TILDE E FRANCOIS

 

Dopo l’inaspettato invito per il tè, Francois voleva in tutti i modi tornare a rivedere Tilde, le era rimasta in mente, non riusciva a togliere la sua visione dai suoi occhi. L’occasione fu il ritrovamento da lei indicato e pochi giorni dopo con una bolla di quelle che se ne stavano sospese in aria, arrivò alla cupola argentea circondata dai fiori e per lui la barriera energetica non era in funzione.

Tilde era in piedi sul prato e sembrava che lo stesse aspettando, e forse era proprio così. Lui scese dal mezzo e la salutò abbracciandola affettuosamente, lei ricambiò con un bacio. Più baci furono scambiati e:

-         Sono venuto a nome di tutti  per ringraziarvi.

-         Avete trovato ciò che più vi serviva, no?

-         Sì e proprio grazie a voi.

-         Dovevamo ricambiare.

-         Per le farfalle?

-         Anche per quelle.

-         Lo sai che ti desidero.

-         Ci ho pensato su anch’io e la risposta è affermativa a quello che stai per chiedermi.

-         Sono contento di sentirtelo dire.

E si rotolarono nell’erba amandosi per oltre un’ora, la guaina che ricopriva Tilde non fu d’impedimento ma anzi sembrava far proprio parte del suo corpo.

-         Andiamo in casa?

E lui ancora nudo la seguì e si distese su un divano mentre lei le portava in bicchiere colmo d’un liquido ambrato.

-         Cos’è?

-         - Dovresti chiamarla ambrosia.

-         E’ buono, ma Flavia dove l’hai lasciata?

-         Se vuoi la chiamo, puoi avere anche lei.

-         O capito, basta chiedere, ma no, sono a posto così, almeno per ora restiamo soli, ho da chiederti alcune cose.

-         La bambina?

-         Ci hai già fatto sapere da dove veniva, ma volevo chiederti, tutto quello che ci circonda qui, è reale?

-         Tutto ciò che esiste è reale.

-         Ma io credo che la realtà non esista, ma sia una creazione della mente, anzi forse è un gioco che crea con le intenzioni di più menti.

-         Un gioco, ora che mi ricordo stavo giocando, ma comunque tutto ciò che si forma è reale.

-         Tutto è reale perché è illusione.

-         O tutto è illusione perché è reale.

La discussione era arrivata ad un punto morto ed almeno per Francois, spingerla ora oltre significava raccattare un mal di testa, così ricominciarono ad accarezzarsi e finirono nuovamente abbracciati assieme per terra, questa volta non su l’erba ma su un folto tappeto e fecero l’amore fino a notte inoltrata.

-         Buona quell’ambrosia ed ha anche un certo effetto…. Ma dovrei tornare alla Base.

-         Rezia t’aspetta? Cosa dirà? E’ forse gelosa?

-         Gelosa non è, ma mi sta aspettando, adesso la chiamo.

Uscì e prese dal modulo il cellulare, ormai l’avevano tutti e miracolosamente funzionavano, e la chiamò dicendo che sarebbe rimasto a dormire dalle dee. Lei gli augurò la buona notte.

Al mattino Francois si risvegliò in un grande letto assieme a Flavia e a Tilde, anche Flavia era ovviamente nuda e quando s’accorse che s’era svegliato iniziò ad accarezzarlo e poi gli si mise sopra facendosi penetrare.

Quando Flavia scese da lui e dal letto chiedendo “Un caffè! Di corsa un caffè!” s’accorse che fuori non c’era più il prato coi fiori, la cupola non era più nell’Opificio ma su una spiaggia tropicale, palme alle spalle e mare davanti.

Rimase stupito a guardare l’esterno, poi si trasferì in cucina e lì trovò sì il caffè, ma anche un’altra ragazza, anch’essa dalla pelle rilucente.

-         Ciao! Io sono Barbi.

-         Francois.

-         Lo so, sarai stanco, ecco un bicchiere d’ambrosia.

-         Veramente mi ci andrebbe un caffè.

-         Prima l’ambrosia, intento ti preparo il caffè.

-         OK! Ma Flavia dov’è?

-         S’è bevuta l’ultima tazza di caffè che era pronta ed è uscita.

-         Si Barbi, ma chi sei?

-         Ero il giocattolo di Flavia, ora sono Barbi, una senziente e quasi sua figlia. Come Tilde era la creatura di Flavia.

-         Forse ho quasi capito, ma qua fuori, cos’è successo? Dov’è l’Opificio?

-         Ora siamo in un isola del Pacifico, ma se vuoi tornare all’opificio basta pensarlo, e se lo vuoi diverso basta pensarlo diversamente, Computer ci da una mano. E ciò che veramente vuoi sarà.

-         Per ora lasciamo stare tutto com’è, voglio fare colazione, dopo tornerò alla Base e se mi va penserò diverso, va bene?

-         Lei sorrise e senza rispondere gli allungò una tazza di caffè, poi con una mano prese un bricchetto di latte e con l’altra gli afferrò decisamente il membro stringendolo:

-         Macchiato?

