi che stanno venendo, mi trovo tutta sporca di sperma, anche la bocca è piena, sto vomitando, volo fino alla tazza e vomito, mi rialzo sul viscido pavimento infine mi butto dentro l’acqua, pulita, tiepida, profumata della vasca. La vasca colma d’acqua, la schiuma fragrante trabocca, mi rilasso, una sensazione piacevole m’avvolge, ho ancora la lametta in mano e…… pian piano l’acqua della vasca si tinge di rosso, anche la schiuma assume lo stesso colore…..chiudo gli occhi….

Sono nuovamente sul tappeto, anche la vasca è stata un sogno, cerco d’alzarmi in piedi e scendo dal tappeto, rialzo la testa ed un uomo è accanto a me, vestito come un samurai medioevale. Mi fa accucciare in terra, mi afferra dal dietro e con le mani m’allarga le natiche, lo sento penetrare con forza entro di me, con rapidi colpi viene. Mi alza, sono in piedi nuda davanti a lui, sento il suo sperma colarmi dietro le gambe. Lui da terra afferra una grande spada e mena veloce un fendente, sento la lama affondare nel mio collo, la mia testa vola in alto, poi cade a terra con un rumore di cocomero che si spezza mentre il sangue si sparge in minute goccioline ed anche l’aria attorno al collo mozzato si fa rossa.

Piombo sul tappeto, mentre la testa rotola via lontana.

" bambina

la mia casa è l’inferno

ci sarà da divertirsi

troverai infine ciò a cui aneli

la morte la morte la morte

e quant’altro

scava il mio segreto negli osceni orifizi

delle mie prede

strappa una confessione

al loro silenzio

solo allora mi possederai

ed avrai il fuoco ardente

fin nelle viscere"

Sono sempre sul tappeto, ancora viva, non sono decollata, tutto il sangue è scomparso, un bel giovane s'avvicina e mi si stende sopra, in silenzio mi allarga le gambe e m’infila, col suo membro, ritmicamente mi penetra, mentre le sue mani dolcemente mi accarezzano. Lentamente mi rilasso, inizio poi a godere, sento il suo membro farsi sempre più grosso e più duro. All’inizio godo sempre più, poi subentrano dolore misto a piacere, arriva poi solo il dolore.

Urlo, mi dispero con le ultime mie forze mentre all’interno mi sento sfondare tutta. Infine lui toglie l’enorme membro che gocciola del mio sangue e mi rendo conto che sto morendo dissanguata. Chiudo gli occhi e quando li riapro sono nuovamente in posizione fetale sullo stramaledetto tappeto, da ogni parte una scolaresca di bambini che mi girano attorno, mi guardano, mi toccano con la punta delle loro scarpe. Alcuni di loro mi stanno pisciando addosso coi loro pisellini rosei sfoderati, allora mi alzo in piedi di scatto, dritta sul tappeto, nuda, sporca e loro ridono, non riesco ad uscire da quel maledetto rettangolo di morbido tessuto, vorrei schizzar via, ma una forza invisibile mi blocca, chiedo aiuto, I bambini ridono, poi annoiati cominciano ad andarsene, una di loro mi tira un oggetto. Lì per lì non comprendo cosa sia, l’afferro, sta vibrando, poi capisco, è un vibratore, me lo infilo allora tra le gambe.

- Vi piace la lezione di stamani bambini?

Me lo sposto in su e giù, con rabbia.

- Vi divertite, stronzi?

I bambini applaudono, sono tornati tutti, lo spettacolo li diverte, soprattutto le femminucce sembrano interessate ed io seguito a scoparmi con rabbia, ci metto più foga, un filo di sangue goccia sulle mie mani e loro ritmano il movimento con applausi che escono dalle loro manine. Incredibilmente godo, raggiungo l’orgasmo e non c’è più nessuno, non ho neppure più niente in mano, io sola, con una lontana musica, in un’immensa sala, sopra un grande e folto tappeto.

Cosa sono? Una donna? Un programma? Un incubo?

Mentre mi sto chiedendo tutto questo vedo le pareti andare a fuoco, anche il pavimento è in fiamme, solo il tappeto sembra reale ed io ci sono sopra: non sento caldo, tutto è normale.

Mi accoccolo contro di esso, sento che mi protegge, accarezzo la sua morbida lana mista a sete pregiate. Il tappeto è la mia vita, il tappeto è il mio sogno, il tappeto è la mia via. Mi addormento.

 

Il cantore si materializzò nell’immensa aula sita ai primi piani della torre, la stanza del tappeto dei sogni. Una giovane donna nuda in posizione fetale stava dormendo su di esso e sognava…. La qualità del sogno era deducibile facilmente dagli occhi chiusi che lacrimavano sangue. Il cantore alzò la sua chitarra in aria che si trasformò in daga e con tutta la sua forza colpì il corpo della donna che si spezzò in due in un gran lago di sangue. La daga insanguinata ritornò chitarra ed il cantore intonò una nuova musica mistica e satanica in onore dell’essere che aveva appena sacrificato santificandolo e liberandolo dalla trappola del tappeto dei sogni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LAMIA

 

L’imponente struttura in pietra s’ergeva al limitare di un’area verdeggiante composta quasi esclusivamente da prati che erano avvolti da una perenne nebbia. I pascoli bruscamente terminavano con un dirupo a picco sul mare, un oceano sempre grigio ed agitato che con violenza si frangeva contro gli scogli sottostanti. Un lato del mastio era proprio a picco sulla scogliera.

All’interno, nella sua stanza, la lamia attendeva com’era nella sua natura: sapeva sempre chi sarebbe venuto, se fosse stato uomo o donna, ma chiunque entrava in contatto con lei restava folgorato dalla sua ipnotica bellezza e veniva colto da un insano desiderio d’amore e di possesso. Tutti giacevano con lei più volte, fino al completo sfinimento, poi se n’andavano chini e confusi, lei infatti, assorbiva le loro energie, i loro desideri, i loro pensieri. Gli amanti, trasformati in larve vagavano nel mastio per poi uscire senza mai più ricordare chi fossero. I più fortunati precipitavano dalla torre sulla scogliera rimanendo uccisi dagli scogli sferzati costantemente da un mare impetuoso perennemente in tempesta.

La lamia era bellissima e senza tempo, al pari d’un ragno attendeva immobile le proprie prede, talvolta passeggiava lenta per la torre, e molto di rado si recava sugli scogli ad interrogare le impetuose acque che con violenza lì si frangevano. Girava poi lenta lungo i corridoi, saliva e scendeva le antiche scale, si soffermava sulla porta dell’aula del tappeto guardava all’interno, senza mai entrare, ed anche senza curiosità, perché questo stato d’animo non faceva parte della sua natura.

Appariva sempre bellissima ed i suoi abiti erano ricchi e preziosi, sempre ben curati, e questo era difficile da comprendere: come potevano essere sempre perfetti se nessuno l’aveva mai scorta lavarli o stirarli? Forse in questa torre tutto era illusione, comunque lei si spogliava solo quando giaceva con un amante, uomo o donna che fosse, e la sua biancheria, anche quella intima, era sempre in ordine, perfettamente pulita e profumata. Come la sua pelle d'altronde, e lei amava, amava fortemente ed appassionatamente, il suo amore era così intenso, così totale che assorbiva, svuotando l’essere amato, e lei era insaziabile. Dopo aver assimilato un amante, era pronta a riceverne un altro, se questo era scritto nel libro del destino. Gli amanti erano le sue vittime, il suo nutrimento, questa l’energia che le permetteva d’esistere. I suoi pensieri erano estremamente semplici, la cattiveria e la bontà erano per lei parametri senza significato alcuno, solo l’amore che lei donava aveva un senso e veniva pagato con l’energia tolta.

 

Gisberto era andato in ferie con tutta la famiglia al seguito: moglie e figlia. Ed adesso se la spassavano in quel lontano paese tutto sole, mare e verdi colline. Un’auto a noleggio li aveva attesi all’aeroporto e proprio con quella, dopo una giornata di mare incantato, stavano ritornando all’albergo. Gisberto affrontò a velocità sostenuta una leggera curva a sinistra, la strada era a sole due corsie, ma ampia e ben tenuta, la visibilità era ottima anche se stavano allungandosi le prime ombre del tramonto. Subito dopo la curva c’era un incrocio con un’altra arteria, ma più piccola di quella che stava percorrendo. Sole all’orizzonte, visibilità perfetta, intorno all’incrocio solo prati verdi, l’altra strada era completamente libera e Gisberto attraversò l’incrocio a tutta velocità.

L’impatto improvviso fu tremendo, Gisberto fu sbalzato via a diecine di metri dalle due auto che si erano incastrate l’un l’altra.

….ma non c’era niente, la strada era perfettamente sgombra…

Fece per rialzarsi ma un dolore lancinante al fianco sinistro lo costrinse a rimanere piegato, proprio in quell’istante le due auto innaturalmente allacciate, esplosero, e schegge di metallo e di plastiche combuste sibilarono sopra la sua testa.

…niente, non c’era niente, come è possibile?

Aveva perso la cognizione del tempo e quando riuscì a rialzarsi vide le fiamme che si levavano dalla strada: una colonna di fumo nera saliva veloce. S’accorse d’essere senza una scarpa, ma la scorse poco lontano. A fatica si spostò per prenderla, poi se la mise mentre guardava le fiamme che continuavano ad ardere, ci fu un colpo sordo ed il fumo aumentò.

….mia figlia….mia moglie…..

Girò attonito più volte attorno al rogo, s’appoggiò ad un palo piantato ai bordi della strada, il dolore al fianco era lancinante, il fumo sempre più denso, il calore insopportabile. Guardò il cielo, neppure una nuvola, solo la colonna di fumo nero che s’innalzava ed un lontano grosso uccello che volava lento in cerchi concentrici. Nell’aria ronzavano piccoli insetti e qualche fiocco di cenere scendeva volteggiando.Il luogo dell’incidente non era più deserto, Gisberto scorse ombre d’auto che si fermavano, e fantasmi d’uomini scendere.

"ROUTE 166" e sotto "KM.73" diceva un cartello in metallo smaltato, arrugginito e scheggiato in più parti, piantato al lato della strada. Proprio accanto al cartello un viottolo partiva dalla strada e si dirigeva serpeggiando verso i verdi colli, che ora, al tramonto, erano divenuti rosso scuro.

Gisberto, incurante del movimento che stava aumentando attorno a lui, adesso c’erano anche luci intermittenti azzurre e rumore di sirene, imboccò lentamente il viottolo, strascicando i piedi e s’allontanò dal luogo dell’incidente.

…non c’era niente…niente…rivoglio la mia famiglia…

Ma si sa, un dio, se c’è, è sempre occupato da qualche altra parte, e Gisberto proseguì la sua passeggiata allucinata fino a tarda notte, il sentiero proseguiva trai colli ben disegnato nell’erba bassa, ma fitta, senza mai incontrare alcun altro viottolo. La notte era quasi al termine quando Gisberto sempre seguendo il sentiero passò vicino ad un’antica costruzione in pietra.

 

La lamia da una finestra scorse l’uomo che si stava avvicinando, conosceva la sua storia ed era stata allertata dalla frattura che lui aveva subito. E lei era molto sensibile alle fratture, la costruzione stessa si muoveva tra radianti e fratture. Con i suoi poteri ammalianti chiamò l’uomo a sé, già sapeva che l’avrebbe avuto. Infatti l’uomo abbandonò il sentiero e dopo poco attraversò il portale di un grande edificio di pietra, sapeva che era atteso e la confusione che aveva nella testa, l’impossibilità dell’incidente, la morte della figlia e della moglie, tutto questo lentamente stava svanendo sostituito da una eccitazione ovattata e da un piacere inatteso. L’oblio lo stava raggiungendo, salvandolo così dalla pazzia, ma sprofondandolo prima nel piacere e poi nel nulla. Salì le scale e giunse nella stanza ove il richiamo d’amore era più forte. Su un immenso divano una bellissima donna nuda lo stava con ansia attendendo. La sua mente era ormai svuotata, l’incidente, l’assurdità dell’evento, la morte dei suoi cari, tutto era stato pietosamente coperto dal drappo della dimenticanza. Si denudò e giacque con la bellissima donna. Per quanto tempo? chissà l’amore della lamia bloccava anche il tempo, ma quando lui fu totalmente svuotato, nudo se ne andò ed imboccò il sentiero, nella sua mente c’era solo il vuoto assoluto. La lamia sapeva che sarebbe sopravvissuto, una tribù l’avrebbe accolto ed accudito. Seppe anche che avrebbe ricevuto, tra poco, il frutto di un’altra frattura che si era già aperta.

 

Si era allontanato per tutta la notte dal luogo dell’incidente e ad un tratto tra i prati ondeggianti scorse tra le nebbie un’antica costruzione in pietra e seppe che qualcosa o qualcuno lo stava osservando con morboso interesse. Ne ebbe paura e proseguì inquieto lungo il sentiero guardandosi spesso alle spalle, ma senza mai scorgere niente. Prosegui stancamente per ore, forse giorni, vide poi in lontananza un villaggio, si schiarì la vista e scorse case rotonde in pietra con tetti di paglia. Dallo sforzo la vista gli si annebbiò e cadde svenuto di traverso al sentiero. Molto tempo dopo si risvegliò in una grotta, no si ricordò delle case, era in una di quelle capanne rotonde che aveva scorto: era su un giaciglio, con pelli addosso.

In un angolo una luce ad olio rischiarava appena l’ambiente…ma era troppo stanco e gli occhi si richiusero.

Fu curato, pulito e rivestito, gli fu dato del cibo da uomini e donne silenziosi, vestiti con lunghe tuniche di tela colorata. Gisberto riprese le forze, cercò di farsi capire, ma invano, tutti erano muti e comunicavano tra loro con lenti ed armoniosi gesti. Smise di tentare di parlare con loro e con sorpresa s’accorse che riuscivano ugualmente a comprenderlo, ed anche lui pian piano avvertiva le loro silenziose domande. Una giovane era quasi sempre con lui, l’accompagnava, gli portava il cibo…..ma sentiva che doveva tornare, tornare alla sua casa, capire cos’era accaduto, riprendere le proprie cose, parlare con gli amici ed i parenti dell’accaduto….capire cos’era accaduto..ritrovare….

ritrovare cosa? Moglie e figlia sono morte…perché?

Ma una mattina imboccò il sentiero e tornò indietro fino al cartello ROUTE 663 – KM.73. Sull’asfalto tracce di bruciato, fece l’autostop, ma non tornò all’albergo, si diresse subito all’aeroporto ed acquistò un biglietto per tornare in Europa.

Il giorno successivo era all’aeroporto della sua città, si recò al parcheggio, ma l’auto che aveva lasciato, non c’era più: quanti giorni erano passati da quando l’aveva parcheggiata lì?

Fermò un taxi e si fece portare vicino a casa sua, meno male che aveva conservato il portafogli con le carte di credito. Scese all’imbocco della strada ove si trovava la sua abitazione: aveva una strano presentimento, voleva osservare tutto attentamente prima di decidersi di rientrare in casa. Fermo all’angolo vide in fondo al viale la sua auto parcheggiata, proprio di fronte alla casa, ove lui la lasciava sempre. Poi….ma si disse "non è possibile", vide uscire sua figlia dalla casa ed anche sua moglie…..e si infilarono in macchina. Gisberto quasi svenne e s’afferrò ad un cancello per non cadere, ed esterrefatto scorse la sua auto partire e venire verso di lui.

L’auto passò silenziosa rasente il marciapiede vicino a lui che se ne stava aggrappato al cancello e lo stringeva così con forza che le sue unghie erano penetrate nella carne e stava sanguinando. Occhi stralunati, vestiti spiegazzati, barba lunga, osservava atterrito l’auto che ora quasi lo sforava e vide…al volante….al volante….lui era al volante, accanto a sua moglie, dietro la figlia che si girò verso il lunotto e gli strizzò un occhio sorridendo.

Gisberto per poco non svenne ed a lungo rimase aggrappato al cancello. Ed una voce entro di lui gli diceva che qui era ormai totalmente fuori posto e gli sussurrava di tornare…di tornare….

A piedi, lentamente s’avvio verso l’aeroporto……

Il volo di ritorno fu senza storia, lui era svuotato, non riusciva più a pensare mentre gli altri passeggeri lo guardavano strano e lanciavano occhiate preoccupate nei suoi confronti.

Si ritrovò nella città esotica ed imboccò la route statale 663 pian piano giunse al KM.73 e con le ultime forze, erano giorni che non mangiava, che non beveva e che camminava…dopo molto tempo giunse in vista del villaggio ed ancora una volta svenne. Si ritrovò nella solita capanna di pietra rotonda con lei che amorevolmente l’accudiva. Quando si fu ripreso arrotolò i suoi vestiti occidentali con dentro portafogli, orologio, spiccioli, chiavi, ecc. e gettò tutto nel fuoco sacro che sempre ardeva ai margini del villaggio accudito sempre da due giovani.

 

 

La lamia lo sentì passare ed avvertì una nuova frattura, o forse questa volta fu lei stessa a procurarla, lui si dirigeva zoppicante verso il villaggio, ma cadde sul sentiero accanto alla torre. Era svenuto, immobile, la lamia allora scese le scale e si diresse in direzione dei prati, erano secoli che non imboccava questa direzione e giunse di fronte a lui, lo scosse, lo fece rinvenire ed abbracciandolo lo condusse all’interno sull’enorme divano.

Il suo seme e la sua mente si svuotarono mentre con lei giaceva ed una sensazione piacevole di déjà vu lo avvolgeva. Quando la lamia terminò il multiplo amplesso con lui, contrariamente alle sue abitudini, lo accompagnò al sentiero e lo avviò in direzione del villaggio. Lei sapeva che l’avrebbero accolto e curato e che una giovane mora di capelli e con gli occhi d’oro l’avrebbe amato. Le tre fratture si sarebbero ricomposte: poi la lamia dimenticò, com’era sua natura e si soffermò davanti alla porta dell’aula del tappeto, una giovane si dibatteva intrappolata su di lui.

