-          vittorio baccelli – i racconti – terzo sigillo –

 

 

 

 

SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS

 

Lontano dalla città, su un colle, in un terreno adiacente ad una chiesa sconsacrata, proprio ove un tempo era sorto un piccolo cimitero: quello lo spazio adatto.

Il terreno era stato preparato con cura, mescolato a sabbie e ceneri, ed era pronto per quella notte, una notte estiva di plenilunio.

Alcune auto arrivarono lungo la strada sterrata e parcheggiarono ad un centinaio di metri dal luogo prescelto. Alla spicciolata una ventina di giovani giunsero a piedi e silenziosi nei pressi della chiesa.

L’officiante arrivò con gli amici, si distingueva dagli altri solo perché sulle spalle portava una grossa sacca di tela nera. Gli amici formarono un cerchio attorno a lui ma distanti ed iniziarono a spogliarsi in silenzio. L’officiante si tolse solo le scarpe e rimase vestito con pantaloni e giacca di lino bianco.

Mentre si spogliavano lentamente gli adepti a mezza voce salmodiavano “deis mieisjesquet benedo efet douvema enite maiis”. L’officiante posò la sacca sul terreno, l’aprì ed estrasse alcuni oggetti che depose davanti a lui, l’uno accanto all’altro. Gli oggetti, nell’ordine, furono: il coltello dal manico bianco, il coltello dal manico nero, il pugnale, il bastone di noce, la penna d’oca maschio, la bacchetta di nocciolo, la zampa di gallina.

Afferrò il bastone di noce e con esso tracciò un circolo, poi al suo interno con il coltello dal manico bianco disegnò tre pentacoli. Dalla sacca tolse un calice che posò rovesciato, in terra entro il cerchio. Estrasse dalla sacca due lucertole con gli occhi cuciti con fili d’erba, gli animali furono lasciati liberi nel cerchio e si disposero lungo la sua circonferenza.

Gli adepti proseguirono con la loro nenia, poi completamente nudi, s’accarezzarono l’un l’altro, mentre l’officiante tolse, sempre dalla sacca, un gatto nero con le zampe legate e lo depose nel bel mezzo del cerchio.

Tre candele nere furono collocate sui tre pentacoli ed accese, la zampa di gallina fu gettata all’interno del cerchio.

Con il coltello dal manico nero, l’officiante aprì la gola del gatto ed alcune gocce di sangue furono fatte cadere sul calice rovesciato. Si tolse da una tasca un’ampolla di cristallo azzurro nella quale vi era acquasanta, alcune gocce furono versate sul sangue del gatto nel calice rovesciato. Dalla sacca estrasse poi un crocifisso, che fu piantato in terra rovesciato, anch’esso entro il circolo. Anche l’officiante portava al collo una catenina d’oro con appeso un crocifisso rovesciato.

Da una tasca l’officiante estrasse un’ostia consacrata, la intinse nell’acqua e sangue, la divise in piccolissimi pezzi che distribuì agli adepti.

I presenti dopo aver ingerito l’ostia salmodiarono “sator arepo tenet opera rotas” e con questa nenia iniziarono le pratiche orgiastiche penetrandosi vicendevolmente e casualmente.

L’officiante, in piedi, con la bacchetta in mano, le braccia levate verso il cielo esclamò “EL EHOME ETRHA EJEL ASTER E JECH ASTER EBOME ASTER”

Con la bacchetta disegnò dei pentagoni in aria e poi proseguì con “ADONE’ ASTRICHIO ELOIM ELOI GAOHVAC MITRATON ARIEL AZAZEL ZENATHOROTH” e gli adepti ora ritmavano “ADONAI ELOIM AAGLA”.

Tre volte l’officiante batté le mani, e si fece il silenzio, s’udivano solo gli sfrigolii della carne negli amplessi. Uccelli notturni e cicale tacquero, la luna, argentea, sembrava ancor più grande e luminosa. Dopo alcuni minuti di silenzio l’officiante recitò “IMPERATORE LUCIFERO CAPO DI TUTTI GLI SPIRITI RIBELLI RISPONDI AL MIO APPELLO E VIENI CON NOI”.

Una luminosità argentea si diffuse lungo la circonferenza del magico cerchio, mentre al suo interno una semisfera nera s’era formata. Più nera della notte, ed in questo nero era scomparse le candele, le lucertole, il gatto sacrificato, la croce rovesciata ed ogni altro oggetto che si trovava al suo interno.

Gli adepti ora copulavano in silenzio, sparsi per il prato e non più in circolo, l’officiante se ne stava immobile davanti alla semisfera. Il nero infine si dissolse in fiocchi di densa nebbia e da essi emerse una bellissima donna nuda, nera come le tenebre profonde, rilucente nell’argento della luna. L’officiante le consegnò una tunica bianca che lei s’infilò ed un paio di sandali argentati che furono calzati.

L’officiante si rimise le scarpe, poi richiuse nella sacca i due coltelli, il pugnale, il bastone, la bacchetta magica ed il calice. Lasciò il resto a testimonianza dell’evento, prese poi la mano all’entità e con essa s’avviò verso la sua auto che era parcheggiata poco lontano, mentre gli uccelli notturni lanciavano le loro grida alla luna.

Un adepto intanto con il dito indice della mano sinistra scrisse sul terreno:

 

S  A  T  O  R

A  R  E  P  O

T  E  N  E  T

O  P  E  R  A

R  O  T  A  S

 

Il portale, che era stato aperto dal rito, fu così nuovamente richiuso.