 

 

QUINTO ANNIVERSARIO E L’AGAPE

 

Erano ormai trascorsi cinque anni da quando Francois e Carlos avevano iniziato quasi per gioco a bonificare l’Opificio aiutati prima dai soli amici, poi dagli studenti ed infine da numerosi altri coloni che dal Villaggio s’erano trasferiti da loro. Le bonifiche erano proseguite senza sosta mentre i ritrovamenti avevano reso ricca la comunità e l'Università l’aveva portata ad essere tecnologicamente avanzata. Finalmente si erano scossi di dosso quel torpore che rendeva gli abitanti del luogo timorosi verso l’Opificio e verso ogni tipo di tecnologia avanzata.

Alla Base molti bambini erano nati ed assieme a Tabitha stavano crescendo. I coloni avevano dovuto affrontare tutta una serie di pericoli: le trappole esplosive e quelle con l’insidioso filo monomolecolare, animali e piante degenerate, sostanze radioattive e tossiche, ecc.

Ma tutto sommato la prudenza aveva evitato molti lutti, di feriti ce n’erano stati parecchi, ma di morti solo cinque.

Si stavano preparando i festeggiamenti ed in casa di Francois s’era riunito il nucleo, diciamo storico, dei coloni. Nella vasta sala riunioni della nuova casa di Francois e Rezia c’erano infatti Carlos, Felicita, Patrizina, Salvatore, Karin ed anche il Professore, sempre più giovanile, e Federica che s’erano portati dietro Tabitha che adesso aveva quattro anni ed era una bella e normalissima bambina.

Erano state invitate anche Flavia e Tilde che erano giunte portandosi anche Barbi, che da tre anni buoni più non s’era vista all'Opificio.

L’incontro avrebbe dovuto essere di lavoro, preparare le festività per il quinto anniversario, ma aveva invece preso un andazzo tra il fricchettone ed il salottiero.

Poco male, tanto nessuno sapeva quanto sarebbe durato, e gli impegni erano stati tutti annullati, ci sarebbe stato dunque, anche il tempo per l’organizzazione spicciola della festa.

Vini e liquori, anche pregiati, erano posati sui tavoli ed assaggi di tabacco, maria, coca, funghi allucinogeni e telepatici ed oppio, tutti di coltivazione locale, venivano offerti senza parsimonia. In cucina poi c’era tutta una serie di vassoi colmi di stuzzichini, arrosti e panini imbottiti di ogni tipo che avrebbero potuto rifocillare un intero esercito d’affamati, per non parlare delle torte che erano posta su un tavolo in veranda.

Le dee avevano portato alcune bottiglie della loro ambrosia, e Francois sorrideva poiché ben conosceva l’effetto afrodisiaco ed energetico di quell’intruglio ambrato.

Tra bicchieri, pipette canne, cibo e coca la riunione proseguiva con gli ospiti sempre più semiassopiti sui cuscini, sui divani e per terra sui tappeti.

Gli abiti cominciarono a sparire, anche per non contraddire le dee che loro sempre nude erano, ed alcune coppie cominciarono a formarsi in maniera più o meno casuale.

Francois si ritrovò con Barbi che non possedeva da tempo, Rezia con Carlos, il Professore con Patrizina e Federica, Karin con Tilde, ma poi subentrarono nuove figurazioni con scambi e Francois si ritrovò con Flavia mentre Tabitha con gli altri bambini, se ne stava giocando in giardino ove erano stati preparati giocattoli, dolci e beveraggi tutti per loro: tra l’altro il gruppetto di sette bambini si stava completamente disinteressando dei movimenti degli adulti.

Forse l’ambrosia, forse le droghe, fatto sta che ad un certo punto della festa la conversazione ebbe inizio, ma più sul piano telepatico che su quello orale.

Ma tutti erano in sintonia anche se stavano facendo l’amore o sonnecchiavano o assimilavano droghe.

Il pensiero era collettivo e nacque un’urgenza: bisognava trovare un nome per la Base. Base infatti non era un nome, era solo la designazione d’un posto, ma la designazione d’un posto è già un nome, turbinio di altri nomi di varia estrazione, d’antiche città, di fiumi, di dimenticate divinità, poi si fece sempre più chiaro un nome e si delineò nettamente anche con le lettere TEORO e Teoro fu, la base ora aveva un vero nome: Teoro.

Se abbiamo dato un nome alla base dobbiamo darne uno anche al Villaggio, Villaggio non è un nome e si riformò in aria e nelle loro menti collettivamente unite la solita confusione di nomi, di simboli e di lettere, poi un nome prese forma e si sovrappose agli altri in maniera netta e distinta FARVEL. Era adesso battezzato anche il villaggio: era la città di Farvel.

L’ex Opificio, ora un nome per i territori desolati: stesso caos, stessa ridda di nomi, di simboli, di lettere e per un attimo sembrò prevalere le dizione I TERRITORI, ma poi le lettere si scomposero e nettamente si riformò OPIFICIO e tutti seppero che questo sarebbe rimasto il suo nome.