Non erano fatti che la riguardavano e si recò nella stanza degli specchi per ammirare il suo perfetto corpo. Restò immobile nella propria adorazione per ore? Giorni? Mesi? Anni? Secoli? Millenni?

 

 

 

 

UNA SCULTURA DI GRAN PREGIO

 

 


La donna al piano sbuffò, aveva dei dipinti da finire e odiava comporre quelle inutili scale. La musica rallegra gli animi tonti degli ascoltatori, ma lei aveva ben altri desideri e voleva scappare. I suoi fiori l'attendevano insieme ai pennelli e alla creazione. Lei amava la solitudine del suo amore per l'arte. E di fatto viveva in una casa spersa, senza compagni, al centro di un gran campo coltivato e fiorente d’anno in anno.
Sennonché successe che tutte le forme e i colori e gli odori possibili infine si ripeterono e mai più la scossero. La noia aveva vinto sul sublime. E la donna si sentì tradita, fuggita, disillusa. Abbandonò i quadri che doveva completare e coprì con stracci quelli cui più teneva. E decise che mai più avrebbe amato, e pregò anzi che ogni residuo di purezza morisse in lei.
Nel timore di se stessa, nella noia, nella sua arte rarefatta, la donna si nutrì di bruttura. Strappò ogni petalo dei suoi fiori amati, fece sua la bellezza non più con la creazione ma con la violenza, e si disse saggia e molto giusta. Ogni momento, interi ricordi svanirono in lei. E allo stesso modo il suo animo s’intorpidì.
Così passarono le stagioni, e il campo fu stranamente spoglio. Le macchie variopinte che l'avevano sempre vestito di graziose fantasie erano svanite, e al posto loro era la terra nuda e molle. Venti aridi portarono polvere, spaccature nel cielo preannunciarono temporali, e non c'era da stupirsi che la donna fosse afflitta e pentita, ma ad un tratto, senza alcun preavviso, si riscosse e fu come se un’intera dose d’adrenalina fosse stata iniettata nelle sue vene.

Balzò in piedi con irruenza e si diresse veloce verso la finestra della sua camera. Con forza la spalancò lasciando che le ante sbattessero pure violentemente. Si sporse dalla finestra e fissò a lungo il fiume che lontano scorreva in fondo al pianoro. Lo fissò a lungo. Poi uscì dalla casa e si diresse verso le acque che la stavano con insistenza chiamando, si fermò sopra uno scoglio e si sedette, come aveva fatto moltissime altre volte, tanti anni prima, quando la voce del fiume le ispirava le opere.

La donna attese che lo sciabordio delle acque le sussurrasse di nuovo, ed udì ancora una volta la voce del fiume, ma era diversa da come la ricordava, radicalmente diversa. Il fiume stava parlando alla "donna del fiume", ma non a lei, n’era sicura. E sentì una voce rispondere, adesso erano due richiami che si sovrapponevano intrecciandosi anche allo sciabordio delle acque, come un canto a più voci. Lei fu presa dalla polifonia, sempre più penetrante e piacevole nello stesso tempo e solo molte ore dopo riuscì a comprendere il canto.

Si recò allora nuovamente in casa, scese in quello che un tempo era stato il suo studio e tolse gli stracci polverosi coi quali aveva coperto le sue opere. Gettò gli stracci nel caminetto, ci versò sopra dell’alcool e li incendiò. Ripulì per bene ed appese le tele, anche quelle incompiute, alle pareti e sui cavalletti. La sua arte, non più celata, ora inebriava la stanza e si sentiva nuovamente circondata ed in sintonia con quelle linee-forza che dalle sue opere si sprigionavano ed a lei tornavano in un feed-beck creativo e senza fine che lei pensava ormai d’aver per sempre dimenticato.

Solo una piccola scultura incompiuta era rimasta sul pavimento ricoperta da un polveroso straccio. La scoprì e la posò sul tavolo: un cilindro d’ottone in parte ossidato, dal quale fuoriusciva dal lato ricurvo un minuscolo busto umano con le braccia levate al cielo. La scultura era piccola, alta solo una quindicina di centimetri: la fissò a lungo ed attraverso i suoi occhi seppe che veniva osservata con interesse anche dal "fiume" e dalla "donna del fiume". Si mise le mani in tasca e sentì il contatto con tre piccole pietre che automaticamente aveva raccolto poco prima sulla riva del fiume. Le posò sul tavolo accanto al cilindro, poi da un sacchetto posato su una mensola, trasse un vecchio biochip, la cui piastra era ossidata da tempo.

Attivò il cannello del fusore molecolare ed inserì l’oggetto all’interno della scultura facendo sì che le rispettive molecole s’integrassero vicendevolmente. I tre sassolini furono integrati all’interno del corpo metallico solo parzialmente, infatti alcune parti di essi affioravano dalla compattezza della scultura. Col fusore trattò a lungo le molecole dell’oggetto ed a lavoro finito la scultura, anche all’esterno, aveva cambiato radicalmente aspetto ed oltre metà di essa appariva cristallizzata. Il piccolo busto umano che usciva dal cilindro adesso era quasi del tutto scomparso, solo la testa era visibile, ma riflessa all’interno dei cristalli.

La donna terminò l’opera, salì in cucina e si cibò, non sapeva quanto tempo fosse passato dal suo risveglio, ma cedette alla profonda stanchezza che la stava assalendo.

Dormì a lungo, in posizione fetale su un tappeto del salotto, poi si recò in bagno e dopo una doccia ed una risistemata generale, scese nuda nello studio, afferrò la scultura (?) risalì le scale questa volta fino alla sua camera e la posò sul suo letto. Si distese pure lei accanto all’oggetto e cadde in trance. Non era stata colta nuovamente dal sonno, ma da qualcosa di simile, e giacque accanto all’oggetto a lungo, molto a lungo.

Quando tornò in stato di veglia corse nuovamente alla finestra, ed il panorama che vide era profondamente mutato, i campi erano tornati verdi e puntellati di fiori variopinti, ma oltre il fiume scorreva la striscia scura di una strada sulla quale scivolavano veloci mezzi colorati, forse metallici. Dalla strada un fastidioso ronzio arrivava fino a lei che tranquilla stava osservando, poi iniziò a vestirsi. Le due voci che si erano insinuate in lei l’avvertivano, la stavano seguendo e la consigliavano. Si rese conto, sempre più nitidamente che anche la scultura che lei aveva realizzato faceva da tramite.

Si era lasciata per troppo tempo travolgere dal fato, ma ora la stasi era cessata ed una nuova vita la stava aspettando.

 

 

 

Trascorsero molti anni dal giorno del suo recupero ed adesso lei abitava in una città assai lontana dalla casa vicino al fiume: risiedeva in un cuballoggio munito d’ogni confort di proprietà del grande magazzino ove lei lavorava. Della sua passata esistenza aveva conservato solo la scultura, che faceva bella mostra di sé su una mensola in alto nella sua abitazione. La sua vecchia casa più non c’era, aveva tentato di rintracciarla, ma al suo posto c’era solo una sequenza di campi incolti. Era stata sbalzata in una società tecnologica che non era la sua, ma ci si trovava molto bene, la lingua era diversa, ma non troppo, e lei fingendosi straniera (ma in realtà lo era) s’era pian piano inserita e quasi aveva dimenticato le sue origini ed anche le voci.

Un doppio lavoro le fece salire scalini in quella società: aveva infatti ripreso a dipingere e le sue opere venivano acquistate a prezzi sempre più alti. Ed un collezionista un giorno vide la sua scultura e le offrì una di quelle cifre che è impossibile rifiutare.

Le fu accreditata tutta quella grana e mentre la sua banca provvedeva agli investimenti, lei si era trasferita in una villetta alla periferia dell’agglomerato ove aveva il cuballoggio. Pienamente soddisfatta stava lavorando nel suo nuovo studio ad un’innovativa opera, la scultura olografica di una bellissima donna nuda che con le sue movenze, ma anche con le irradiazioni che emanava, sarebbe riuscita ad eccitare chiunque.

Era immersa nel lavoro quando sentì intorpidirsi le sue membra, si era come bloccata, non riusciva più a muoversi. La luce era improvvisamente divenuta opalescente e davanti a lei vedeva solo spesse lenti che rifrangevano linee distorte, senza senso. La luce giungeva a lei colorata e filtrata dai cristalli: mutava lentamente ma costantemente intensità e colorazione.

I suoi movimenti erano estremamente rallentati, non era bloccata, come aveva all’inizio creduto, ma lentissimamente poteva eseguire piccoli spostamenti, anche con gli occhi. Solo dopo tantissimo tempo, la donna si rese conto d’essere intrappolata all’interno della sua scultura, in quella che con troppa leggerezza ed avidità aveva venduto al ricco collezionista.

La scultrice che era misteriosamente scomparsa anche da quel mondo, dopo una breve serie d’infruttuose indagini, fu completamente dimenticata, ma le sue opere, tra le quali la famosa scultura, furono sistemate in una sala della severa galleria civica cittadina.

 

 

LEONE LEONE NON CI STO PIU’ CON LA TESTA

 

Non sappiamo cos’è dio – dio stesso non sa cos’è perché è nulla – dio letteralmente non è, poiché trascende l’essere –

(giovanni scoto eurigene)

Le sta davanti. Il suo cuore è intrappolato in una ragnatela d’ossessioni e spettri. Viottoli di morti e lordura infestano i giardini delle sue malinconie. E' secca la sua mente, ha fame il suo corpo. E dai pensieri gocciolano speranze intorpidite. Le mani strette gli bloccano il sangue. Sta pensando a cosa ha mai fatto in questi anni. Persone venute nella sua casa, persone partite dalla sua casa, sogni andati a male, propositi azzardati, qualche parola scritta. Il fuoco in lontananza sembra un'illusione. E bugia è nel fumo nero dei suoi reati.Vorrebbe parlare ma non ne ha la forza. Il volto di lei è nascosto, ma lui lo conosce bene e lo riporta al presente. Dalla terra fuoriescono radici rigonfie che lo trattengono nei passi aggressivi. E nel labirintico suono del suo respiro intravede il pericolo.Tutti sembrano ridere ma nessuno si diverte. Ha dato fuoco ai suoi scritti per porre fine ad un legame. Ora da lontano le grida s'affievoliscono, l'abbandono si fa più dolce. Ed è più facile perdonare chi con l’inganno mise la parola fine a tanto amore. Ed il vento porta lontano ogni pensiero, ogni ambascia: il vento del deserto che sta soffiando sempre più forte. La terra riarsa ormai mutata in sabbia, polvere e ciottoli, s’innalza in piccoli, ma foschi mulinelli grigi. Ogni tanto un cespuglio rotolante attraversa il sentiero che sempre più difficilmente si scorge, mentre il vento prosegue col suo monotono, continuo sibilo. E lui lentamente avanza coi suoi abiti a brandelli, col volto di lei ancora davanti agli occhi, mentre stancamente si va domandando: perché? Ma cosa è accaduto veramente? I figli? Ma la sua mente non ha risposte coerenti da offrire e si rifiuta di funzionare correttamente, ma gli invia solo dei lampi di memoria: due bambini che giocano, un coltello sporco di sangue, il sangue di chi?Una ragnatela d’ossessioni e spettri l’intrappola paralizzando i suoi pensieri: due bambini, una donna, un coltello sporco di sangue, un polveroso deserto ove assurdi cespugli sferici rotolano spinti dal vento che sibila, che mormora una filastrocca che si fa più udibile mentre i volti sempre più si confondono.

Leone leone

Non ci sto più

Con la testa

Riuscirò a rimettere tutto in ordine, si dice, anzi se lo pone come domanda, è questa comunque la speranza che goccia dai suoi pensieri sempre più intorpiditi.

Leone leone

Non ci sto più

Con la testa

E’ una nenia, una nenia nel vento ed un passo dopo l’altro cerca di rimettere a fuoco una vita, la sua vita, pensieri e persone che vengono e vanno, volti senza più un nome, tutto è sbiadito come in un monotono vecchio film in bianco e nero. Ora i volti sono tutti proprio uguali. Una casa, ma anche la casa è anonima, dovrebbe forse dirgli qualcosa? Le fiamme, un passo stanco dopo l’altro, le fiamme rivede: ha bruciato tutti i suoi scritti, il lavoro d’una intera esistenza. Buttare tutto nelle fiamme, gli occorse una intera notte, bruciare i suoi affluenti fu come bruciare se stesso, ma aveva perdonato tutti, ora voleva essere perdonato lui stesso. Ma chi aveva perdonato? Da cosa doveva essere perdonato?La donna, il volto della donna che prima appariva ossessivo ed adesso sbiadito, i bambini, i due bambini, suoi figli o un’immagine della pubblicità? Il vento, il deserto, i cespugli che rotolano: la notte incombe, lui si ferma e si siede su una roccia, tenta di scacciare la filastrocca dalla sua testa, ma è il deserto col vento che canta:

Leone leone

Non ci sto più

Con la testa

Il fuoco, gli scritti, ha bruciato gli scritti e con loro è scomparsa la sua vita, come se anch’essa si fosse dissolta nel camino. Gli unici ricordi che mantengono un minimo di nitidezza riguardano le fiamme ed il coltello insanguinato. Anche il volto di lei sta scomparendo.E’ calata la notte, il vento prosegue col suo sibilo che si trasforma nella nenia, le stelle appaiono opache, c’è vita attorno a lui nella notte del deserto.Non ci sta più con la testa.Il fuoco, gli scritti, ha bruciato gli scritti e con loro è bruciata tutta la sua vita.

E’ ora assorto nel tentativo di recuperare i suoi pensieri che tendono a svanire sempre più velocemente. Il coltello insanguinato ed i cespugli che rotolano sono le due cose che riesce a mettere a fuoco prima che il sonno lo colga.

Nella notte un animale gli si avvicina furtivo, strisciando, altri ancor più cauti lungamente l’annusano, insetti stanno pazientemente esplorando il suo corpo.

Da giorni non beve, da giorni più non si ciba: il mattino lo vede immobile scompostamente disposto per terra a faccia in giù. Dal nulla appaiono due neri uccelli che stanno volando in cerchio sopra di lui.

 

Alcune ore prima dell’alba ha avuto un ultimo pensiero cosciente, ma il ritornello ossessivo l’ha riportato in un baratro di follia nel quale sta scivolando.

Leone leone

Non ci sto più

Con la testa

Sembra ormai morto, coperto dalla polvere con gli insetti che fattisi più audaci iniziano ad esplorare le sue fessure.

Apre prima un occhio con estrema sofferenza, poi l’altro. Mettere un minimo a fuoco la vista risulta essere un’impresa non di poco conto. Riesce ad intravedere, poco distante, una roccia con un portale intagliato nella pietra, sui lati due serpi scolpite s’intrecciano ondulanti fino a congiungere le loro teste nella parte più alta dell’arco.

Ora la vista è a fuoco, la nenia è scomparsa, l’antro con il suo portale scolpito ed i due rettili che sembrano fissarlo l’hanno come ipnotizzato, lo stanno chiamando ed al contempo gli donano nuove forze.

A fatica riesce a trascinarsi nella polvere strisciando con le mani e coi piedi. Il lento movimento del suo corpo in avvicinamento lascia un solco nella terra e le pietre aguzze che feriscono le sue carni ormai insensibili, lacerano ulteriormente gli ultimi brandelli di stoffa che ancora ha indosso.

Ancora pochi metri all’imbocco del portale, ma il tempo che viene impiegato è lunghissimo ed il solco che lascia è macchiato dagli ultimi liquidi organici di un fisico ormai disidratato e da alcuni vermi bianchicci che sono usciti dal suo corpo.

Ma l’ipnosi indotta dai due rettili in pietra lo sospinge in avanti ed ora anche una dolce melodia proveniente dall’antro lo invita.

Giunge sulla soglia, poi lentamente si sospinge all’interno ed un nero totale l’avvolge mentre gli ultimi residui della sua coscienza svaniscono in dissolvenze lente. Sente forme sinuose avvolgerlo a proteggerlo, si sente come ingoiare dall’insieme di esse e vive non un’abominazione, ma una rinascita inaspettata ed improvvisa.

Infine sono il silenzio e la pace ad avvolgerlo mentre il tempo trascorre in maniera disuguale e senza un senso logico. Ritrova infine la pienezza del sé e scivola negli anfratti della caverna con movimento sinusoidale.

Esce poi all’aperto e la potenza della sua muscolatura lo riempie di gioia. Alza la testa e si guarda attorno: vede ogni piccola cosa fin nei più minuti dettagli, le sfumature di colore ora sono infinite. Le sua narici s’allargano ed i sensi affinati distinguono ogni variazione olfattiva e la trasformano organizzandola in un set ove le posizioni degli animali e delle piante sono note e si sovrappongono al set visivo. Fa allora sibilare la sua lingua e le vibrazioni degli animali, delle piante ed anche quelle delle cose sono ora a lui note. Sazio della sua potenza s’appoggia alla terra facendosi riscaldare dal sole. Solo a tratti la sua lingua bifide saetta sibilando e con essa mantiene il controllo della pianura.

I due serpenti di pietra che istoriavano l’arco, senza apparente fatica si districano dal portale e discendono sul terreno per giungere fino a lui che possente assorbe i raggi del sole e si nutre delle vibrazioni della terra. Si fermano disponendosi ai suoi lati pronti a proteggerlo da ogni aggressione: questo è il loro compito.

Più tardi lui s’avvia con onde lente e maestose verso un lontano ruscello e gli altri due più piccoli rettili in pietra, con rispetto lo seguono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro giorno

 

Non cercare finché non sei cercato,

perché quando trovi quello che cerchi

esso somiglia a te.