Il Professore introdusse il problema delle lune, qualcuno pensò che non era all’ordine del giorno, poiché c’era da organizzare i festeggiamenti, ma il problema fu affrontato ugualmente: nel cielo del loro mondo c’erano due lune che si rincorrevano attorno alla Terra, eppure tutta la documentazione parlava di una sola luna, ed anche le costellazioni erano lievemente diverse da quelle indicate nei banchi memoria e sui libri della biblioteca, perché?

Si sentì chiaro l’intervento delle dee: ci sono molte Terre, la vostra d’origine aveva una sola Luna, questa Terra ne ha due, diamo un nome a quella più piccola.

Tutti accettarono ciò che era stato detto e la solita ridda di immagini e vocaboli si mise in moto per battezzare la luna più piccola, finchè si formò la parola AUGUSTA ed il nome fu dato.

Praticamente queste furono le decisioni importanti prese collettivamente e molti altri pensieri si levarono in aria e chi voleva partecipava al gruppo di discussione che più lo interessava:

Il Professore parlava delle sue più recenti scoperte cartografiche, delle mappe della loro Terra che lui stava realizzando e che solo in parte collimavano con le mappe esistenti, ed ora sapeva anche il perché.

Carlos enunciava i dettagli della festa dai balli al banchetto collettivo, dai fuochi d’artificio alle rappresentazioni.

Federica parlava degli animali mutanti che aveva studiato e del loro comportamento.

Karin illustrava le modifiche al settore urbanistico e viario della zona bonificata ed alle nuove attività produttive impiantate, piscina, coltivazioni idroponiche…..

Alcune farfalle mutanti erano entrate in casa e coi loro svolazzi sembrava volessero anch’esse partecipare all’agape, intanto le dee e Francois sembrava volessero sperimentare tutte le posizioni amorose possibili, ogni tanto facendosi anche aiutare da qualche altro o altra ospite, ma stavano anche approfondendo la comprensione reciproca sull’arte del Tutto, del Gioco e su quella del Mutare sognando.

E Francois in quello stesso momento a centinaia di chilometri dalla sua casa, nel cuore dell’Opificio, distrusse un animale mutante che uccideva qualsiasi forma di vita incontrasse e non per cibarsene, ma per diletto. Lo distrusse, semplicemente componendo i suoi atomi e liquefacendolo in un nulla.

Quella sera tutti quelli che non abitavano a Teoro seppero che erano cittadini della città di Farvel ed anche seppero che nel cielo la notte rilucevano Luna e Augusta.

Un gruppo aveva pensato anche le altre città della Terra e seppero il nome di cinque di esse che come  Farvel avevano scelto una via non tecnologica di vita.

Pieni di droghe tutti s’assopirono mentre correva il terzo giorno dell’agape mentre le nuove conoscenze e le modifiche si rassodavano materializzandosi.

Così la città di Farvel si ritrovò un lungo litorale con bagni attrezzati ed un porto con una banchina per l’attracco delle navi che si spingeva lontano nel mare per quasi un chilometro.

La città di Farvel vide pure giungere al suo nuovo porto per la prima volta un veliero che proveniva da un’altra città carico di merci pronte per lo scambio.

All’interno dell’Opificio una tribù di mutanti vide letteralmente sciogliersi il drago che costantemente li insidiava e che spesso aveva ucciso per diletto alcuni di loro.

 

 

ZONA STAZIONE

Generazioni muoiono, altre nascono,

sin dai tempi degli antichi.

Essi hanno eretto città che ora non esistono più

Che cosa è avvenuto di loro?

(Harris)

Rezia ancora abitava con Francois ed avevano avuto un maschietto, ma non si erano mai sposati, erano infatti rarissimi gli sposalizi a Teoro, e pur vivendo assieme, come lì era consuetudine, conducevano esistenze molto individuali.

Rezia se ne stava ultimamente spesso assieme a due giovani , Hainosi e Sunanda che da poco si erano uniti agli altri coloni e che oltre a lavorare in una delle fattorie, riuscivano trovare un po’ di tempo per frequentare l’università.

Rezia dalle nuove cartografie aveva individuato una zona che era stata segnalata come pericolosa ed era stata interdetta, era la zona ove era stato avvistata, anni addietro una strana e spettrale stazione ferroviaria con tanto di treni transitanti.

Così chiese a Francois ed a Carlos, poiché loro più volte avevano visitato il posto, ma loro erano sempre stati evasivi nelle loro risposte: la stazione ferroviaria non s’era più vista o forse non c’era proprio più ed al suo posto si scorgevano cose ed ambientazioni sempre diverse ed inquietanti: animali feroci anche d’epoche preistoriche, laghetti mefitici ribollenti d’animali abominevoli, grandi sfere d’acciaio che rotolavano ad alta velocità e si scontavano con schiocchi assordanti per poi schizzar via ancor più velocemente, gas mefitici che con soffioni uscivano dal terreno, foreste in fiamme che bruciavano continuativamente, autostrade a venti corsie con auto velocissime sfreccianti che uscivano da una galleria per rientrare in un’altra al lato opposto della depressione, ed altre piacevolezze similari sempre diverse.