L'altro giorno, come tutte le mattine, mi sono alzato presto. Doccia, frammenti del sogno, un freddo cane: poi giù al bar, cornetto e caffè. Tutto in ordine. Dopo due chiacchere convenevoli, mi sono recato in ufficio. E sono iniziati i guai. - Desidera? mi ha apostrofato l'usciere. - Eh? ho fatto io. -Desidera?- Un buongiorno come tutti i giorni andrebbe bene, sorrisi io. - Ah, un po’ imbarazzato - Ha un appuntamento? serio. - Ma che appuntamento? - E' dell'assicurazione? divenendo pedante. - Siamo di buon umore, oggi, ho detto io, e mi sono avviato verso il mio ufficio.Ma ero a disagio.Nessuno sembrava conoscermi. Da lontano, quella voce continuava a chiedermi se avevo un appuntamento. A un certo punto ho capito che non scherzava. Nessuno mi degnava di attenzione. Ma era impossibile. Una sensazione sgradevolissima da provare di prima mattina, mi sono allora girato sorridendo e, rivolto alla voce che insistentemente voleva sapere se avessi o no un appuntamento, ho esclamato: -Sì, col capo. L’ho detto sempre sorridendo e sono andato avanti bello spedito, con sicurezza lungo il corridoio, ho poi svoltato a destra….silenzio, la voce s’è chetata, mi sono allora appoggiato alla parete per riprendere fiato, ho tirato un lungo sospiro, poi ho fatto altri passi in avanti fino a giungere alla porta a vetri del mio ufficio.

Di quello che avrebbe dovuto essere il mio ufficio….pian piano ho scostato la porta e mi sono trovato davanti Lola, la mia segretaria, che mi guarda con aria interrogativa.

- Ciao. Le dico timidamente.

- Ci conosciamo?

- Sì, sono stato qui altre volte.

- Mi scusi, ma passa un sacco di gente da qui ed io non sono fisionomista.

- Non importa, e il capo?

- La capa vorrà dire. No, non è ancora arrivata, ma lei ha un appuntamento?

- Senti Lola, avrei qualche problema.

- Mi sa che mi sono persa una puntata, lei conosce anche il mio nome.

- Non ha importanza, le puntate l’ho perse io.

- Oggi la capa forse non viene, anzi so di sicuro che non verrà per niente, se posso esserle utile…

- Puoi darmi del tu?

- Non è mia abitudine dar del tu ai clienti, ma lei mi è simpatico, anzi, mi sei simpatico, anche se mi sembri alquanto spaurito. A proposito, visto che ti do del tu e che già conosci il mio nome, come ti chiami?

- Donato, sono Donato.

- Allora, ciao Donato, come posso esserti utile?

- Ne parliamo a pranzo, vai da Evaristo alle tredici?

- Sì, ma come fai a saperlo?

- Ti offro il pranzo e poi ti racconterò un sacco di cose strane, e chissà forse potrai darmi una mano a venirne a capo.

- Amo le sorprese, e tu mi sembri una sorpresa dietro l’altra. Ed amo anche chi mi offre il pranzo.

- A più tardi allora, ti aspetto al ristorante.

- Ok! A dopo.

E me ne sono andato da quello che è sempre stato il mio ufficio in quella azienda nella quale lavoro da oltre dieci anni e adesso al posto mio c’è una capa, cazzo, una donna, ma cosa sta succedendo?

Sono uscito in strada ed ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di nuove stranezze: il negozio d’angolo era un fioraio, almeno fino ad ieri, ma oggi c’è un’edicola di giornali.

E questa è l’unica cosa diversa dal solito che ho visto in strada.

Prendo dalla tasca della giacca il telefonino e chiamo casa: il telefono è muto.

Faccio un altro numero….silenzio, sembra che non sia in rete.

Proseguo la passeggiata e molte auto sono come sempre parcheggiate sul lato destro della strada che porta ai giardini pubblici, in fondo però ci sono un paio di macchine arrugginite con appoggiati dei carrelli ossidati di supermarket, cosa questa assurda in pieno centro.

Guardo le auto con più attenzione e scopro un modello comunissimo, ce ne sono almeno quattro parcheggiate una accanto all’altra, ma è un modello che non ricordo d’aver mai visto, ne osservo bene una avvicinandomi, è nuova fiammante di color giallo, accanto alla targa c'è il nome del modello "ROSE" non ho mai saputo di un’auto di media cilindrata che si chiamasse ROSE.

Cerco allora la marca e trovo la scritta NAKAMURI, sul cofano, sui coprimozzi e sul volante.

NAKAMURI? Mai sentita. Ed ora che ci faccio caso ci sono anche tante altre auto lasciate ad arrugginire ai lati delle strade, in terra disegnati col gesso o con pezzi di mattone c’è pieno di disegni di "campana", quel gioco che una volta i ragazzi facevano sui marciapiedi, ma non era passato di moda? E a proposito di moda c’è un manifesto strano appiccicato ai muri, è sicuramente un manifesto pubblicitario, ma non capisco a cosa stia facendo la pubblicità, dice: - DI MODA E’ QUELLO CHE INDOSSIAMO NOI, FUORI MODA QUELLO CHE PORTANO GLI ALTRI -

Anche scheletri di aquiloni abbandonati sui fili della luce: troppi fili della luce (e anche del telefono?) in aria, e questi morti aquiloni li trovo inquietanti.

Decido di recarmi ai vicini giardini pubblici, per passare il tempo fino alle tredici ed osservo i negozi che mi sembrano quelli di sempre, ma sono i nomi ad incuriosirmi: Bii’i, Deriiu’u, Aaroinii’i.

Chissà da che cazzo di nazionalità provengono cognomi di questo genere, e mentre me lo sto domandando incrocio un bancomat, tiro fuori la VISA e digito il mio numero, e la macchinetta sputa senza esitare cinquecentomila. Prendo allora l’AMEX e riprovo con la stessa cifra, ma questa volta la macchinetta comincia a sibilare e s’accende una luce lampeggiante rossa.

Con fare indifferente mi rimetto in tasca il portafogli, lascio l’Amex dentro la macchinetta e proseguo verso i giardini girando attorno a due carcasse d’auto abbandonate.

Un’altra edicola e mi fermo.

- La Nazione.

- Che giornale è?

- Il quotidiano.

- Da noi non arriva, mi spiace.

- Mi dia allora un quotidiano locale

- Vuole Il Lettore o Notizia Ora?

- Me li dia tutti e due

Pago la solita cifra, li metto arrotolati sotto il braccio e cerco una panchina di mio gradimento.

Sono sicuro che leggerò una stranezza dietro l’altra.

Arrivo ai giardini, mi siedo su una panchina di ferro battuto, è la mia preferita e questa è come sempre, apro uno dei due giornali.

Sto sfogliandolo e trovo solo notizie locali senza alcun interesse: incidenti stradali, furtarelli, fermo di giovani ubriachi e senza patente, un concerto, l’inaugurazione di un nuovo parcheggio in periferia, una nuova mostra di pittura….

Mi sento osservato ed alzo gli occhi: davanti a me c’è un individuo in divisa, sembra dell’esercito, ma non ho mai visto una divisa così strana, alla bocca porta una maschera, sembra un respiratore e forse lo è.

E’ alto quasi due metri, ha due mani guantate e con una di esse mi porge un rettangolo di plastica d’un bianco abbagliante.

Gli sorrido sorpreso ed afferro il biglietto che mi porge, leggo cosa c’è scritto:"Migrante, lei ha 12 ore di tempo per presentarsi al comando Immigrazione, sito in centro nel quartiere 3 al numero civico 34/p – trascorse le 12 ore se non avrà ottemperato all’invito, lei verrà terminato – scusandoci per il disturbo che Le arrechiamo la preghiamo di non disattendere all’invito – SERVIZIO IMMIGRAZIONE"

- Migrante?

Quando ho terminato la lettura rialzo gli occhi, ma il militare lunghissimo è sparito, s’è volatilizzato senza aver detto niente, riapro allora il giornale dopo aver gettato l’ordinanza in un cestino per la spazzatura, e nelle pagine centrali trovo degli articoli scritti in un alfabeto stranissimo che sembra sanscrito, ma non lo è, perché un po’ lo studiai all’università , e non è neppure tibetano, è qualcosa di simile ma nel contempo di completamente diverso.

Le domande me le riservo tutte per Lola e m’immergo nuovamente nella lettura per vedere se riesco a capirci qualcosa.

O forse sono io che ho subito un qualche shock, che non ricordo perché ho rimosso, e credo di vedere cose strane mentre tutto è normale.

Ho trovato un solo articolo insolito dal titolo I VISITATORI TERMINANO 200 RETINENTI

Ed ecco il testo: "Come prevedono le recenti leggi, sono stati sorteggiati nella nostra contea 200 retinenti sui 1725 accertati. Alla presenza dei Garanti il computer ha casualmente estratto i nominativi alle ore 18 – Alle ore 21 i sorteggiati sono stati terminati a norma di legge".

Mi chiedo perplesso cosa significhi tutto questo, chi sono i visitatori e chi i retinenti, ma soprattutto, retinenti a cosa? Alla leva? C’è una guerra in corso? Dal resto delle notizie non sembrerebbe proprio. E spero proprio che terminati non significhi quello che penso.

E poi alle tredici sono da Evaristo ed il locale è quello di sempre, ed anche i camerieri, ma nessuno mi riconosce. Mi siedo ad un tavolo e chiedo d’apparecchiare per due, aspetto un ospite.

Ed alle tredici e qualche minuto la bussola d’Evaristo s’apre ed entra Lola, mi vede solo al tavolo apparecchiato per due ed avanza sorridente. Si mette accanto a me, incrocia le braccia, mi guarda negli occhi e: - Sono curiosa di sapere cos’hai da dirmi .

- In un altro mondo, in un altro tempo….no, forse il termine giusto è in un altroquando, io sono il tuo capo, l’ufficio ove lavori è il mio da oltre dieci anni, tu sei la mia segretaria da due anni e sempre da due anni noi andiamo a letto insieme. Ed in questi ultimo tempi, tua madre mi tempesta di telefonate perché vuole che ti sposi.

Lei mi guarda a bocca aperta e non dice assolutamente niente, speravo quasi contestasse le mie follie….ed invece niente, se ne sta lì muta a riflettere.

La bussola gira nuovamente, io l’ho proprio davanti e non posso far a meno di vederla: entra un militare, con la maschera alla bocca, si dirige deciso verso di me, ha in mano un biglietto bianco (il solito?) , lo posa delicatamente sul tavolo accanto al mio tovagliolo.

- Lei ha perso questo.

- Dovrei ringraziarla?

- …………..

Afferro il biglietto, lo metto in tasca, guardo il militare stupefatto, è altissimo, sarà più di due metri…ha degli occhi simili a lenti….a lenti a contatto? Mi scuoto, lo ringrazio nuovamente, con un cenno militaresco ricambia il saluto e se ne va.

Lola è visibilmente sbiancata.

- Sei un migrante? Allora è vero quello che dicono.

- Per favore racconta anche a me, ciò che dicono.

- Che arrivate da altri mondi, e quando giungete dovete esser registrati e vaccinati altrimenti potreste nuocere alla popolazione.

- Questa poi! Secondo te io sarei un alieno? Ed infetto per giunta?

- E che ne so? Queste sono cose che ho sentito dire, non ho mai visto un migrante e prima d’oggi non credevo neppure esistessero.

- E quel militare, i visitatori, chi sono? Da quanto tempo sono qui?

- Ma no, quello è solo un mestiere, tengono l’ordine e la disciplina, fanno rispettare le leggi: ci sono sempre stati.

- Da dove vengo io ci sono i militari, i poliziotti, i vigili urbani, i vigili del fuoco, ed altri corpi a proteggerci e a tenere l’ordine, ma non sono così strani ed alti, sono come noi. E secondo me quelli sono alieni, non hai visto che respirano da una maschera? E gli occhi, ti sembrano umani? L’altezza poi….sono tutti sui due metri.

- Alieni? Che significa?

- Lasciamo perdere per ora e pensiamo al pranzo, ho una fame da lupi, non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho mangiato.

Fortunatamente il pranzo non riserva sorprese, il locale è sempre all’altezza della sua fama, economico ed eccellente come nella mia realtà: perché questa, ormai ne sono sicuro, è una realtà diversa.

Spiego a Lola un po’ del mio mondo, m’interrompo solo quando entra un altro visitatore, gira un po’ tra tavoli e poi esce.

Le dico che lei era la mia ragazza e le racconto per filo e per segno tutto il nostro rapporto, da come era iniziato a dove stava approdando (il matrimonio?).

Troppi erano i particolari che le sottoponevo, ed adesso, ne ero sicuro, lei mi credeva.

- E i "terminati" che ho letto sul giornale? Cosa significa qui terminare qualcuno? Ucciderlo forse?

- Sei matto! Qui non si uccide nessuno, la pena di morte è abrogata in tutto il mondo da centinaia d’anni. Terminare è la punizione con la quale si colpiscono gli antisociali più irriducibili: l’identità civile viene cancellata ed il terminato è costretto ad assumerne una nuova. Praticamente è come se rinascesse: cambia nome, città – non ha più titoli di studio, patente, lavoro, famiglia…..perde tutto insomma è come se fosse arrivato ora. E deve ricominciare tutto da capo.

- Qui c’è scritto che se non mi presento, mi termineranno, che senso ha farmi questo? praticamente sono già un terminato.

- Senti, perché quando usciamo non ci rechiamo all’immigrazione? ti accompagno così sistemiamo ogni cosa.

- Sistemiamo? Mi sembra un po’ improbabile. Come torno nella mia realtà?

- Non lo so, ma forse gli addetti all’immigrazione lo sapranno.

Usciamo da Evaristo e ci rechiamo a piedi verso il palazzo dell’immigrazione, non è lontano e lo raggiungiamo in pochi minuti. Entriamo:una stanza quadrata con poltroncine modello sala d’attesa del dentista, ad una parete laterale c’è uno sportello ed una giovane distratta è dietro di esso.

Ci avviciniamo, le mostro il rettangolo di plastica bianco, lei lo prende e lo guarda con attenzione. Mi sorride e mi dice d’accomodarmi, tra non molto sarò chiamato.

- E la signora?

- Sta con me, mi sta accompagnando.

- Se vuole potrà assisterlo ed entrare con lei.

- Grazie era quello che volevamo.

Ci sediamo su due poltroncine in attesa, su un tavolinetto qualche rivista, ne prendo una e sto appena cominciando a sfogliarla, quando una porta che non avevo notato si apre e ne esce un signore molto elegante sulla cinquantina con un abito in tre pezzi camicia bianca e cravatta azzurra.

Mi tende la mano, la stringe e c’invita ad accomodarci nel suo ufficio. Entriamo e c’è un corridoio, più avanti ci fermiamo in un ampio ufficio con scrivania in mogano, poltrone imbottite di pelle, quadri (fiamminghi?) alle pareti, posacenere di cristallo, su un tavolinetto alcuni strani oggetti in acciaio cromato dei quali non comprendo la funzione, per terra un folto tappeto di foggia orientale, ad un angolo delle pareti sono accatastati una diecina di cellulari, mi pare spenti, di varie forme, colori e dimensioni.

Siamo seduti di fronte a lui che guarda con attenzione entro lo schermo d’un computer, non vedo cosa sta guardando perché è a lato della scrivania in una angolazione che me lo nasconde.

Batte qualche tasto, poi estrae da un cassetto dei fogli di carta bianchi e con una penna biro comincia a scriverci sopra qualcosa.

Infine si rivolge a me e mi chiede le generalità, nome cognome, data di nascita, nome dei genitori, residenza, stato civile, titolo di studio, professione svolta…..

Quando ha terminato con le formalità passa a domande più personali, tipo: il colore preferito, il film che più mi è piaciuto, il mio partito politico, se sono iscritto al sindacato…. E poi: lei è eterosessuale? In vacanza preferisce andare al mare o ai monti? Cosa preferisce come primo? Qual è la sua religione? Ma ci crede veramente? Quale auto possiede?….ed ancora prosegue con mille altre domande.

Alla fine mi chiede di raccontare la mia storia, ed io inizio dal mattino, quando nessuno mi riconosceva, e termino con l’incontro con lui nella sala d’aspetto.

- Cercheremo di farla tornare da dove è venuto, intanto l’affidiamo alla signora qui presente, quando poi avremo la soluzione le faremo sapere.

E detto questo ci congeda velocemente stringendoci la mano, senza darci neppure il tempo di chiedergli una qualche spiegazione.

- Perplessi ci ritroviamo nella sala d’aspetto, stiamo per uscire quando l’impiegata allo sportello esclama: - Signore, la sua identità!

E mi porge un altro rettangolo di plastica bianca con su scritte le mie generalità ed il disegno molto piccolo con l’immagine del mio volto, in basso a destra noto un complicatissimo codice a barre. Prendo il rettangolo di plastica, lo infilo nel portafogli e ringrazio.

- E ora? Chiedo a Lola.

- Andiamo a casa mia, fa lei, poi vedremo.

Fermiamo un taxi per strada e velocemente giungiamo alla casa di Lola: è il quartiere che conosco, le abitazioni sembrano un po’ più ben tenute, ma accanto ai marciapiedi vi sono auto abbandonate ed arrugginite e carrelli di supermercato ossidati, in alto un autentico casino di fili della luce e del telefono che s’intrecciano, due aquiloni in pezzi ciondolano dal groviglio dei fili. Noto poi sul marciapiede disegni del gioco "campana". Su una staccionata è affissa una serie di manifesti tutti uguali su fondo azzurro con una citazione scritta in rosso: "Se un’idea è buona, il prezzo non ha importanza. (André Citroen). Onestamente non mi sembra una frase pubblicitaria troppo adatta per vendere auto Citroen, ma è lo stesso. Penso che le abitazioni saranno anche ben tenute, ma l’esterno da’ un’aria di forte degrado. Lei sembra tranquilla, come se tutto fosse normale, io invece mi sento estremamente confuso ed anche mi sembra di star abbastanza male, il nervoso m’ha bloccato la digestione e distonie neurovegetative mi stanno aggredendo. In casa apro gli armadietti della cucina e trovo delle bustine di tè, col microonde scaldo l’acqua in una tazza, mi faccio il tè e lo bevo appena zuccherato. Le chiedo dove posso sdraiarmi, ho bisogno di rilassarmi, di dormire, devo rifasare le idee, questo viaggio non voluto, altro che il jet-lag. Lei mi indica una stanza più piccola con un divano letto e le pareti occupate per intero da una libreria zeppa di volumi: nella mia realtà questa stanza non c’è proprio…

- Per stanotte questa è la tua stanza, poi domani vedremo, ah, il bagno è lì, ma forse lo sai già.