Si era arrivati alla conclusione che in quella vallata la realtà non fosse una cosa così densa e compatta come nel resto del mondo, ma al contrario, qui fosse estremamente variabile e generasse continui fantasmi. Rezia disse a Francois:

-         Vorrei fare un’esplorazione nella zona ex ferroviaria che è stata interdetta, ti ricordi quella che per caso scoprimmo assieme.

-         Da sola? Stai attenta potrebbe essere pericoloso.

-         Non sarò sola, ma non sarà mica la zona pericolosa e da evitare indicata dalle dee?

-         No, quella è a centinaia di chilometri da lì e non ci siamo ancora andati . Ma una delle prossime spedizioni sarà proprio diretta in quel posto ed anch’io ci vorrò essere.

-         Perché, io no? Comunque all’ex ferrovia verrebbero con me Hainosi e Sunanda, anche il professore ha detto che sono in gamba. Lui non vuol venire, dice che comincia a sentirsi stanco.

-         Ho molto da fare, se no verrei, comunque state molto attenti e qualsiasi cosa vi appaia in quel posto, non fidatevi e stateci alla larga, fate fotografie, riprendete tutto, scannerizzatelo, ma non interferite fisicamente con quel luogo.

-         Non sono mica alla mia prima ricerca, e poi lo sai, là ci sono già stata.

-         Lo so bene, altrimenti t’avrei ordinato di non farne di niente.

-         E da quando in qua, dai ordini?

-         Naturalmente io do sempre dei consigli, ma vedo che tutti mi ascoltano.

-         Per forza, ti considerano un “anziano”!

 

Disse Rezia ridendo e calcando l’accento su “anziano” ed aggiunse che una gita con due giovanissimi forse sarebbe servita a disintossicarla da un ambiente che stava divenendo troppo senile, ed anche lui rise, sapeva che stava scherzando.

Così Rezia, Hainosi e Sunanda partirono il giorno dopo con una bolla, di quelle che svolazzavano come la nuvoletta di Goku nei cartoni degli antichi.

 

Infatti all’Università erano riusciti a comprendere il funzionamento del motore ad antigravità delle bolle ed avevano modificato solo alcune delle bolle che però rimanevano strettamente di proprietà dell’Università. Ed ora una di queste la stavano utilizzando Rezia e gli altri due.

Arrivarono alla depressione e si fermarono al suo limitare, intorno vi erano solo prati ed alcuni alberi recentemente piantati, le costruzioni diroccate e le ciminiere che si levavano in quei luoghi erano state polverizzate da tempo con gli smaterializzatori e si riconosceva la loro passata esistenza dalle dune, oggi ricoperte di verde, che si susseguivano l’una all’altra.

La valle era in una leggera depressione, ora circondata da alcuni sottili fili luminescenti energetici che impedivano il passaggio.

Le zone interdette e considerate pericolose erano state tutte bloccate in questo modo, ma loro dalla carta sapevano dov’era l’ingresso ed avevano la chiave per disattivarlo. Dietro le linee energetiche si scorgeva solo nebbia, una nebbia molto strana che s’innalzava sempre più fino al centro della depressione, mostrando così una struttura lattiginosa fatta a cono.

Le linee forza erano in un punto non più bianche, ma rosse per circa cinque metri: era la porta.

Hainosi tirò fuori dallo zaino un oggetto di plastica con alcuni bottoni, assomigliava ad un piccolo telecomando di quelli usati per la TRI-TV e digitò alcuni pulsanti… le linee da rosse divennero verdi, i tre entrarono lasciando il portale disattivato. La nebbia era molto fitta ed entrando in essa non si scorgeva più nulla. Cominciarono allora a togliere gli strumenti dagli zaini, ma ogni scannerizzazione risultò impossibile, come se la nebbia fosse un corpo solido non penetrabile. S’erano quasi arresi quando si resero conto che man mano il sole saliva allo zenit, la nebbia si faceva meno densa e sempre più trasparente: allora si sedettero ed attesero.

Apparve la sagoma di una torre a base quadrata posta nel bel mezzo della valle, ai lati niente gallerie, niente treni, nessun animale feroce o degenerato.

Quando la nebbia si dissolse del tutto videro distintamente un prato verde perfettamente rasato con milioni di piccoli fiori colorati e poi farfalle, le bellissime farfalle mutanti che danzavano su di esso, ed anche alcuni cespugli rotolanti che senza un filo di vento rotolavano lentamente in direzioni apparentemente casuali su questo set che era verde e non desolato, sì che sembravano proprio fuori luogo, ma c’erano.

-         E’ una meraviglia.

-         Non possiamo andare oltre c’è stato vietato.

-         Ma sembra tutto tranquillo.

-         Però è una zona mutevole.

-         Tutto potrebbe essere un’illusione.

-         Veramente gli strumenti indicano che tutto quanto è reale: il prato, i fiori, le farfalle, i cespugli ed anche quella torre nera la nel mezzo. E’ fatta di pietra.

-         Va bene, registriamo tutto, arriviamo fino alla torre, poi si ritorna indietro.

A passo di scampagnata riprendendo tutto con le telecamere come gli antichi turisti giapponesi, giunsero alla torre. Era di pietra, immensa e nera, nera più della pece, senza aperture, se non molto in alto. Era fredda ed inquietante anche al tatto.

Su un lato era tracciata una croce, forse con un coccio di mattone. Anche il silenzio era inquietante, girarono attorno alla torre nera poi tornarono sui loro passi, raccolsero la strumentazione, richiusero il portale energetico e risalirono sulla bolla. La notte stava iniziando e le farfalle erano scomparse, in cielo le due lune brillavano di luce rossastra, Luna, la più grande era solo una sottile falce, Augusta, la più piccola era demone.

 

87° PIANO

 

Francois era ancora con Flavia, si incontravano spesso e le stava chiedendo cose per lui importanti, voleva sapere da dove venissero e che cosa nella realtà fossero. Tra l’altro sia Flavia che Tilde o Barbi, rispondevano sempre con sincerità alle sue domande, non è però che aggiungevano molto a quello che lui chiedeva.

-         Insomma io non ho ancora capito chi siete, sembrereste umane perché a tutte e tre vi piace far l’amore con me, ed ogni tanto anche con qualche altro, ma lo siete veramente? 

-         In parte.

-         Cosa significa?

-         Che siamo state programmate come umane.

-         Flavia comincia dal principio e spiegami.

-         Va bene, esistono delle intelligenze non corporee che però hanno appendici solide ed operanti. Mi spiegherò meglio usando i termini di alcuni scrittori: c’è un tecno-nucleo potentissimo costituito da intelligenze artificiali, intelligenze meccaniche evolute e divinità ancestrali. Il tecno-nucleo è potentissimo e domina su tutte le realtà conosciute, è un’entità unica, ma ha anche individualità distinte. Noi siamo l’emanazione fisica di una stessa unità del tecno-nucleo, ma anche noi siamo individualmente senzienti.

-         Ma siete sempre in contatto con la vostra unità?

-         Si anche se, se vogliamo possiamo isolarci.

-         Il tecno-nucleo è unito?

-         Abbastanza, ci sono differenze e diversità ed alcune entità non ne fanno parte, se ne stanno da sole nelle loro speculazioni: chi medita continuativamente, chi si diverte a fare il dio da qualche parte, chi fa l’immortale tra gli esseri senzienti, chi viaggia senza fine per scoprire i limiti degli universi.

-         Va bene così per oggi ho appresa a sufficienza, ma torneremo sull’argomento.

-         Dimenticavo: Barbi e Tilde ci stanno aspettando.

-         Dove?

-         In un luogo unico.

-         Ci andiamo?

-         Ho da sbrigare alcune cose, dammi cinque minuti di tempo, poi partiamo.

Flavia si alzò dal grande divano ove avevano fatto l’amore e dicendogli “andiamo qui” lasciò cadere addosso a Francois un pieghevole di carta patinata con foto a colori. Lui lo prese e cominciò a leggere:

 

 