- Grazie di cuore, domani parleremo con calma.

- Ma figurati, buonanotte.

- Buona.

E mi butto vestito sul divano non appena lei ha chiuso la porta, chiudo gli occhi e cerco di riflettere, ma immediatamente mi addormento. Mi risveglio più tardi all’improvviso, una musichetta di quelle elettroniche risuona già da un po’ nell’aria, sembra un carillon e ripete il motivo ossessivamente. Mi alzo e cerco la fonte dell’insistente musichetta, dopo vari tentativi la trovo, la musica proviene da un cassetto del comò:lo apro.

Dentro vi sono indumenti, mutandine, fazzoletti, t-shirt, reggiseno, calze spaiate, ed ecco mescolati a tutto ciò, sul fondo del cassetto c’ è una diecina di cellulari di varie forme e dimensioni. Individuo quello che sta suonando, cerco il tasto ON e lo premo.

- Pronto?

- Ciao migrante.

- Con chi parlo?

- Non ha importanza.

- E allora?

- T’ho chiamato per salvarti il culo. Vuoi che ti salvi il culo?

- Come….

- La carta bianca, quella che t’hanno dato come documento.

- Il rettangolo di plastica?

- Sì, proprio quello, piazzalo il più lontano possibile da te, tra non molto s’attiverà e genererà un’implosione. Distruggerà tutto nel raggio d’una ventina di metri.

- Perché mi dici questo?

- Fidati e mettiti in tasca il cellulare, ti daremo altre istruzioni.

- Vorrei tornare nel mio quando.

- Ogni cosa a suo tempo.

CLICK

Poso il telefono sul comò e pensieroso mi reco in bagno, con calma mi rimetto tutto in ordine e faccio anche una bella doccia con tanta schiuma sulla pelle. Poi mi vesto utilizzando dei vestiti puliti che trovo in camera nell’armadio (biancheria intima ed abiti da uomo, ma questa Lola sarà accompagnata a qualcun altro?), prendo il cellulare, il rettangolo di plastica ed esco.

Lei dorme, sono fuori che albeggia, un mezzo della nettezza urbana transita lentamente, sul retro ha un cassone scoperto pieno di cartoni: getto la tessera bianca trai cartoni ed osservo il mezzo giungere fino in fondo al viale sferragliando e poi sparirmi dalla vista voltando a destra. Più avanti ci sono le insegne a neon di un computer-bar, entro, mangio un paio di ciambelle ripiene di crema chantilly, ordino un bicchiere d’acqua gasata ed un caffè.

Mi piazzo ad una consolle libera (sono quasi tutte libere a quest’ora) e navigo un po’ a casaccio, ovviamente il mio sito qui non c’è.

All’improvviso la terra trema e s’ode un forte, ma cupo colpo. Mi guardo attorno allarmato, ma vedo che nessuno da’ importanza al fenomeno, allora mi rilasso e seguito a navigare tra le ultimissime notizie cittadine. E tra le ultimissime ce ne è una che mi sconcerta: GRANO D’ANTMATERIA S’ATTIVA IN PIENO CENTRO . Ci clicco sopra ed ho i dettagli con vista in tempo reale d’una buca nel bel mezzo della strada e testimoni oculari che raccontano che l’implosione ha colpito un mezzo della nettezza urbana con all’interno un autista di colore non ancora identificato.

Alla faccia del documento d’identità, qui mi sa che è tutto un casino, e sclero sul termine terminato che vuol dire terminato davvero…in quel momento il cellulare squilla di nuovo.

- Sentite le ultime notizie?

- Cazzo se l’ho sentite! Ero collegato in rete.

- Sul fondo del cellulare c’è una presa.

- La vedo.

- E sulla destra della consolle ce ne è un’altra: inserisci le due spine.

- OK, ma che succede dopo.

- Si apre una falla antientropica e tu con ogni probabilità sarai sbalzato nella tua realtà.

- Ma ne siete proprio sicuri?

- Senti bello, il tempo non c’è . La sicurezza è sul 70 per cento, abbiamo eseguito calcoli e controlli più in fretta che potevamo, questo è il massimo che la casa ti offre, prendere o lasciare. Ma sbrigati con l’inserimento, guarda che ti stanno cercando.

- Per terminarmi?

- Sì e appena ti trovano t’inceneriranno per bene.

- Ma terminare non vuol dire uccidere.

- Bello non hai capito un cazzo, alza le chiappe finchè ce l’hai.

- ……………..

- La vita degli uomini per i visitatori vale meno di zero, questo per te è terreno bruciato, tu gli hai già rotto i coglioni, gli hai già fatto perdere troppo tempo. sparisci alla svelta, coglione!

Con la coda dell’occhio, dallo specchio sopra il bancone del bar, vedo entrare due visitatori, dietro ce ne sono degli altri, sbircio dalla porta a vetri e vedo che fuori si sono fermati dei mezzi che sembrano militari…attorno ci sono altri visitatori….

Unisco allora le due prese con la mano tremante: PC e cellulare sono adesso interfacciati, ma cazzo! non sta succedendo niente, un visitatore mi ha scorto e si sta avvicinando….resto immobile e ne fisso un altro che sta chiedendo i documenti ad un ragazzo che è seduto un ad una consolle a qualche metro da me. Il visitatore adesso mi è quasi accanto….e seguita a non succedere nulla…sta per toccarmi la spalla, mentre io immobile fisso senza vederlo lo schermo del PC. Sento la sua mano guantata afferrarmi la spalla….sto per girarmi …ed ecco all’improvviso scocca un lampo bluastro, una luce abbagliante e sono al centro d’una sfera…mi ritrovo in un campo con l’erba alta ed un sole perpendicolare che picchia alla grande come se fosse piena estate. Sono caduto seduto per terra, un casino d’insetti mi stanno girando attorno, li scaccio e scorgo anche delle bellissime farfalle.

Mi alzo in piedi e vedo solo verde, sono letteralmente circondato dal verde, prati in tutte le direzioni. Prendo il cellulare e provo a richiamare l’ultimo numero che mi ha contattato . Non c’è traccia di rete. Mi avvio in linea retta per questa campagna, a sud, orientandomi col sole, è una direzione presa a caso, può anche funzionare. Dopo un’ora circa di cammino incrocio una strada, molto piccola ma ben asfaltata, la seguo, le strade portano sempre da qualche parte. E’ già notte quando arrivo ad un cartello, da quando ho imboccato la strada non ho incrociato nessuno, non ho visto alcuna costruzione, nessun veicolo ed anche nessuna altra strada o viottolo ha incrociato con questa. Il cartello è la prima cosa interessante che trovo, è molto buio e c’è solo la luce delle stelle, così mi avvicino quasi a toccarlo e leggo HURRUH à Km.3

Faccio i salti dalla gioia, la freccia indica la direzione nella quale sto andando, che posto sarà? Me ne frego, sono vivo e niente affatto terminato, è un posto e tanto mi basta e spero che sia nella mia realtà.

Mi sdraio sull’erba e mi rilasso felice, in una tasca interna della giacca sento qualcosa, non ci avevo fatto caso prima, l’estraggo, è una piccola scatola metallica schiacciata, la apro all’interno vi sono delle piccole sigarette. Penso che sarebbe stato fantastico se ci fosse da accendere, ma nelle tasche non trovo né accendini né fiammiferi. Peccato! Ed estraggo una piccola sigaretta per metterla in bocca, sentirne almeno l’odore, ed incredibile, quando la tolgo dalla scatola un’estremità s’accende. Non credo ai miei occhi dalla felicità, aspiro con voluttà ed il sapore è di tabacco mescolato ad erba, c’è anche un sottofondo leggermente dolciastro….non c’è niente da dire è veramente buona ed era proprio quello che mi ci voleva. Finita la sigaretta, felice passo lentamente al sonno col pensiero "domattina arriverò in città!"

Città?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTTE D’ESTATE

 

poi alzai gli occhi e vidi un libro che volava.

l’angelo mi domandò: - che vedi?

- un libro che vola -

(Zaccaria 5, 1)

 

 

 

Notte d'estate. Silenzio nella stanza buia, un respiro da vecchio che dorme in un angolo. Un respiro un po' ansante, talora bruscamente interrotto da qualche colpo di tosse; un rantolo sibilante. Pian piano, un bagliore opalescente inizia a diradare l’oscurità sintetica della stanza. Da una larga crepa sulle persiane, trapela la luce della luna piena, levigata e reietta. Un giovane raggio di luna, appena scoccato dalla pallida Selene, si fa strada lacerando l'aria con la sua aura dolce, nella quale una miriade di corpuscoli si agita e freme, come per dire che la vita è dappertutto, e non solo in quel respiro ansante che scandisce il silenzio e la vecchiezza.Il raggio di Sogno si posa su una foto d'epoca appesa al muro. Un campo di calcio improvvisato, undici ragazzi che non ci sono più, o sono diventati altro. Un riflesso sulla cornice.Il petto del vecchio si alza e appassisce; ogni sospiro può essere l'ultimo. Il raggio di Luna sbircia, sorride, sembra un folletto senza cuore.Dalla cornice salta come riflesso, e si posa su una specie di libro rilegato in pelle. Molto vecchio. E sembra un diario.Lo Spirito notturno inizia a leggere… sulla prima pagina c'è un nome, scritto ed ornato con pazienza. Dev'essere il nome di quel ragazzo nella foto, là sul comodino, e che assomiglia a quella maschera rugosa che si affanna in altri mondi e sogna. Sogna deserti infuocati e carovane colorate, animali che avanzano lentamente nella sabbia e dune che si dipanano all’infinito. La luna illumina un angolo della stanza coi suoi raggi ed una piccola catasta di cellulari posanti alla rinfusa sul tappeto damascato, rifrangono i raggi. Sotto i cellulari, uno dei quali lampeggia con un led verde mimetizzandosi da lucciola, una pila di riviste: GQ e Capital. Sul comodino accanto ad un bicchiere d’acqua semivuoto c’è un volume dal titolo "Glamorama", un orologio Cartier da uomo, un accendino in argento Dupount, alcuni spiccioli in lire italiane, una chiave jale. Su una poltrona imbottita di velluto rosso c’è un completo grigio Dolce e Gabbana, una maglietta girocollo Armani, una cintura in cocco di Gucci e posato sopra, con una manica che tocca il pavimento c’è un maglione patcwork di Missoni. Sopra la maglia un paio di Ray-Ban polarizzati, rovesciati con le stanghette aperte rivolte verso l’alto. Sotto la scrivania un pallone con firme a pennarello ormai sbiadite. Sopra la scrivania fogli scarabocchiati, un orologio Reverse slacciato, un tagliacarte acuminato, alcune Mont Blanc entro un portapenne, un caricatore pieno di pallottole, un bottone di camicia, un pesante posacenere di cristallo con alcune cicche di Marlboro…Alla parete un quadro è stato staccato e posato per terra, una cassaforte a muro è aperta, l’interno è completamente vuoto. Una mano guantata s’avvicina al libro rilegato in pelle, lo apre, lo scorre velocemente: Si sofferma su alcune pagine e le strappa dal libro, poi le ripiega e se le infila in tasca. Le mani guantate adesso prendono un cuscino imbottito di piume con fodera in damasco, l’avvicinano al volto del vecchio, poi premono fino a che il respiro sibilante non si trasforma in un rantolo e poi cessa del tutto. Un cellulare inizia a trillare, dopo un minuto ritorna il silenzio. Le mani guantate hanno ora gettato per terra il cuscino, aprono la bocca del vecchio che non emette più alcun rumore ed infilano le pagine strappate e ripiegate fin giù nella gola. Le mani guantate afferrano ora il tagliacarte ben appuntito che si trova sulla scrivania e con tutta la forza lo piantano nel torace del vecchio. Afferrano poi il pesante portacenere di cristallo e lo scagliano contro la fronte del vecchio che si fa concava al violento impatto con rumore di noce di cocco che si spezza. La musichetta digitalizzata d’un brano di Mozart si leva da un altro cellulare del mucchio nell’angolo. Le mani guantate afferrano una pesante borsa Vuitton già piena, raccolgono il libro e lo mettono dentro…poi c’è un ripensamento, il libro viene di nuovo ripreso, sfogliato con attenzione ed infine scagliato con rabbia contro la poltrona.Silenzio ora nella stanza, il raggio di luna debolmente illumina un cranio sfondato, un libro con pagine strappate per terra, un posacenere di cristallo insanguinato, un tagliacarte piantato nel bel mezzo del torace d’un vecchio….Un cellulare trilla nuovamente, un altro ammicca nel buio come una lucciola alla ricerca della femmina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EXPRESS TRAMWAY

 

 

o giorno che sorgi! danzano gli

atomi di sabbia e le anime

perse nell’estasi danzano – ti dirò

in un orecchio per chi danzano

le sfere celesti ed il vento

(rumi)

 

E’ passata già da un po’ la mezzanotte e quel maledetto tram non arriva. Ma perché sto aspettando un tram? Non dovevo essere a cena con mio fratello e con gli amici? Ed invece sono qui sulla pensilina, da solo e chissà in quale parte della città, mi pare in periferia, ma non ne sono del tutto sicuro. La strada è ora quasi completamente al buio a parte due fiochi lampioni là in fondo. Non mi piace proprio questo quartiere, è così tetro, penso lo sia anche di giorno, tra l’altro comincio ad avere pure freddo, è sicuramente più di mezz’ora che me ne sto qui impalato, su questa pensilina sgangherata con disegnato in terra il gioco della campana, questo dev’essere un posto poco trafficato ove i ragazzi durante il giorno giocano: ho visto uno scheletro d’aquilone che penzolava dai fili della luce, prima quando è passata una mercedes.

Qui c’è un foglio con gli orari, vedo che una linea doveva passare alle 11.50 ed adesso solo le 12.45, un ritardo così non si verifica mai. Non c’è un pedone e dopo la mercedes passata mezz’ora fa, nessun’auto è transitata: adesso una leggera nebbia comincia pure a salire dall’asfalto.

Mi sono quasi rassegnato a rientrare a casa a piedi (sapessi solo da che parte andare) quando vedo da dietro la curva della strada, in fondo alla piazza, spuntare un paio di fari rotondi: è il tram, finalmente, sono salvo, esco da qui.

Arriva sferragliando un po’ più del solito nel silenzio di tomba della notte e lentamente s’arresta davanti alla pensilina dove sono, con un sibilo d’aria compressa che sfugge s’apre la portiera, nessuno scende, e chi vuoi che scenda a quest’ora in questo posto del cazzo?

Salgo, c’è parecchia gente stanotte sul tram, mi scelgo un sedile vuoto e mi siedo accanto al finestrino. Sferragliando il tram riparte per il giro panoramico notturno della città, guardo fuori del finestrino, rilassandomi e cercando di scorgere prima o poi un luogo familiare, sì da riprendermi con l’orientamento. C’è seduta davanti a me un’anziana signora con una radiolina accesa, anche se il volume è basso la sento distintamente, parla di alcuni scritti postumi di Padre Pio, sarà sicuramente Radio Maria, quella radio lì entra in tutte le frequenze…..

"……..ma dico di portare seriamente all'attenzione
che non v'e' morbo infettivo di animali - che
mangiando le carni, non incausi contaminazioni
più o meno simili anche all'Uomo - a seconda
di più o meno soggettiva resistenza immunitaria.

Mercati disonesti delle carni non buone - disposti
a sgravarsi d’ingombri infettivi anche per poco -
non prendono solo per fame in paesi ultimi.
Ma ancora continuano affari in paesi ricchi di nomina
dove sono sempre più i poveri - sia come sia
costretti a prendere dubbi alimenti a più basso costo.

Similmente per prodotti vegetali di nutrizione alterati
nel gene - che tra sementi camuffati e volatili spore difficili
da contenere - si capirà solo tardi degli effetti d’alterazione
biologica sull'uomo. E di quali irreparabili danni
uniformanti delle molteplici diversità vegetali
divinamente in natura; l'un l'altra indispensabili
al mantenimento dell'ecosistema naturale.

Il Mondo va come va per consentita conveniente
ignoranza di popoli al margine - tra lotte barbariche
e più astute perseveranti lotte mai fine in favore
ormai d’egemonie dominanti.

Ma ancora più orrendo agli occhi di Dio è che
Scienza e Scienziati più accreditati nel mondo
Civile - si asservano - anziché parlar forte
responsabilmente del tutto vero che sanno ...

Ghandi, Mahatma Ghandi: il mite eroe della Pace
e per la Pace - dava in spirito più che in armi
a sue genti la forza per vincere e rimanere
nell'integrità' Civile e Spirituale di loro cultura.

Come da memoria storica dal passato al futuro
non più armati ma miti, ispirati eroi, pii forti e vincenti
poiché uno in Dio e con il Popolo nella verità di più
alti ideali - Civili e Spirituali.

Tanto che gente comune deviata or non ben comprende -
perché guarda al mondo con occhi illusi e bramosi
d’avere e potere che viene loro a modello.

Però insieme ancor più esse genti comuni che vedono
e soffrono incubi in sogno e più reali soffrenti condizioni
di or sempre meno sicuramente vita buona e futuro.