“World Trade Center, ubicato tra Church, Vesey, West e Liberty Street, venne edificato a partire dal 1966 su di un’area dismessa di 6,5 ettari in riva al fiume Hudson (North River) e fu inaugurato ufficialmente il 4 aprile del 1973. Questo complesso edilizio, che appartiene alla Port Authority of New York and New Jersey, nacque al fine di attirare le compagnie internazionali nel settore meridionale di Manhattan (Downtown), cui all’epoca veniva preferita la parte centrale dell’isola (Midtown). Gli inizi furono difficoltosi e, per evitare un disastro finanziario, lo Stato di New York si vide costretto ad affittare la maggior parte degli stabili. Oggi però il World Trade è un centro d’affari molto attivo in cui hanno sede 500 società internazionali, tra cui organizzazioni commerciali, banche, agenzie assicurative, ditte immobiliari, imprese di spedizioni e istituti scientifici, e dove lavorano ca. 50.000 persone. L’area è inoltre un significativo polo di attrazione turistico, meta quotidiana di oltre 80.000 visitatori.Questo centro del commercio internazionale, progettato dagli architetti Minoru Yamasaki ed Emory Roth, comprende diversi edifici disposti attorno a una piazza centrale, la Austin J. Tonbin Plaza, ornata da una fontana e da imponenti sculture moderne come il Globe in bronzo del tedesco Fritz Koenig (1968-71), l’Ideogram in acciaio di James Rosati (1967-73) e una statua astratta in granito del giapponese Masayuki Nagare (1967-72). Motivo dominante del complesso sono le Twin Towers (chiamate One WTC e Two WTC), i due grattacieli più alti di New York (420 m, 110 piani, oltre 100 ascensori ciascuno) e, dopo le Sears Towers di Chicago, di tutto il mondo. Eretti nel 1973, si innalzano su di una pianta quadrata il cui lato misura 63 m e poggiano su fondamenta che penetrano per 21 m. di profondità nella roccia di lavagna; le facciate (con ca. 43.000 finestre larghe appena 55 cm) sono in fasce d’alluminio e avvolgono uno scheletro composto da spesse colonne d’acciaio.Per edificare le Twin Towers, che all’altezza dei primi 21 piani si stagliano su speroni goticizzanti di 12 m. furono necessarie quasi 180.000 t d’acciaio e 4.800 km di cavi elettrici. Il 107° piano del Two WTC, raggiungibile in ascensore in soli 58 secondi, ospita una mostra sulla storia del commercio e dispone di un observation deck coperto da cui si può ammirare un suggestivo panorama dell’intera New York. Salendo, sempre in ascensore, al 110° piano si raggiunge il tetto del grattacielo; qui è ubicata la Rooftop Promenade, una piattaforma panoramica all’aperto, non accessibile però nelle giornate di forte vento, da cui si può godere la vista “più alta” di tutta New York. Analoga opportunità offre il ristorante Windows on the World (Finestre sul mondo), sito al 107° piano dell’One WTC. L’atrio di questo grattacielo è inoltre decorato da un rilievo ligneo di Louise Nevelson (Sky Gate, 1977-78). Il piano sotterraneo delle Twin Towers, dotato di una stazione della metropolitana e di una galleria commerciale con 70 negozi, fu bersaglio, nel 1993, di un attentato dinamitardo degli integralisti islamici che provocò sei morti e ingenti danni all’edificio. In memoria delle vittime dell’attentato, rivolto contro gli uffici del governo federale siti nel complesso, venne eretto un monumento nella piazza centrale. Attorno alla piazza sono ubicati anche il Southeast Plaza Building, che ospita al 9° piano la Borsa delle materie prime e l’edificio in cui ha sede la Borsa delle merci, e il Northeast Plaza Building. Sul lato rivolto al fiume le Twin Towers sono affiancate dallo United States Customs Building, edificio di otto piani in cui si trova la sede della dogana. A sud si eleva quindi il Vista International Hotel, costruito nel 1971 su progetto di Skidmore, Owings e Merrill.”

Aveva appena terminato la lettura che Flavia arrivò chiedendogli se era pronto, e senza attendere la sua risposta salì sul divano addosso a lui e quando lui dopo un attimo si guardò intorno s’accorse che non erano più nella cupola ma in una grande stanza con finestre lunghe e strette che davano su un meraviglioso panorama da una grande altezza.

-         Siamo su una delle torri gemelle, vero?

-         Si, il depliant era chiaro?

-         Chiarissimo.

Dall’altra stanza arrivarono Tilde e Barbi, sempre sorridenti e cominciò un chiacchiericcio tra loro tre. Francois si chiedeva, meno male che sono emanazione della stessa entità, se fossero totalmente distinte forse non si cheterebbero mai.

-         Certi che siamo alti quassù.

-         Siamo all’87° piano.

-         E’ vostra questa enorme mansarda?

-         No l’abbiamo affittata solo per oggi, tanto tra non molto ce ne andremo.

-         Perché?

-         Lo vedrai da te.

-         Piazziamoci alle finestre.

-         No c’è tempo ancora per uno champagne.

-         E’ Krug, era nel frigo.

-         Un affitto di lusso.

Bevvero lo champagne ghiacciato al punto giusto e spezzarono i calici gettandoli in terra dopo aver bevuto. Francois guardò il locale ove si trovavano, sembrava fatto di tre salotti, uno più elegante dell’altro.

-         Queste sono le finestre giuste.

-         Forza piazzatevi e state a guardare, poi ce ne andremo.

-         Di gia?

-         Non credo sia produttivo rimanere più a lungo del necessario.

-         Voi avete sempre furia.

-         Non è vero, abbiamo furia quando è necessario: vogliamo giocare a STORIA e vogliamo documentarci, poi col computer vivremo STORIA su questo tema.

-         Ma quale tema?

-         Manca meno d’un minuto, osserva.

Erano tutti davanti alle lunghe e strette finestre ad aspettare chissà cosa…. Ed improvvisamente Francois vide sbucare dal nulla un enorme aereo che velocemente s’avvicinava all’edificio e sempre più s’ingigantiva fino a coprire l’intera finestra, a toccarla………

E con le altre tre si ritrovò nella cupola sdraiati tutti sul divano che ancora una volta li aveva seguiti. Non si era ancora ripreso dallo stupore? Spavento ? incredulità? Non lo sapeva neppure lui, comunque non si era ancora ripreso che Tilde disse ora giochiamo a Tutto, col computer creiamo la STORIA.

-         Ma quale storia? Dissi io, per oggi non abbiamo visto abbastanza?

-         Senti qui:    

cinq et quarante degrez ciel bruslera

feu approcher de la gran cité neve

istant grand flamme esparse sautera quand

on voudra des normans faire preuve

 

-         E che cosa sarebbe?

-         La previsione di cosa sarebbe successo, e per renderti meglio l’idea ecco una poesia scritta da un autore del ventunesimo secolo, che ha utilizzato solo versi tratte dalle Centurie e dai Presagi di questo indovino che si chiamava Nostradamus. Ascolta:

 

Fuoco color oro visto dal cielo

sulla terra, lanciato da una

nave aerea creerà stupore

spettacolo di morte

grande strage umana

la città a quarantacinque gradi

distrutta dal fuoco.

 

Nel mese di settembre

non lontano dall’anno duemila

nella nuova città degli inglesi

i dardi dal cielo compiranno

la loro duplice devastazione

santi simulacri bruciati in ardente torcia

parla la Morte: grande esecuzione.

 

Di fuoco volante la macchinazione

nella città di dio ci sarà un

incredibile tuono ed i due fratelli

saranno separati dal caos,

un terremoto di fuoco dal centro del mondo

causerà lo scuotimento delle due torri

nella nuova città, giochi d’ecatombe.

 

Chi era entrato uscirà solo per la tomba

due carri di fuoco volanti

bruceranno nel cielo, segno di strage

dal gran nemico dell’umano genere.

 

-         Ma che casino successe?

-         Soprattutto cosa poteva esserci dietro.

-         E questa la STORIA?

-         E questo il Tutto.

Alcune droghe girarono nella stanza mentre anche la cupola si liquefaceva e le loro menti si unirono e poi si unirono ad una ancora più grande e molto possente, e quando le identità di tutti furono dissolte la storia ebbe inizio.

 

 

LE TORRI GEMELLE

 

Il signore malvagio cammina inquieto nella sua casa: la Casa dei Morti. Gli occhi lampeggiano sinistri illuminando anche i suoi tirati lineamenti canini del volto, le lunghe orecchie vibrano e l’immensa aula rimbomba di questa vibrazione.

Il dio è adirato, l’uomo quella anormale creatura dei pianeti Terra sta compiendo un atto sciocco e sacrilego degno della sua immane superbia. “A tua immagine e somiglianza l’hai voluto” gli sussurra la voce interiore dello scarso buonsenso ma lui superiore a tutto volutamente l’ignora.

Il dio malvagio, signore della Casa dei Morti ogni volta che osserva l’uomo, s’inquieta, questi stupidi esseri autonomamente evolutisi dalla sua creazione sono ormai sfuggiti ad ogni controllo: molti adorano altri dei come se non fosse stato lui a crearli, mescolano le razze che lui aveva voluto divise. Adesso sui vari piani stanno costruendo due torri per innalzarsi fino a lui. Il dio malvagio dal volto canino è adirato quanto non mai e nelle sue immense aule scaglia ogni ricordo nelle pareti, infrangendolo.

Gli angeli neri, i suoi oppressi si sono da tempo rifugiati nei labirintici sotterranei dell’enorme eremo, solo il suo servo fedele, tremante lo segue ai suoi ordini. Ed il signore s’aggira ululando nella sua Casa dei Morti.

Che qualcosa non vada ci se ne accorge pure all’altra estremità dei luoghi creati, all’altro lato dei Mondi di Mezzo, ove ad una distanza non calcolabile da mente umana sorge la Casa della Vita abitata dal suo signore fin troppo affaccendato normalmente in questioni banali, ma per lui, e forse per l’intero esistente, essenziali, quali il bello, l’estetica, la danza, la poetica, i profumi, gli orgasmi……

Tutto questo ed altro ancora fa parte dei suoi studi e delle sue attività quotidiane.

Ma il dio signore della Casa della Vita si è accorto che una leggera onda nera sta attraversando l’infinito, una vibrazione infernale lanciata dal suo eterno antagonista, lo stupido e malvagio cane che dimora nella Casa dei Morti all’altro estremo dei creati, oltre i Mondi di Mezzo.

Nella Casa dei Morti, nelle sue stanze tetre, l’abominio dalla testa di cane, che è il suo abitante e signore scruta malevolo l’ultima costruzione degli uomini.

Nella Mesopotamia sulle rive dell’Eufrate, gli abitanti di Babilonia, la città fondata dal re Sargon di Accad, attraversando il portale che li mena avanti nelle Terre di Mezzo, hanno consentito ai cittadini di Sennaar di progettare due costruzioni, due torri gemelle che s’innalzano fino a toccare i cieli. Per erigerle hanno lavorato genti provenienti da ogni parte dei mondi e le due costruzioni si stagliano nel cielo in molte delle Terre di Mezzo, cambiano le forme ed i luoghi, ma l’unico progetto sta andando avanti. Vogliono coi loro fragili manufatti sfidare la sua supremazia e snidarlo dalla Casa dei Morti. Progetto impossibile e assurdo, ma soprattutto blasfemo nella sua ideazione.