Mentre ad altri più creditati venduti - finché durano
paganti compensi a suadenti menzogne di
Scienza non Scienza varrà ancora per poco la fama
perché tanto si vedrà solo poi ..."

Sembra una poesia più che una lettura, e poi sarà davvero di Padre Pio? E senza accorgermene scivolo lentamente nel sonno.

Mi risveglio di soprassalto, ho avuto un incubo, mi sono sognato un incidente con mio fratello morto schiacciato dall’auto che s’è ribaltata mentre si andava verso una discoteca. Sono tutto sudato, il cuore mi batte all’impazzata, ma non dovevo essere a cena con gli amici? Mi guardo attorno preoccupato: quanto avrò dormito? Sicuramente la mia fermata l’avrò saltata da un bel pezzo. Ma il cielo è sempre nero, d’un nero intenso, la notte è ancora fonda, allora mi sarò appisolato solo per pochi minuti. La vecchia con la radiolina non c’è più, se ne sarà andata in pace con Padre Pio, il Sony e Radio Maria. Guardo l’orologio e con stupore m’accorgo che segna le 9.32. S’è rotto, mai fidarsi di questi swach a cristalli liquidi, non valgono nulla. Sto per chiedere l’ora ad un signore che è seduto poco più avanti, ma mi guardo attorno stupito, il tram sembra ora diverso, più grande, i sedili sono riccamente imbottiti e poi c’è molta gente, troppa.

Non ho mai visto così tanti passeggeri in tram nelle ore notturne. Torno al mio finestrino, cerco di guardare fuori, ma non riesco a distinguere nulla, solo buio, nessuna luce. Provo allora ad aprirlo, ma non vi sono manovelle o pulsanti d’alcun tipo. Il tram (ma sono sempre sul tram?) si è fermato, faccio per alzarmi, voglio scendere, qui c’è qualcosa che non va, ma i miei movimenti avvengono al rallentatore, è entrata dalla porta spalancata una ragazza di colore, molto giovane con una grossa borsa di plastica bianca ed una minigonna vertiginosa. Sicuramente una zoccola che rientra dal lavoro per strada. Si guarda attorno un po’ sorpresa, penso per l’affluenza, mi guarda, sorride e s’avvicina verso di me. Sono in piedi davanti al sedile, la porta aperta a pochi metri da me, voglio raggiungere l’uscita, ma i miei movimenti sono lentissimi, praticamente sono bloccato lì. Lei sorride, la porta si chiude, mi risiedo, lei si accomoda proprio accanto a me, ora i movimenti sono tornati normali: posa il borsone sul pavimento, estrae un pacchetto di sigarette ed un accendino, mi fa cenno se ne voglio una e mi rivolge alcune parole incomprensibili: ovvio, è un’extracomunitaria, è qui da noi per darla e farci un po’ di grana. Però non è poi male, le sorrido ed accetto la sigaretta, lei me l’accende. Stiamo entrambi fumando, ma non era vietato sui servizi pubblici? E chi se ne frega, se qualcuno si risente faccio anch’io l’extracomunitario e poi la spengo. Sto fumando, ma io fumo? Onestamente non me lo ricordo, intanto lei seguita a sorridermi, ogni tanto dice qualche parola in quella sua strana lingua ed io le rispondo con sorrisi o le faccio cenno che non ho capito un bel niente di quello che mi vorrebbe dire. Do un’occhiata al finestrino, ma seguito a vedere nero: buio totale. C’è qualcosa che non va, anzi ci sono parecchie cose che non vanno: questa notte è troppo lunga, fuori è troppo buio, il tram è troppo grande. Tiro fuori di tasca il cellulare e digito il numero di mio fratello: non c’è rete, e ti pareva?

Mi sento sempre più inquieto, lei intanto s’è tolta i sandali alti di quelli con le zeppe ed ha disteso le gambe sul sedile accanto a me, butta la cenere sul pavimento con la massima indifferenza. La osservo, le sue gambe sono proprio ben fatte, lei si lascia osservare e sorride. La minigonna è già salita fin troppo in alto ed i miei occhi s’incollano proprio lì, lei allora la tira su del tutto ed il suo sesso è proprio davanti a me, niente biancheria intima. Imbarazzato mi guardo attorno e non c’è più nessuno nello scompartimento, non c’è proprio niente di normale stanotte. Il tram sì è nuovamente fermato, tento d’alzarmi, ma è inutile, sono nuovamente rallentato, accarezzo allora le gambe alla mia bella extracomunitaria ed ad ogni carezza m’avvicino sempre di più alla sua cosina: bella nera e col pelo lì biondo! Sono entrati due giovani e stanno animatamente parlando in napoletano, ci sorpassano e non ci degnano d’uno sguardo anche se lei è sempre lì con la fica di fuori, e si dirigono verso gli scompartimenti più avanti. Lei intanto sta accarezzando il suo sesso e mi lancia gridolini d’invito, poi decisamente mi prende una mano e la struscia contro di lei. Sento la sua pelle morbida ed a quel punto non mi frega più niente di niente: mi sbottono i pantaloni e la penetro, lei bagnata m’accoglie. Vengo dopo soli quattro o cinque colpi, la situazione è troppo strampalata ed eccitante. Le chiedo scusa d’esser venuto subito, ma tanto questa qui non capisce un cazzo, mi rimetto in ordine, mi guardo intorno, seguita a non esserci più nessuno, le prendo un’altra sigaretta, l’accendo, le faccio un cenno come dire ritorno subito, e m’avvio verso un altro vagone, mi sembrava fossero solo altri due, il tram era composto di tre vagoni, ed io ero salito sull’ultimo. Riesco a muovermi con facilità, non sono per niente rallentato, tiro un’altra boccata dalla mia sigaretta e mi trovo in un altro vagone con molta gente ed alcuni hanno dei vestiti proprio strani, sembrano abiti del secolo scorso.

Ma già, in periferia ci sono gli studi cinematografici e delle volte anche per strada se ne vedono di tutti i colori. Vado avanti: i vagoni sono troppi e poi sembra un treno invece che un tram. In uno scompartimento in fondo al vagone ci sono due che fanno l’amore, completamente nudi, torno indietro per vedere meglio e solo allora mi rendo conto che questo vagone non è per niente come quello dei tram, è un vero e proprio vagone ferroviario come quelli d’una volta, quasi tutti in legno, col corridoio e gli scompartimenti a lato.

Trovo uno scompartimento vuoto, entro, i sedili sono in legno chiaro, così come i portabagagli in alto, vi sono poi tre finestrini stretti e lunghi, con le maniglie d’ottone per aprirli e chiuderli. Afferro una maniglia e tiro giù il vetro: fuori c’è il solito buio, malgrado il movimento del treno (?) il vento non entra, ma la sensazione di velocità è evidente, così come lo sferragliare delle carrozze. Sporgo la testa fuori dal finestrino e mi ritrovo a spingere in una sostanza densa che oppone pure un po’ di resistenza e mi lascia appena respirare.

Impaurito mi ritraggo di scatto e chiudo il finestrino spingendo la maniglia verso l’alto. Mi accascio sul sedile, panca di legno, sul pavimento vedo dei cellulari abbandonati ed un giornale, lo prendo e l’apro: è scritto, mi sembra in cirillico. Lo poso sul sedile di fronte al mio, afferro un cellulare, l’accendo, è fuori rete, lo metto sopra il giornale e scoraggiato mi prendo la testa tra le mani. Dal lato che da sul corridoio, semioscurato da pesanti tende nocciola, vedo passare un uomo alto con un berretto con fregi rossi e mi è sembrato in uniforme, è il bigliettaio mi dico, se mi chiede il biglietto voglio ridere…

Mi fiondo comunque fuori dal compartimento per parlare con lui, per dirgli che voglio scendere, non m’importa a quale fermata, voglio scendere e basta…

Ma il corridoio è completamente deserto ed anche esageratamente lungo. Avrei a questo punto voglia di un’altra sigaretta, ed anche d’un caffè: il caffè sarà un po’ improbabile trovarlo, ma la sigaretta, la tipa che ho scopato prima, anzi che m’ha scopato, ne aveva un pacchetto quasi pieno, quasi quasi torno a cercarla.

Mi scuoto e m’avvio verso l’altro vagone, ma questo sembra non finire mai, più cammino, più il corridoio sembra allungarsi, mi ricorda l’interno dell’Orient Express, sì il vecchio film in bianco e nero, anche qui sembra tutto in bianco e nero, fuori poi c’è solo il nero.

E vedo una porta strana la in fondo, sono sicuro che prima non c’era….la raggiungo e la apro: incedibile! È un vagone ristorante!

Ma non ero su un tram? E c’è anche un bar. Un cameriere dietro al banco sta preparando degli aperitivi, mentre ai tavoli vi sono solo quattro persone il resto è vuoto.

Vorrei qualcosa di molto forte e delle sigarette, lo dico al barman, ma lui mi risponde con uno strano linguaggio. Cazzo ma questi fottuti extracomunitari son proprio dappertutto, ci stanno fregando tutti i lavori! Adopero allora il linguaggio universale dei gesti e lui mi mette davanti un aperitivo d’un colore rossastro, un piattino d’olive con gli stuzzicadenti infilati ed un pacchetto di sigarette. Lo prendo e lo guardo con curiosità, è un pacchetto di color azzurro e sopra non c’è scritto nulla, neppure che t’ammazza, solo dei ghirigori in oro che comincio a pensare siano una scritta.

L’apro, sono sigarette sottili col filtro, vedo che accanto al piattino con le ulive c’è anche una bustina di fiammiferi, di quelli che mi sembra si chiamino Minerva e che si scroccano solo sulla loro striscia nera. Anche la bustina è di cartoncino azzurro con gli arabeschi in oro.

Mi accendo la sigaretta, buona (ma fumo? E da quando?) e bevo l’aperitivo tutto in un sorso. Roba buona, mi dico e faccio per pagare, ma il cameriere non c’è più dietro al banco, è sparito.

Mi siedo allora ad uno dei tavoli, il tempo passa e dopo una ventina di minuti un altro cameriere si fa vivo, questo è un orientale. Ordino un primo, lui capisce e distrattamente vengo servito in fretta, chiedo del vino, e questo se ne va senza spiccicare una parola, ma torna poco dopo con una bottiglia di birra bionda formato famiglia: l’etichetta sembra quella del pacchetto di sigarette. Non so l’ora, ma non mi sembra l’ora di pranzo, e neppure quella di cena, forse è per questo che c’è pochissima gente qui.

Finito il primo e scolata la birra, vado al bancone e chiedo un caffè, indicando la macchina in pressione dietro al banco. Me ne servono uno un po’ troppo lungo. Saluto e me ne vado senza pagare, nessuno trova niente da ridire, vago per il corridoio ed a pochi metri dal vagone restaurant vedo uno scompartimento vuoto, mi siedo sui sedile, e meno male che questi sono imbottiti e cerco di riflettere su ciò che mi sta succedendo. Mi guardo intorno: sul portapacchi vi sono due valige, sono polverose e sicuramente abbandonate da tempo, in terra alcuni cellulari spenti ed una banconota da cinque dollari, i finestrini danno sempre sul panorama nero (lo nascondo tirando le pesanti tendine nocciola), le luci sono leggermente azzurrate ed emanano una luminescenza morbida, alle pareti della cabina vi sono affisse sotto vetro delle stampe con disegnati i soliti arabeschi in verde, in celeste ed in oro e senza figure, ma l’ultima stampa a sinistra ha delle scritte normali, mi avvicino e la leggo:

"..Sono una statua mutila

in fondo ad un’acqua chiara

fermato in un gesto – e spezzato.

Soltanto un tremore di cose

specchiate – alberi che si incielano

e rapidi voli – può darmi

delirio di tempo

mutare il nulla in Parola. "

Sotto la poesia, piccolino, piccolino, c’è scritto L.Sciascia, ed è anche tra parentesi, sarà l’autore, L. sta sicuramente per Leonardo, ma mi sembra che sia stato uno scrittore e non un poeta, ma insomma io per queste cose non ci sono mica, e poi cosa voglia dire coi suoi versi non lo so, non ci capisco un cazzo, non ci sto con la testa per queste cose, per me questa scritta è uguale agli arabeschi, o al giornale in cirillico che ho trovato prima, non mi dicono nulla, non mi spiegano nulla, cazzo ma qui è tutto un enigma, manco c’è la rete. Cellulari ce ne sono in abbondanza, e miracolosamente tutti carichi, anche il mio è carico, ma se la rete non c’è i cellulari te li sbatti sulle palle.

E rimugino, rimugino, e passo al sonno senza neanche accorgermene.

……..sono in auto, sto guidando, è la solita auto dei miei incubi: è notte, l’auto è piena d’amici si sta tornando dalla cena, eravamo alla Baracca del Nanni, giù in Padule, noto per le tipiche specialità gastronomiche. La cena era stata una favola ed adesso si va verso Firenze e ci si ferma in discoteca. C’è una curva a sinistra, forse la sto prendendo un po’ troppo forte, forse ho bevuto un po’ troppo o forse c’è qualcosa che non va alla trasmissione: l’auto sbanda, sfiora un palo, s’impenna, salta un canale poi si ribalta due volte in un campo di granturco , nella carambola la portiera di destra si spalanca, mio fratello Roberto che è seduto accanto a me viene sbalzato fuori dall’abitacolo. L’auto si ferma infine sulle quattro ruote. Tutto s’è svolto in un attimo, ma lo rivedo come al rallentatore, con mille dettagli che si fanno sempre più nitidi. Usciamo fuori, contusi ma illesi, non vediamo Roberto, lo chiamiamo "ROBERTO….ROBERTINO….DOVE SEI? Non riusciamo a capire dove sia finito.

Solo dopo una diecina di minuti ci accorgiamo che l’auto s’è fermata proprio sopra di lui che giace semiaffondato nel campo, una ruota è proprio sulla sua testa….anzi, è al posto della sua testa….

Cerchiamo di spostare l’auto, ma non c’è più nulla da fare. Disperati giriamo impotenti attorno all’auto……

Mi risveglio all’improvviso col cuore che mi batte all’impazzata, questo sogno, questo maledetto sogno, l’ho già fatto altre volte….è ricorrente.

Ora poi che sono s’un folle tram che s’è trasformato in treno, siamo all’incubo nell’incubo.

Bestemmio sottovoce, cerco un bagno e lo trovo: mi rimetto in sesto anche con l’acqua del bagno che ha uno schifosissimo sapore metallico come l’acqua di tutti i treni e comincio a passeggiare fra gli scompartimenti, un vagone dietro l’altro, su questo treno che sembra proprio non avere mai fine.

Ma qualcosa è cambiato, non c’è più il buio la fuori, ma un bianco lattiginoso, denso, che non lascia scorgere nulla, una nebbia semidensa e lattea. Una ragazza sta fissando il vuoto lattescente, questo nulla bianco, attraverso un finestrino, come ipnotizzata: la raggiungo, le chiedo se sa dove stiamo andando, lei mi guarda con un’espressione seria e mi dice sottovoce due o tre parole intraducibili, in una lingua che non ho mai sentito e che non credo neppure esita….questa qui non è extracomunitaria, sembra un’italiana puro sangue come me, ma perché parla strano?

E’ bella, molto bella, ma i suoi occhi sono assenti, la guardo a lungo, le sorrido, le stringo le mani e chiedo più a me che a lei – Ma cosa cazzo sta succedendo? –

Mi abbraccio a lei cominciando a singhiozzare, inaspettatamente mi porge un fazzolettino pulito di carta, tirato fuori chissà da dove.

Mi asciugo gli occhi ed a braccetto passeggiamo assieme per il treno. Mi indico e a lei dico – Stefano, Stefano – lei annuisce e poi dice – Tefanno – ed io – STEFANO – ben scandito, al che ripete il nome quasi in maniera giusta, poi con un dito indica se stessa e mormora – Haktdell –

Cerco di tradurre e dico – Adele, va bene Adele?

- Haktdell!

- Senti, cerchiamo si semplificarci l’esistenza, io Stefano, tu Adele.

Mi fa cenno come di aver capito, ed io le stringo la mano dicendo a bassa voce, ora ci siamo presentati.

Siamo intanto arrivati ad un vagon lit, troviamo un letto vuoto (sono quasi tutti vuoti) e ci accomodiamo. Lei mi coccola come fossi un bambino, mi accarezza, ma non accenna un sorriso. Chissà da quanto tempo è rinchiusa qua dentro, la vita di treno non dev’essere un granché, ci credo che abbia terminato i sorrisi.

Mi addormento nuovamente mentre lei mi sta accarezzando ed intona una strana nenia.

…..sono nuovamente in quella maledetta auto, Robertino è accanto a me, siamo usciti allegri dalla cena e vogliamo recarci in discoteca. Tra poco ci sarà la curva, lo so, ma non posso far niente se non continuare a guidare, non riesco a frenare e neppure a rallentare: l’auto inizia a sbandare, sfiora un palo, s’impenna, salta un canale, si ribalta due volte in un campo, la portiera di destra si spalanca nella carambola, cerco d’afferrare mio fratello, ma non ce la faccio, viene sbalzato fuori dall’abitacolo mentre l’auto si ferma sulle quattro ruote, gli altri sono solo contusi ma illesi, cercano Robertino, ma non lo trovano: Io so dov’è e non mi muovo dall’abitacolo…sto piangendo….

Mi risveglio che piango, Adele, la mia nuova amica è ancora al mio fianco, m’asciuga le lacrime col lenzuolo, mi accarezza per calmarmi.

- Andiamo a fare colazione.

- …………………………

- Cercheremo un vagon restaurant.

- …………………………

Partiamo alla ricerca del cibo e dopo aver oltrepassato un bel po’ di vagoni, finalmente ne troviamo uno e ci sediamo al bar, ordino un cappuccio con cornetto alla crema per me, e lei con la sua lingua gutturale emette alcune parole in direzione del barman, che si mette subito all’opera e posa davanti a me quello che ho richiesto (incredibile!) e davanti a lei una spremuta d’arancia.

E mentre più tardi passeggiamo insieme senza meta lungo i corridoi del convoglio, il treno nuovamente s’arresta, per poi ripartire quasi subito. C’è una porta, proprio davanti a noi con due ante di cristallo, ma non s’apre.

Fuori la nebbia lattiginosa si squarcia spinta dal vento e ciò che vedo m’angoscia sempre più: ci sono le macerie d’una antica stazione, osservo scheletri d’auto arrugginite e carrelli rovesciati di supermarket, pali della luce e del telefono abbattuti e grovigli di fili attorno ad essi, dei cespugli rotolanti corrono veloci….poi la nebbia ha il sopravvento e chiude la triste visione come un sipario che cala.

Con la mia nuova compagna proseguo la monotona vita da treno non so per quanto tempo. I giorni non sono qui calcolabili perché l’alternanza della luce e del buio all’esterno, sembra casuale, risponde ad algoritmi non commensurabili. Seguito a fare il mio sogno, il mio incubo ogni volta che mi addormento e talvolta anche da sveglio.

E se l’incubo procede, procedono pure le mutazioni che lentamente riesco ad inserire.

All’inizio avevo la coscienza di ciò che stava per accadere, ma non riuscivo ad intervenire in alcun modo, poi pian piano sono riuscito ad introdurre dei piccolissimi movimenti sì da interrompere l’immutabilità della sequenza. Se tentavo di rallentare o di frenare, ciò risultava sempre impossibile, avevo allora, sogno dopo sogno iniziato a variare qualcosa, la prima volta introdussi un colpo di tosse, poi uno sbadiglio, infine una parola, due parole, fu una vittoria quando dissi – Mi accendo una sigaretta – e riuscii realmente ad accenderla prima dell’incidente.

Ho raggiunto il trionfo quando sono riuscito ad accendere una sigaretta anche a mio fratello chiedendogli – Vuoi fumare?

Adesso sono pronto per il vero mutamento, me lo sento, risolverò il problema, so cosa fare.

Ancora con Adele un’abbondante cena (o pranzo?) con vini e birre in una nuova carrozza ristorante, non si riesce mai a ritrovare quella già usata una volta, ma questa volta il ristorante sembra avveniristico, quasi fosse tolto da un film di fantascienza ed ad un tavolo distante dal nostro vedo delle persone che non mi sembrano tanto "persone" hanno delle articolazioni che sembrano sbagliate, ed anche se sono sedute si capisce che devono essere molto alte. Mentre li sto osservando, uno di loro si gira e mi guarda dritto negli occhi, con strani occhi cangianti, e guardandomi mi paralizza per un attimo e mi lancia nella mente un "ma cos’hai da fissare?

Per la durata del pranzo li ignoro, mi sa che è meglio, cerchiamo poi una cuccetta, ne troviamo una superimbottita offerta da queste strane ferrovie dello stato, faccio l’amore in fretta, una sigaretta speziata prima di…

- Buona notte, tesoro..

- Knotte

Sì, qualche parola ha finalmente imparato e poco dopo ecco nuovamente l’incubo, ma affrontato in piena coscienza.

….io guido, l’auto sfreccia veloce e non ci provo neppure a frenare, anzi pigio forse un po’ di più l’acceleratore, ancora due curve prima dell’incidente. Non accendo nessuna sigaretta, non chiedo a Robertino se vuol fumare, ma invece ad alta voce con tono autoritario gli intimo: - Allaccia le cinture!

Il tono è perentorio, da comando, lui mi guarda un attimo un po’ stupefatto, sa che non me le allaccio mai, e guardandomi interrogativamente le allaccia, forse perché strafatto, forse perché intimorito dal tono del fratello maggiore che ordina, o forse per riflesso condizionato, influenzabile anche dall’erba che ha fumato prima. Che so io, ma il fatto è che funziona! L’allaccia!

E mentre la cintura scatta, imbocco la maledetta curva a sinistra, ma sto ridendo e non ho neppure le mani sul volante, e l’auto sbanda e urlo – Ce l’ho fatta! VAFFANCULOOO!!!

Sbanda, sfiora il solito palo, s’impenna, salta un canale, si ribalta per due volte in un campo di granturco, nella carambola la portiera di destra questa volta viene strappata del tutto e mio fratello, Roberto, con gli occhi sbarrati resta inchiodato al sedile dalla cintura che lo stringe….l’auto si ferma infine sulle quattro ruote, e gli altri escono ed io seguito a ridere mentre guardo mio fratello che ha sempre gli occhi sbarrati ed una riga di sangue mi scende dalla fronte.

Poi esco, slaccio la cintura di mio fratello, l’aiuto a scendere, l’abbraccio e ballo con lui piangendo e ridendo.

- Che bello! Non ci siamo fatti un cazzo!

Ci avviamo tutti verso la strada, quando siamo sull’asfalto, torno indietro, dall’auto prendo un vecchio giornale, dalle tasche tiro fuori un pacchetto di sigarette, è di color blu con arabeschi oro, una bustina di minerva con gli stessi disegni del pacchetto, accendo prima la sigaretta, poi il giornale che getto accanto all’auto.

Il fuoco divampa prima sull’erba mentre corro verso gli altri, poi gira attorno all’auto infine l’avvolge con una vampa e poi il tutto esplode con un sordo WWOOWW!!!

Corriamo tutti veloci sulla strada mentre s’ode il botto ed altre auto si fermano.

Mi siedo sull’asfalto, ho visioni d’interno di un treno, con un volto femminile che mi sta scrutando stupito, poi la visione s’allenta e mi ritrovo nella strada con l’auto nel campo che brucia, Robertino m’aiuta ad alzarmi e c’infiliamo nell’auto di Sandro, un amico che c’era dietro ed in discoteca andiamo lo stesso, qualcuno ha già telefonato alla stradale ed al carro attrezzi, tanto nessuno s’è fatto nulla, meglio così.

E sono in discoteca seduto ad un tavolo, con accanto una birra e cerco di ricordarmi qualcosa d’importante che è avvenuto prima dell’impatto, ma non mi viene nulla in mente, e se è veramente importante prima o poi lo ricorderò. La serata va avanti senza storia e mi fumo una dopo l’altra, fino a finirle quelle strane, ma buone sigarette, in quel pacchetto azzurro.

Il mattino ormai s’avvicina e questa strana notte m’ha provato abbastanza, e poi ho finito soldi e sigarette…e l’auto è bruciata….appoggio la testa sul tavolo, mi lascio andare al ritmo martellante della musica, mentre tra luci variopinte scorgo gente ballare nella pista.

La discoteca intorno a me ha improvvisamente un sobbalzo, no sono io che sobbalzo e sono nuovamente flippato alla guida dell’auto, in piena velocità a cento metri da quella stramaledetta curva a sinistra, guardo verso mio fratello: le sue cinture sono allacciate. Tiro un respiro di sollievo e lascio il volante, tanto so già cosa sta per accadere: l’auto sbanda, sfiora il palo, s’impenna, salta un canale, si ribalta per due volte in un campo di granturco, la portiera dal mio lato viene strappata via e nella carambola sono io che volo fuori, sfiorando l’auto per poi pesantemente cadere sulla terra del campo. La terra è morbida, ma l’urto è violento e vedo l’auto arrivare proprio sopra di me ed una ruota è sul mio capo, mi colpisce e la testa affonda sotto terra ed assieme al buio sento schiocchi di rami secchi che si spezzano, poi il silenzio si somma al buio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRECIPITANDO

 

 

 

 

Sto precipitando, da sempre sto precipitando: sono stata spinta giù da un’alta terrazza ed ho visto nella mia caduta milioni, forse miliardi di finestre, alcune chiuse, altre aperte, altre ancora con uomini e donne che mi guardavano stupiti oltre i vetri.

Ero ad una festa, una di quelle di gran lusso con tanta bella gente e poi sono caduta, no, mi hanno buttata giù e tutto s’è svolto in un attimo e non sono riuscita neppure a vedere i miei assassini, poiché incredula e nello stesso tempo terrorizzata ho visto subito il vuoto sotto di me che mi attirava irresistibilmente.

Ma la morte non è avvenuta, non mi sono spiaccicata sull’asfalto sottostante, come avrebbe dovuto esser prevedibile, no, ho continuato a cadere, finestra dopo finestra, grattacielo dopo grattacielo.

Il terrore prima s’è trasformato in semplice paura, poi in curiosità. Anche la curiosità è svanita da tempo, adesso desidererei solo arrivare in fondo a questa caduta senza fine, senza scopo, ma forse non mi è concesso. Le notti s’alternano ai giorni, ed i giorni alle stagioni, ma il sibilo del vento nella mia caduta è costante da tempo…da quanto tempo? Ho la sensazione di cadere da sempre, che il precipitare sia l’unica mia ragione d’esistere. Le finestre sono solo dei rettangoli che s’aprono in un vuoto in discesa ma infinito, rettangoli talvolta illuminati, dietro i quali si celano timorosi esseri umani d’ogni tipo, vecchi e bambini, ricchi e poveri, uomini e donne, bianchi e di colore. Spalancano tutti la bocca nello stesso modo quando mi vedono passare, e sgranano gli occhi, ma poi, immagino, scuotono ancora una volta la testa, si stropicciano gli occhi e proseguono nelle loro occupazioni da stanza come se niente fosse e si dimenticano in fretta del mio passaggio rimovendolo del tutto.

Vedo feste, veglie di morte, giovani amanti, televisori accesi, gente che mangia, che legge, che litiga, che lavora, occupata nei bagni….. Sono sferzata dal vento, dall’acqua, dalla neve, il sole mi riscalda di giorno, la luna m’illumina la notte. Bevo la pioggia e mangio la neve, non ho cibo e sembro non risentirne, talvolta dormo e sogno, ma nessun sogno è mai interamente un sogno.

E la mia folle discesa prosegue nell’indifferenza generale, ed anch’io sono ormai indifferente alla mia sorte. All’inizio quando la curiosità della situazione aveva il sopravvento riuscivo a guardare con attenzione dietro le finestre, rubando scorci d’intimità, mandavo baci ai bei ragazzi, sorridevo ai bambini, agitavo le braccia se mi sembrava d’aver riconosciuto qualcuno. Poi cominciavo anche a sbattere gli arti come per volare o nuotare, e riuscivo a compiere qualche piccolo spostamento nella direzione voluta. Ma mi sono stancata presto di questi giochi e sempre più mi sono chiusa in me stessa cercando d’ignorare il più possibile questo folle mondo che sale vertiginosamente sempre più in alto. Adesso ne sono sicura: è il mondo che viene scagliato in alto nei cieli, mentre io sono ferma, immobile a mezz’aria. Per due volte ho incrociato persone che erano nel vuoto come me, la prima fu una bambina che avrà avuto sei o sette anni, completamente nuda, nera di pelle, mi ha sorpassato in fretta venendo dal basso ed ho lasciato che volasse sempre più in alto sopra di me.

La seconda era un bel giovane in abito scuro con una cravatta azzurra, m’è sembrato in abito da cerimonia ma stringeva in una mano una borsa di pelle nera, mi ha superato scendendo in tutta fretta, gli ho fatto cenno e lui mi ha risposto agitando il braccio libero, gli ho urlato qualcosa, ma la voce s’è persa nel vento, allora ho cercato di raggiungerlo, ma tutto è stato inutile.

Sto ancora precipitando ed ho ancora indosso tutti i vestiti di quella lontana festa e sono incredibilmente ancora in ordine: un piccolo abito di seta verde che lascia vedere in trasparenza tutto il mio corpo nudo, un bracciale d’oro ed una collana di perle, solo le scarpe se ne sono andate chissà dove.

Le finestre non sono più rettangolari adesso, ma rotonde, tutte rotonde, come grandi oblò di nave, ed il colore della luce dietro queste finestre rotonde da lavatrice è decisamente giallo. E dietro vedo muoversi strane forme con grandi occhi piatti, rotondi, tutti d’un bianco abbagliante. E precipito, sto continuando nella mia corsa, oppure è il mondo che sale, questo mondo che sta divenendo sempre più strano e sale sempre più mentre io sono lì ferma a mezz’aria, immobile.

C’è qualcosa che sta velocemente scendendo verso di me, è un animale marino, sembra una medusa, è bianco, trasparente e muove convulsamente dei tentacoli, sul manto distinguo chiaramente due occhi, vuoti, bianchi, rotondi, piatti, sono identici a quelli che mi guardano con indifferenza da dietro gli oblò.

Mi sorpassa veloce scendendo in picchiata ed a mo’ di saluto agita ancor più i tentacoli bianchi e traslucidi nella mia direzione. Riesco a girarmi con la testa rivolta verso il basso, ormai sono brava a compiere queste manovre, e lo saluto, come si saluta un amico sulla nave in partenza.

E precipito, seguito a precipitare, o è il mondo che sale ed io sono ferma a mezz’aria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ISOLA DELL’ALBERGO IMPERIALE

 

 

 

Ci siamo lasciati incantare all’agenzia di viaggio, ma d'altronde il posto era meraviglioso ed i costi alquanto contenuti. Ed anche l’arrivo all’isola con l’idrovolante, un mezzo antico divenuto ormai esclusivo, ci ha conquistato. Quest’anno dunque una vacanza da sogno, ci siamo detti, in un’isola spersa nell’oceano con un albergo dai mille comfort: un Albergo Imperiale appunto.

L’idrovolante, d’un bianco impeccabile con rifiniture in oro ci ha puntualmente accolti all’imbarco stabilito e dopo un lungo, ma perfetto volo è planato in mare, proprio davanti ad una meravigliosa isola.

Un’isola tropicale? No, un’isola ricca d’acque e con condizioni meteorologiche di tipo mediterraneo dovute ad anomalie climatiche. Scesi dall’idrovolante su una piattaforma galleggiante, anch’essa bianca ed oro, siamo stati ospitati su una grande lancia pilotata da un marinaio di colore in livrea. Man mano che ci avvicinavamo alla costa, con sempre maggiori dettagli si scorgeva l’isola avvolta nel verde, anzi in tutte le sfumature del verde, con alti cipressi che s’innalzavano fin quasi dalla riva.

Dal dominante verde emergevano alcune rocce d’un marrone rossastro appoggiate alle quali s’intravedevano antiche e possenti mura. La barca intanto silenziosamente girava attorno a larghi scogli fino ad arrivare ad una spiaggetta, invisibile fin quasi al punto d’arrivo, con rena di gran calibro d’un quarzo scintillante leggermente rosato ai raggi del sole. Il marinaio ci ha aiutato a scendere ed ha scaricato i nostri bagagli sulla spiaggia, poi ci ha indicato una costruzione a due piani seminvisibile poiché quasi totalmente avvolta dalla vegetazione.

- Quello è il residence, attendete lì che verranno a prendervi dall’albergo per portarvi alla reception.

Abbiamo ringraziato il marinaio, gli abbiamo dato una buona mancia, lui è ripartito con la silenziosa lancia augurandoci un felice soggiorno, ha girato sulla destra dell’isola ed è scomparso ai nostri occhi. Dopo un po’ che aspettavamo seduti sulla sabbia, visto che nessuno veniva ad accoglierci, ci siamo diretti al residence lasciando i bagagli sulla spiaggia.

Il residence ci ha lasciato un po’ interdetti, così ricoperto dai verdi rampicanti, da sembrare abbandonato, siamo comunque entrati ed abbiamo trovato un bancone a qualche metro dalla porta, con sopra un registro con copertina bianca e oro, un telefono nero, di quelli con la tastiera a disco ed un campanello come quelli che si vedono nei vecchi film, che se ci batti sopra, suonano.

Abbiamo suonato più volte, infine da una porticina è uscita una giovane molto bella, vestita solo con una t-shirt molto lunga che le arrivava fino a metà coscia, ci ha guardato a lungo in silenzio con occhi assenti, poi si è diretta verso l’uscita. Sono rimasto ad osservarla, con la sua maglietta, leggermente gialla, un tempo forse era bianca e con su le spalle la scritta in color seppia, forse un tempo era in nero "so resistere a tutto tranne che alle tentazioni".

Perplessi ci siamo guardati in faccia ed abbiamo nuovamente battuto il pugno sul campanello. Infine è giunta una donna di mezz’età.

- Desiderano?

- Siamo i signori Patrito, Frederik e Mollie. Abbiamo una prenotazione per l’Albergo Imperiale, l’idrovolante ci ha lasciato sulla spiaggia e ci hanno detto di presentarci qui al residence.

- Ah sì, capisco!l’Albergo Imperiale, accomodatevi pure qui, verranno a prendervi quanto prima. A proposito, io sono la signora Wroth.

- Piacere! Ma non sapevate del nostro arrivo? L’agenzia non v’ha avvertito?

- Sì, sì, avvertono sempre, ma sapete, l’Albergo non funziona più come una volta.

- Come sarebbe a dire? Cinque stelle ci hanno garantito.

- E cinque stelle saranno. Accomodatevi pure, al piano di sopra ci sono alcune camere libere, prendete pure quella che volete.

- Ed i bagagli?

- Portateli in camera.

- Noi?

- Fatevi aiutare da Annalise, è proprio lì fuori.

E detto questo la signora Wroth sparì uscendo in fretta da una porta laterale.

- Frederik che facciamo?

- Chiamiamo Annalise, portiamo il bagaglio in camera ed aspettiamo che vengano a prenderci dall’Albergo.

- Credi che sia l’unica cosa da fare?

- Hai qualche idea migliore?

- …………………………….

- Certo è strano un comportamento del genere per un albergo a cinque stelle, faremo le nostre rimostranze. Lasciarci qui per delle ore, quanto sarà mai grande quest’isoletta?

Siamo usciti fuori e tornati alla spiaggia abbiamo visto Annalise accucciata accanto ai nostri bagagli che con le mani scavava una piccola buca nella sabbia guardando fisso il mare.

- Annalise, signorina Annalise!

Ma lei non dette cenno d’aver capito, allora io e mia moglie prendemmo alcuni dei bagagli e ci dirigemmo verso il residence, quando eravamo circa a metà strada, mi girai e vidi che Annalise ci stava seguendo con il resto dei bagagli.

- Grazie Annalise!

- …………………

Salimmo le scale, la prima camera che trovammo era tutta disfatta, piena d’oggetti e di vecchie valige polverose, la seconda era chiaramente occupata, la terza invece era libera. Ci accomodammo, posammo i bagagli e cominciammo a sistemare un po’ le cose, il minimo indispensabile per essere pronti alla partenza per l’Albergo Imperiale. Annalise intanto s’era seduta su una poltrona e se ne stava immobile con lo sguardo perso nel vuoto. Il bagno non era un granché pulito e Mollie cominciò a rimetterlo in ordine.

- Mollie, ma che fai? Da un momento all’altro verranno a prenderci e tu ti metti a fare le pulizie?

- Il bagno ho bisogno d’usarlo. E se non è pulito a me fa schifo, qui ci sono strofinacci, acido e varechina, perciò lasciami fare.

- Sei venuta in vacanza per fare le pulizie?

- Falla finita!

- OK! Come vuoi.

Intanto avevo aperto una valigia e tirato fuori alcuni indumenti. Annalise per la prima volta sembrò dar cenno di vita, s’alzò ed osservò alcune t-shirt, poi ne prese una nera dell’Arena col logo ricamato in bianco sul davanti, se la mise al petto come per provarsela, si guardò allo specchio, poi si tolse la sua, oggi grigia ma un tempo forse bianca, e la buttò per terra.

Rimasi interdetto ad osservarla, era completamente nuda. Mollie proseguiva intanto con le pulizie del bagno, Annalise nuda la superò e s’infilò sotto la doccia.

- Ah! Brava! Fatti un bel bagno! Esclamò Mollie continuando nelle sue occupazioni.

Presi un telo da mare ed aspettai che Annalise finisse il suo bagno, quando uscì, Mollie seguitava a pulire, le porsi il telo, lei s’asciugò in fretta poi s’infilò la mia maglietta nera e si risedette sulla poltrona, mentre i suoi occhi perdevano lentamente di lucidità.

- Ho finito. Ora mi faccio anch’io una bella doccia! Esclamò Mollie dal bagno.

Lasciai la camera con Annalise catatonica sulla poltrona e Mollie sotto la doccia, scesi e chiamai a gran voce la signora Wroth. Apparve un uomo con camicia a quadri e pantaloncini di fustagno.

- C’è la signora Wroth?

- E’ occupata, io sono Charles, se posso esserle utile…

- Dovrebbero venirci a prendere dall’albergo, lei sa quando?

- Dall’albergo? Non le resta che attendere.

- Ma che cazzo di servizio! Ma mi dica quando vengono gli ospiti, dopo quanto tempo passano a prenderli?

- Non glielo so proprio dire, ma mi scusi, avrei molto da fare. E poi appena arrivano, state tranquilli che vi avvertiamo subito.

- Senta in camera mia è rimasta Annalise, e mi sembra un po’ strana, ci sono dei problemi?

- Con Annalise? No assolutamente, non ci sta molto con la testa, ma è bravissima e con lei può anche fare ciò che vuole.

Detto questo, Charles se ne andò strizzandomi l’occhio, poi uscì e sparì lungo il sentiero che s’inoltrava nel verde. Uscii allora anch’io e girai attorno al residence, era molto più grande di quello che sembrava visto dall’esterno, ma non potei girare completamente attorno al suo perimetro perché un lato era strettamente saldato ad una roccia che emergeva perpendicolarmente al terreno. Dopo la passeggiata ritornai al residence, ora nell’ingresso su un divano stava Mollie che sfogliava con interesse vecchie riviste femminili. La TV in un angolo era spenta, provai ad accenderla, ma in tutti i canali si vedevano solo puntini luminosi che danzavano velocemente rincorrendosi in ogni angolo del cinescopio: la spensi. Mi diressi al bancone ed alzai la cornetta del telefono, udii un sibilo, feci lo zero, poi il doppio zero, lo stesso sibilo. Chiamai la casa d’alcuni amici miei usando anche il codice internazionale, ma ottenni sempre lo stesso identico sibilo. In camera avevo il cellulare, ma non andai neppure a provare se funzionasse: qui era sicuramente fuori rete. Ero immerso un questi pensieri, quando arrivò Annalise con un vassoio di vimini pieno di frutta fresca d’ogni tipo: banane, ananas, pere, mele, uva bianca e nera, fichi, ciliegie….

Presi una pigna d’uva bianca profumatissima ed iniziai a mangiarla mentre stavo uscendo. Si stava facendo sera e dall’Albergo ancora nulla. Più tardi, mentre mi trovavo in veranda sbaraccato su un dondolo a prendere il fresco dondolandomi con Mollie, decisi che il mattino dopo sarei andato io alla ricerca dell’Albergo. Lo dissi a Mollie, e lei mi rispose che se mi faceva piacere andava bene. Anche lei stava diventando abulica come Annalise? O forse si trovava bene anche in questo strano residence ed aveva iniziato a godersi la villeggiatura, mentre io me ne stavo in ansia aspettando quelli dell’Albergo?

Dormimmo in camera e non si soffocava dal caldo, anzi la stanza era molto areata; di mattino presto m’alzai e mangiai qualche frutto, disseminati per il residence c’erano sempre dei vassoi di vimini colmi di frutta fresca. Mi avviai poi deciso, come avevo stabilito, verso l’unico sentiero che partiva dal residence verso l’interno. Camminai per alcune ore, sempre immerso nella vegetazione rigogliosa dell’isola, trovai alcuni massi sistemati come dolmen, i resti d’un possente muro in pietra, un laghetto stracolmo di ninfee in fiore, un cartello arrugginito che portava ancora la scritta leggibile "ALBERGO IMPERIALE à " con la freccia nella giusta direzione nella quale stavo andando. Incrociai anche miriadi d’insetti non molesti e farfalle d’ogni tipo, ed anche qualche piccolo animale che non si faceva vedere, ma del quale avvertivo la presenza: coniglio? lepre?

Improvvisamente dopo svariate ore di cammino, esterrefatto mi ritrovai davanti al residence. Cazzo! avevo girato attorno: eppure non potevo aver sbagliato strada, il sentiero era unico, non c’erano stati né incroci, né altre diramazioni. Presi una pigna d’uva da un cesto e mi sedetti sul dondolo, uscì Mollie e mi chiese se ero già di ritorno. Le risposi di sì e nessuno dei due aggiunse altro. Più tardi mi recai alla spiaggia, c’era Annalise sul bagnasciuga con la mia maglietta. Mi spogliai completamente e nudo m’immersi nell’acqua nuotando a lungo, poi mi sdraiai al sole. Annalise era sempre immobile ove l’avevo lasciata, le onde si frangevano con regolarità, il sole scaldava senza bruciare: la passeggiata ed il nuoto avevano rigenerato il mio corpo invece di stancarlo e così rinfrancato, riguardo all’albergo pensai " a questo punto vengano pure quando cazzo gli pare, e chi se ne frega…" E mi addormentai sulla spiaggia ed un sogno vividamente reale mi raggiunse trovandomi indifeso.

Ero nato, con un gemello che era morto pochi giorni dopo la nascita. Avevano preparato la lapide, ma era doppia: da un lato c’era il nome del mio gemello Artur con la data di nascita e quella della morte, dall’altro c’era il mio nome Frederik con solo la data di nascita. Mio padre pose nella fossa la piccola bara bianca con rifiniture in oro, con dentro le spoglie del mio gemello, mentre un prete pontificava a lato, altri cominciarono a ricoprire con la terra la fossa. Tutti piangevano.

Mi svegliai di soprassalto. Il sole era all’orizzonte, Annalise era sempre sdraiata ove l’avevo lasciata, tra noi due, posato sulla sabbia c’era un vassoio di vimini colmo di frutta fresca. Addentai una pera, ritornai poi verso il residence facendo un cenno ad Annalise per farle capire se veniva anche lei, ma i suoi occhi che prima sembravano mi stessero guardando, rimasero spenti. Mentre m’avvicinavo all’edificio incrociai Charles che stava imboccando il sentiero con una vanga in spalla: "mi sa che è lui che ci procura il cibo, ma dove sono gli orti? Il pollaio? Gli alberi da frutto?" ricordo d’essermi chiesto.

Rientrai nel residence e cercai Mollie, la trovai al piano di sopra che stava pulendo una camera, ma non la nostra, quella di Charles.

- Ma che fai?

- Pulisco, non vedi?

- Ma non è la nostra camera.

- Lo so.

- Ma noi siamo ospiti qui nella dependance dell’albergo.

- Già, l’Albergo Imperiale…..

Lasciai perdere e proseguii verso la nostra camera, aprii una mia borsa di pelle ed estrassi il cellulare: incredibile! Era in rete! Feci il numero del mio ufficio digitando prima il prefisso internazionale e mi rispose una voce maschile in una strana lingua gutturale. Provai con altri numeri ma le risposte, con voci maschili o femminili, erano tutte in quella strana, incomprensibile lingua, gutturale, con schiocchi e sibili. Buttai l’inutile cellulare sul letto e m’avviai lungo il corridoio, la camera di Charles ora era bella pulita ed in ordine, ma Mollie non c’era, entrai allora nella prima camera, quella tutta incasinata e zeppa di roba e cominciai a curiosare: vecchie valige polverose ovunque con dentro abiti d’ogni foggia, cellulari spenti, chincaglieria varia, tappeti arrotolati, uno scatolone zeppo di giochi di bambino, pile di vecchi giornali ingialliti, foto ottocentesche sbiadite, un ferro da stiro, un computer dei primi, lampadari in terra……….

La mia attenzione venne attirata da alcuni piccoli quaderni rilegati in tela bianca con gli angoli rifiniti in oro, erano una diecina chiusi in un cassetto, li sfogliai, erano vergati a mano, ogni quaderno aveva pochi fogli scritti e con calligrafie diverse, le rimanenti pagine erano in bianco: li presi e li portai nella mia camera.

Con un asciugamano umido ripulii la tela delle copertine dalla polvere: ora erano tutti d’un bianco candido, li posai sul mio comodino, mi sdraiai sul letto ed iniziai a leggere il primo.

È la notte di Valpurga quella che va dal trenta aprile al primo di maggio, la notte nella quale, secondo le leggende le streghe si scatenano. Le creature si ribellano sempre al loro creatore: Lucifero si ribellò a Geova, il Golem al rabbino Loew, il Mostro al barone Frankestein; visioni, invenzioni, fantasia e metafisica. Il più recente mito della "creatura ribelle" è HAL 9000, il calcolatore che tenta d’impadronirsi dell’astronave in 2001 odissea nello spazio. Immaginarsi oggi un’apocalisse informatica sotto forma di una ribellione delle macchine, fa ancora parte della fantascienza, ma non dimentichiamo però che l’idea di HAL 9000 per il film di Kubrick viene da Marvin Minsky, allora ordinario di scienze informatiche al MIT di Boston.

Chiusi questo primo quaderno, che finiva così, il resto erano solo pagine bianche e scesi le scale: trovai la signora Wroth che stava pulendo l’ingresso

- Giorno di pulizie, oggi? Non ha mica visto mia moglie?

- Sì Mollie è in cucina.

E la trovai dietro ai fornelli che stava preparando una frittata di zucchini. Fuori intanto s’era fatta notte, ma la vita nel residence sembrava avere ritmi propri, intanto mi mangiai una fetta di frittata bella calda, c’era qui in cucina una bottiglia di vino rosso dalla quale mi servii abbondantemente. Da una scatola di legno, posata su un tavolinetto accanto ad un posacenere ed un accendino da tavolo in argento, uscirono fuori degli Avana. Mi scolai mezza bottiglia di vino rosso ed avevo il sigaro acceso in bocca. La TV manco a dirlo, non funzionava, il telefono neppure, il mio cellulare invece andava, ma non serviva ad un cazzo con le sue incomprensibili voci. Trovai anche un computer moderno in uno sgabuzzino abbandonato che un tempo doveva essere un ufficio, ma anche questo non andava proprio, me ne intendo poco, ma la tensione della corrente mi sembrava troppo bassa ed ho la sensazione che fosse corrente continua, e non ho visto fili all’esterno e neppure generatori, mi sono chiesto più volte chissà da dove venisse. Col sigaro in bocca me ne tornai in camera, avevo anche dei libri in valigia, meno male, pensai, tanto qui mi sa che i tempi s’allungano. Entrai in camera e sentii qualcuno sotto la doccia, pensai fosse mia moglie, entrai ed invece trovai Annalise sotto i getti, più bella che mai. Posai il sigaro, mi spogliai ed entrai in doccia con lei. Con la mano destra le sollevai la gamba sinistra e la penetrai senza esitazione: mentre ritmicamente la possedevo sotto il getto della doccia i suoi occhi sembrarono sciogliersi e farsi vivi. Ci asciugammo e la gettai sul letto, facemmo a lungo l’amore e dopo alcune ore mi risvegliai ancora abbracciato a lei. Andai al bagno senza svegliarla ed uscii nel corridoio, passai davanti alla camera di Charles, aprii la porta socchiusa e vidi nel letto completamente nudi ed addormentati, mia moglie, Charles e la signora Frederik. Sorrisi e scesi le scale, mi avviai in cucina e mi preparai un buon caffè. Trovai anche un pacchetto di sigarette e me lo infilai in tasca. Più tardi ero sulla veranda e vidi Charles nuovamente con la vanga in spalla, lo chiamai.

- Charles!

- Mi dica.

- Ma dove sta andando?

- Agli orti.

- Ma dove sono?

- Lungo il sentiero, ad un paio di chilometri.

- Ma io l’ho percorso tutto e non li ho visti.

- Il sentiero va dove vuole che uno vada.

- Come? Che significa?

- Porta ognuno in posti diversi.

- Non capisco.

- ………………………………

Senza rispondere, ma scotendo la testa si avviò verso l’orto ed io rimasi perplesso ad osservarlo: tornai allora verso la spiaggia, stetti un po’ al sole, poi mi tuffai. All’uscita dall’acqua c’era Annalise che sembrava aspettarmi. Mi avvicinai, la baciai e lei per la prima volta disse una parola: "L’Albergo?"

- Cos’hai detto?

Ritornò poi nel suo silenzio, mi prese la mano ed imboccò il sentiero, ed io con lei, dopo una ventina di minuti giungemmo in un prato tutto fiorito, margherite multicolori ovunque, in lontananza una torre nera a base circolare, senza aperture. Lei si sdraiò in terra, si sfilò la mia maglietta. Voleva far l’amore. L’accontentai, quando mi rialzai la torre ora mi appariva a base quadrata, rimasi perplesso, non solo per la torre, ma anche per quel posto che l’altro giorno non c’era – era solo ieri o era passato molto più tempo?

Veloce giunse la notte e mi ritrovai nella mia stanza al residence con Annalise, mia moglie ormai s’era installata nella camera di Charles e ci stava quasi tutto il giorno e le notti. Presi dal mio comodino uno dei quaderni bianchi, lo aprii, vi erano a penna scritte quattro pagine con un solo nome: "Annalise" ripetuto per quattro intere pagine. La guardai che stava appisolandosi accanto a me e non le dissi niente.

Chiusi il quaderno e lo spostai sopra quello già letto, ne presi un altro, anche questo scritto con una calligrafia diversa, e lessi:

Questa notte è così languida, così bella da lasciarti incantato, come se ogni dubbio svanisse per la più semplice delle spiegazioni. Io tengo le mani in tasca, come per stringere un sogno che svanisce. Le tue parole non mi hanno consolato. Ogni fine è pietosa, e sofferente è l’addio su ogni labbro. A cosa è servito parlarne? Non si decide mai in due. La separazione è un fardello indivisibile. La passione nutre il proprio significato d’infinito e non d’illusione… se si ama è persempre, e tu questo non l’hai mai capito. M’incammino verso casa, passo dopo passo sulla via gelida di gennaio. Ogni pensiero riscalda e svanisce, generando sconforto e nostalgia. Sono piccole fiammelle sterili, i battiti del mio cuore. Persino le barche ondeggianti vicino al molo sembrano aver sonno. Non c’è vita al mondo. Sulla soglia di casa trova te. Gli occhi languidi, così belli da lasciare incantati, e le mani in tasca, a trattenere un sogno che vuol fuggire lontano.

Qui finiva anche questo quaderno, non durai neppure fatica a capire se qualcosa significasse, ne aprii un altro, era con tutte le pagine bianche, presi allora la penna e sopra la prima pagina ci scrissi il mio nome, e sotto annotai la prima frase famosa che mi venne in mente:

Ogni problema per essere un problema deve contenere una menzogna.

Lo richiusi e lo posai sopra i tre già letti. Chiusi gli occhi ed in breve anch’io mi addormentai e rapidamente passai al sogno: la tomba con il mio gemello è stata riaperta, la terra è smossa, la piccola bara è di lato. C’è una cassa, nuova, questa è nera e più grande. Viene calata giù, accanto ci piazzano quella più piccola, poi la terra ricopre le due bare. C’è gente e stanno piangendo, vedo mio padre, invecchiato com’è ora, mia moglie, la signora Wroth, Charles ed Annalise. Poi tutti se ne vanno ed io resto solo, guardo allora la lapide: c’è la data di nascita sotto tutti e due i nomi, il mio e quello del mio gemello e c’è la data di morte del mio gemello, avvenuta pochi giorni dopo la sua nascita. Sotto il mio nome, lo so, non c’è alcuna data di morte. Guardo attentamente: non è vero! C’è la data del 15 luglio 2243!

2243? Ma eral’anno passato, ora siamo nel ‘44, mi guardai attorno disorientato e solo allora mi accorsi che la lapide era piazzata proprio nel punto ove mi aveva condotto Annalise, c’era anche la torre nera, là in fondo ed era di nuovo a base circolare, ma era la solita, mi avvicinai e su una pietra squadrata della torre tracciai una X con un’altra pietra appuntita, pensai: voglio vedere se è la solita che cambia forma, una curiosità.

Mi risvegliai che stava appena albeggiando, m’infilai i pantaloncini e corsi fuori, imboccai di volata il sentiero ed in breve arrivai fino al prato: c’era la lapide, c’erano i due nomi con le date di nascita e di morte – anche la mia. Era l’identica situazione del sogno, anche la torre, ma ora era a base quadrata, andai verso di essa e scorsi la X che avevo prima, nel sogno, tracciata.

Al residence la signora Frederik preparava la colazione, Mollie era seduta sulla veranda con un libro in mano, Annalise stava su una poltrona nell’ingresso e guardava nel vuoto, indossava un’altra delle mie t-shirt, questa bianca con la scritta colorata "l’io esiste anche se non riuscite ad identificarlo – dalai lama –"

Charles stava innaffiando le rose ed i gerani che sono attorno alla casa. Annalise s’alzò e mi venne vicino. Ci baciammo. Mi sedetti accanto al tavolinetto con sopra la scatola di legno. Presi un Avana. I quaderni bianchi non letti erano lì sul tavolinetto accanto a me. Chi li avrà portati giù? Presi il primo e lo aprii.

Incise il suo nome sulla corteccia, poi disse "tu mi proteggerai sempre, vero?" Nel vento erano i semi degli alberi che sarebbero stati, mentre la vita turbinava nel cielo severe d’un temporale incombente. I passi armoniosi della bambina spersa sembravano un suono nel vuoto, fatto per chiedere aiuto. Portava nei tasconi margherite sfatte, d’antica semplicità. E rapiva ogni luce coi battiti delle sue palpebre. Quando l’aria fu come un mare dalle onde di gocce, dalla terra si gonfiò una grassa radice, eppoi un germoglio, senza che nessuno vi badasse, divenne albero intero nel giro d’un istante. Sotto le sue foglie la bambina si riparava dal maltempo. E stranamente il suo cuore era privo di paure….

Annalise a questo punto m’interruppe, voleva esser nuovamente baciata, l'accontentai questa volta con passione, sono certo che riuscirò a toglierla dalla sua apatia, è solo questione di tempo, pensai.

Una musica jazz cominciò a risuonare nel residence, Mollie mi disse che Charles era riuscito a riparare un vecchio giradischi, che bello dissi io e abbracciando Annalise cominciai ad eseguire alcuni passi di danza, stringendomi forte a lei e baciandole il collo.

Quando finì la musica vedemmo arrivare dalla spiaggia due turiste, entrambe in pantaloncini e camicia bianca di lino, sandali ai piedi. Io ed Annalise gli andammo incontro, loro ci salutarono sorridenti.

- Buongiorno!

- ………………

- Siamo arrivate ora, abbiamo prenotato all’Albergo Imperiale, i nostri bagagli sono sulla spiaggia, dobbiamo portarli dentro?

In silenzio io ed Annalise ci avvicinammo ai bagagli, li prendemmo e lentamente li portammo in casa. Le due ci seguirono con aria interrogativa.

- Ma come arriviamo all’Albergo?

- Verranno loro a prendervi, forse domattina – dissi io ed aggiunsi –intanto potete sistemarvi al piano di sopra, ci sono delle camere libere.

Loro si guardarono intorno, poi presero qualcuna delle loro valige e salirono su per le scale. Ero fermo nella hall e le stavo osservando, Annalise teneva la testa appoggiata sulla mia spalla e stava sospirando; la signora Frederik era intenta a (finalmente) pulire il bancone che n’aveva proprio bisogno, Mollie stava guardando il cinescopio del televisore spento con attenzione, come se stessero trasmettendo un interessante programma. Charles rientrò proprio in quel momento con un cestino pieno d’uova appena scodellate. Sentii il trillo del mio cellulare su in camera e corsi a prenderlo, lo trovai sopra la consolle, dissi "Pronto?" ed una voce di donna col solito incomprensibile linguaggio blaterò un sacco di versacci: lo scaraventai fuori nel prato dalla finestra aperta e mi buttai sul letto scompisciandomi dalle risate e dicendo a me stesso "e quelle due aspettano che le vengano a prendere dall’Albergo"…………

Intanto Annalise entrò nella stanza, si sfilò la mia maglietta e restò nuda a guardarmi con quei suoi occhi belli, azzurri e sempre meno inespressivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LO STRETTO INDISPENSABILE IN UNA DOMENICA D’AGOSTO

 

Scriveva Jorge Luis Borges nella sua Biblioteca di Babele: "L'universo (che altri chiamano la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in numero di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella di una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta ad un'altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala a spirale, che s’inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio c'è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze.... La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa.... Morto non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e si dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita..... A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascun scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga di quaranta lettere nere."

Lo so che vi sembrerà pazzesco, ma io mi ritrovo in questo luogo descritto così magistralmente da Borges almeno una volta al mese, ormai da anni. E la cosa non è che mi dispiaccia, mi turba questo sì, ma i benefici che ne colgo superano ogni mio disturbo ed anche ogni mio tentativo di razionalizzare ciò che mi sta succedendo. Ho deciso di descrivere da oggi minuziosamente ciò che leggerò (o mi sarà concesso di leggere) ogni volta che arrivo quaggiù (o quassù, o chissà diavolo dove).

Senza neppure accorgermene ho un libro in mano e come sempre inizio avidamente a leggerlo.

 

Nelle mie domeniche d’agosto succede sempre che mi metto a raccontare strane storie, assolutamente insospettabili, preparatevi dunque a partire con me e ad arrivare di buon mattino alla periferia di Firenze, per l’esattezza a Poggio Imperiale, quello su, sopra Porta Romana, ed è la seconda domenica d’agosto dell’anno 3001. Perché un racconto così avanti nel tempo? ti chiederai, o mio lettore, ed io non ho nessuna risposta logica da darti: ho scritto questa storia così come mi è venuta in mente, ho fatto praticamente solo da cronista a ciò che da qualche parte mi è stato trasmesso. Ma torniamo ove ho detto, un modulo sta felicemente svolazzando tra quei colli alla ricerca d’un parcheggio tra il verde e le rovine. Ad un tratto si alza un forte vento che fa sobbalzare l’abitacolo ma rende anche turbolenta la visione, è come se all’improvviso tutta la polvere del posto si fosse alzata e roteasse in rapidi mulinelli, la stessa luce del sole ne è offuscata ed ha assunto un colore giallastro per niente naturale. Ed in quel preciso istante tutta l’energia del modulo svanisce.

Qualche secondo dopo noterete a terra, tra le rovine di un’antica costruzione un modulo di trasporto un po’ ammaccato, fermo con accanto due umani, un uomo ed una donna che stanno discutendo animatamente. Accanto a loro è posato al suolo un contenitore multicolore, all’interno del quale si trova una bambina (è vestita con un pagliaccetto leggero di color rosa) che avrà poco più d’un anno.

- Ti rendi conto che siamo qui bloccati?

- E allora? Qualcuno verrà pure a prenderci.

- Tu dici?

- Se qualcuno ci ha visto cadere, o appena s’accorgeranno che non siamo rientrati…

- Che idea del cazzo venire quassù senza le adeguate strumentazioni.

- Ma se è un luogo turistico, e poi l’hai detto tu: solo lo stretto indispensabile, è una passeggiata.

- Proprio così, solo lo stretto indispensabile, non NULLA come tu sembra abbia capito.

- Che palle! Doveva essere solo una passeggiata.

- All’aperto sulla Terra c’è sempre qualche pericolo nascosto, hai visto com’è finita la passeggiata?

- …………………..

- Abbiamo incrociato un campo magnetico deviante, o so un cazzo io cosa, il fatto è che siamo precipitati su questo stupido ed inutile colle, rischiando la nostra pellaccia, ed abbiamo anche portato con noi la bimba.

- Ed il modulo non riparte, non ci pensa nemmeno a ripartire, è come se l’energia fosse stata tutta prosciugata.

- E senza energia niente comunicazioni, non siamo più in rete, è come se non esistessimo, qualcuno dovrà pure accorgersene.

- Ma se c’è stato un malfunzionamento, il modulo avrà pur inviato l’SOS? E’ automatico, no?

- Sì è automatico, ma non è previsto che l’energia sparisca tutta così all’improvviso…

- Però invece di precipitare siamo scesi lentamente, qualcosa dell’emergenza ha funzionato, potrebbe anche esser partito l’SOS.

- Ci credo poco, e poi ti sei guardata intorno? Era proprio qui che volevamo scendere, e dovrebbe esserci un parcheggio attrezzato con il ristoro, l’ufficio dall’APT, il solito negozietto con le cianfrusaglie per gli stupidi turisti come noi…invece io vedo solo noi, arbusti e rovine.

- Laggiù dovrebbero esserci le rovine di Firenze, siamo abbastanza vicini al centro, invece c’è solo del verde.

- ……………………….

- Secondo me abbiamo sbagliato posto.

- No, è quello giusto, ne sono sicuro, lassù c’era l’osservatorio, e qui dove siamo noi un grande collegio.

- E quelli strani uccelli che svolazzano?

- Li ho visti sono rondini.

- Rondini? Ma sono estinte da centinaia d’anni.

- Quelle sono rondini, vaglielo a dire che sono estinte, forse non lo sanno.

- Non è possibile, sarà qualche nuova specie ottenuta con l’ingegneria genetica, lo sai oggi fanno di tutto.

- Che guaio e ci siamo portati dietro pure la bambina: il latte per lei c’è?

- Latte no, ma bottiglie d’acqua, omogeneizzati ed un pacchetto di biscotti.

- Solo questo? E per noi?

- C’è una bottiglia di Coca-Più da un litro e mezzo di quelle ad alto contenuto di coca.

- E non c’è altro?

- No.

- Sarà bene muoverci, dirigiamoci in basso verso Firenze, qualcosa troveremo.

Detto questo prendono la bimba e le poche cose infilate in una borsa e scendono verso il basso alla ricerca del centro turistico o di qualche guida alle rovine. Ma non vi sono tracce di sentieri e la discesa prosegue molto lenta tra la fitta vegetazione. Solo qualche antico rudere e nessuna traccia di recente presenza umana. Sono ormai in pianura e si fa bruscamente notte, si fermano in uno spiazzo con l’erba bassa e soffice, appoggiano le spalle ad una possente quercia, bevono e mangiano solo qualche sciocchezza (poco più d’un biscotto a testa). La notte avanza e le costellazioni sono tutte sbagliate, lui se ne accorge ma non dice niente. In cielo molte stelle cadenti, si addormentano guardandole ed esprimendo un desiderio.

Al mattino si risvegliano istupiditi per l’avventura non richiesta, trovano un ruscello poco distante e si bagnano per bene, quasi a volersi risvegliare da questa brutta storia. Vicino al ruscello vi sono dei cespugli spinosi con dei frutti neri.

- Ma quelle non sono more?

- Sì, assaggiamole!

- Buone, ma non è il mese sbagliato?

- Dillo a loro.

- Forse si, forse no, ma è lo stesso sono molto buone.

E ripartono nella stessa direzione alla ricerca di un qualcosa d’umano, e dopo un’ora circa di cammino si trovano davanti una radura, un prato verde ben curato, un ruscello attraversa un lato del prato, nel mezzo una cupola metallica che a mo’ di specchio riflette il prato stesso, fiori d’ogni tipo attorno alla cupola.

Incuriositi e speranzosi ci girano attorno ed al loro passaggio un’apertura s’attiva e mostra l’interno accogliente, moquette per terra, letti a castello, poltrone, tavoli, una cucina e armadi d’ogni tipo, uno di questi sembra un enorme frigo. C’è anche un bagno con tazza, lavandino e doccia, tutto di forme un po’ strane, ma tutto ben identificabile. Nel frigo una grande varietà di scatole sigillate con l’immagine in etichetta del contenuto: fagioli, ceci, wrustel, salumi, cavoli, funghetti, olive, carciofini, pesche (forse sciroppate), uova, ecc.

E negli armadi abiti d’ogni tipo, lenzuoli, asciugamani, ed ancora posate, bicchieri, piatti….

- Affermerei che c’è tutto, anche per la bimba…

- Sì, per la sopravvivenza non manca niente.

- Sempre all’insegna del minimo indispensabile.

- Per ora va più che bene così, poteva essere assai peggiore la situazione, non lamentiamoci.

- Certo che qualche bella bottiglia di birra, un wisky, qualche sigaretta ed un po’ di droga ci poteva anche essere

- Ma non c’è, rassegnati.

La luce all’interno è diffusa direttamente dalle pareti. Non v’è alcun mezzo per comunicare con l’esterno, ed i nostri sfortunati protagonisti cominciano ad abitare il modulo e familiarizzano a poco a poco con questa strana abitazione ove i cibi riappaiono una volta consumati ed i rifiuti scompaiono al mattino, ed anche l’ambiente è sempre rimesso in ordine, così come i vestiti sporchi che tornano lavati e stirati.

La cucina è sempre pronta ai loro bisogni ed il giardino esterno si fa ogni giorno più bello. La cupola li accudisce e li coccola, fa da madre e protezione, dopo centomila anni è tornata la presenza dell’uomo sulla Terra, la cupola è riuscita a procurarsi tre esemplari prelevandoli dal loro tempo. Altre cupole avevano fatto o stavano per fare la stessa cosa. Una nuova colonia umana sta per nascere.

Le cupole si sarebbero estremamente divertite a fare da divinità al nuovo insediamento umano. D’altronde fare gli dei era il loro destino, erano state costruite per questo.

Cupola amorevolmente guarda ancora una volta i tre piccoli esseri umani che stanno tra loro ridendo e la più piccola emette forti gridolini…

 

Qui finisce il libro che mi sono trovato in mano, lo reinserisco al suo posto nello scaffale e mi infilo nel piccolo gabinetto, quello nel quale ci si può addormentare in piedi…..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 SETTEMBRE 2001

il giorno che cambiò il mondo

 

 

Questa è guerra all’ultimo sangue – combattete cellula per cellula attraverso i corpi e gli schermi cerebrali della terra – Anime imputridite dalla Droga dell’Orgasmo – Carne che rabbrividisce nei Forni – Prigionieri della Terra uscite fuori – Prendete d’assalto lo Studio.

W.Burroughs

 

Gli uccelli metallici volteggiano leggiadri nell’aria carichi di vite che saranno prematuramente spezzate, minacciosi stanno per seminare a piene mani il terrore, inviati dal signore della Casa dei Morti sorvolano un mondo civile ancora ignaro nella sua cappa d’ingenuità della triste minaccia che incombe.

Ballano, forse un valzer, e dopo l’ultimo giro, gli uccelli metallici, prima l’uno e poi l’altro penetrano col rombo attutito dell’impatto nelle torri con la facilità d’un coltello nel panetto di burro.

Ardono le fiamme, prima su una torre, poi su l’altra, molti si rifiutano di finire arrosto e vista l’impossibilità della discesa si buttano giù dalle finestre degli ultimi piani, si tuffano da questi giganteschi trampolini non prima d’aver frantumato i vetri delle finestre.

Scavalcano i davanzali d’impeto ed uno ad uno, con inconsce tecniche diverse si gettano: come ci si lancia da un trampolino, come ci si immerge sott’acqua, come ci si butta da un aereo………

Ma sotto non vi sono specchi d’acqua, ma il fumo, le fiamme…e poi il vuoto.

Mentre l’orrore si fa tangibile, concreto, eccone uno! Si butta come ci si lancia da un aereo con addosso il paracadute, ma lui ne è privo, ma ugualmente vien giù lentamente, lentamente……

Altri agitano le braccia e le gambe, come se stessero nuotando nell’aria. Un altro ancora si esibisce in giravolte: carpiato, semicarpiato, giro della morte: mai giro fu così azzeccato.

Uno dopo l’altro, sembrano nuotare, sì proprio nuotare nell’aria. Dalle finestre dei piani più alti, rotte ovviamente per riuscire a respirare, altri si sporgono ad osservare impietriti i lanci che si susseguono.

Intanto ancora alcuni nuotano volando e sembra che il loro volo non abbia fine, ma giunti alle ultime diecine di piani, e ci arrivano uno alla volta, talvolta, ma più raramente in gruppi di due o di tre……..e giunti alle ultime diecine di piani, tra il trentesimo ed il ventesimo, subiscono una forte accelerazione ed allora sempre uno alla volta si mettono a gesticolare, sempre più scompostamente, perdono quel ritmo armonico iniziale, quasi di danza e poi disperati e sicuramente pentiti del gesto precipitano sempre più velocemente con le bocche spalancate lanciando urli afoni che nessuno può udire, perché anche l’udito di chi osserva è pietrificato. Ed infine con un plop! finale uno ad uno giungono all’asfalto che è coperto di detriti e di macerie, come una zona di guerra sotto un bombardamento. Ed i corpi lì terminano il loro volo e si trasformano in mucchietti di carne, di ossa, di vestiti e di liquidi organici casualmente sparsi.

Attorno volti increduli, sgomenti, terrorizzati (l’odio e la giusta vendetta si presenteranno in un secondo tempo): ora è la MORTE in scena.

Ed ancora le torri, una dopo l’altra, la prima implode inghiottendo se stessa, l’altra fonde come un gigantesco panetto di burro. Dopo l’orrore, il silenzio, poi la giustizia infinita.

 

(liberamente tratto dalle immagini CNN e da "L’orgoglio e la rabbia" di Oriana Fallaci"

 

 

 

 

 

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