In uno dei Mondi di Mezzo una delle torri già tocca il cielo che in questo mondo è di luminosa roccia e gli uomini già hanno iniziato a perforare la volta del loro mondo, chiamando schiere di minatori. Perché meravigliarsi? Altri hanno descritto mondi in cui “il mare è sospeso sulla volta, mondi costruiti in modo che avvicinandosi da qualsivoglia direzione, si ha l’impressione che manchi completamente di terre emerse. Ma se qualcuno discendesse al disotto del mare che lo circonda, emergerebbe dalla parte inferiore delle acque ed entrerebbe nell’atmosfera del pianeta, scendendo ancora giungerebbe fino alla terra ferma. Attraversandola arriverebbe ad altre distese d’acqua; acque che lambiscono delle terre che si trovano sotto il mare sospeso nel cielo. L’oceano scorre a centinaia di metri d’altezza. Pesci luminosi vi nuotano dando l’idea di costellazioni in movimento: e sulla terra al di sotto ogni cosa risplende.

Si è detto che un mondo come questo, con un mare come cielo, non potrebbe esistere. Evidentemente chi ha fatto questa affermazione si è sbagliato: ammettendo l’infinito, il resto è automatico.”

Dunque anche altri hanno parlato di mondi cavi, sotto la crosta uniforme pulsa un mondo luminoso, vivo e vitale. Si è detto che anche un mondo come questo, con la roccia come cielo, non potrebbe esistere. Evidentemente anche chi ha fatto questa affermazione si è sbagliato: ammettendo l’infinito, il resto come è già stato detto, è automatico.

Il cane, signore della Casa dei Morti è pervaso dall’ira anche se sa che le due torri gemelle di Babele presto saranno da lui distrutte: le osserva attentamente per godere ancor di più nel loro crollo che si estende nello spazio e nei tempi.

Giunsero da tutti i mondi per edificarle, in qualche luogo non sono ancora terminate, ma già nei piani ultimati sono abitate da esseri dalle molteplici lingue, e da questi comunicano con le loro realtà, ognuna nel suo tempo e nel suo pianeta, e da qui dirigono e comandano, mentre dagli apici s’aspira a raggiungerlo. Le distanze per questi abitanti dell’aria più non sussistono, le loro voci si spargono ovunque, ed anche il tempo è stato frantumato sin dall’inizio dell’opera: ora esistono contemporaneamente in vari mondi ed in vari tempi. I costruttori di Babele furono sicuramente geniali.

E il cane, signore della Casa dei Morti, osserva quale dio malvagio il branco di babilonesi superbi ed infedeli che ostentano la loro opulenza, si sentono piccoli dei loro stessi o adorano gli altri dei non lui che gli fu creatore. Adorano pure, massima infamia! l’abitante della Casa della Vita, il suo eterno oppositore ed antagonista, che vigila all’altra estremità dei Mondi di Mezzo che esistono solo grazie a questo equilibrio.

Due enormi carri di fuoco sono allestiti nella Casa dei Morti dal servitore del cane, sono guidati da fedeli già morti e all’interno dei carri da altri esseri rianimati a caso prelevati nelle cripte della Casa e da alcuni demoni inferiori a garanzia che la distruzione avvenga totale.

E ad un cenno del cane il suo servo lancia i due carri che partono attraversando il vuoto e s’immergono negli spazi dei Mondi di Mezzo: si dividono quanti sono i mondi da colpire, individuano i due obiettivi e prima uno, poi l’altro si schiantano contro le torri brulicanti di vita.

Il signore della Casa dei Morti osserva la riproduzione olografica multipla del suo attacco infernale: attraverso i vari piani temporali i due carri mutano forma, per un attimo sono come siluri per meglio penetrare l’atmosfera d’acqua, ed ancor più affusolati per perforare quella di roccia. I carri si mutano anche in grandi uccelli meccanici carichi di distruzione e di morte e leggiadri volteggiano attorno alle torri mentre musiche d’organi accompagnano il ballo di morte nelle aule della Casa dei

Morti ed il cane danza in preda ad un’ossessione parossistica di vittoria e prepara le aule che accoglieranno i nuovi arrivati nella sua casa e li congeleranno per l’eternità sotto i suoi appartamenti.  Guarda e riguarda più volte le scene multiple che si sovrappongono ai lampi di paura e di dolore e d’incredulità degli stupidi mortali.

Gli occupanti delle torri, nei vari mondi e nelle varie epoche, che non si capiscono con le loro svariate lingue, si rovesciano fuori dei loro abitacoli o attendono seduti la morte. Imboccano le rampe delle scale o precipitano nei vani divenuti abissi degli ascensori, bruciano mentre il fuoco liquido invade le due torri. Solo alcuni riescono a fuggire dalle trappole, molti muoiono bloccati nei piani più alti poi tutti vengono raggiunti dal crollo delle torri che una ad una collassano e molti non riescono più ad imboccare le giuste uscite. Ed il cane riguarda le sequenze all’indietro e le fiamme e l’impatto sia dei carri di fuoco che degli uccelli di metallo e poi le fiamme ed ancora il collasso della prima e poi della seconda torre e gli uomini che gridano dalle strette finestre intrappolati nella loro amara sorte o che volano come angeli caduti spiaccicandosi sull’asfalto delle strade ormai simili a campi da battaglia e la musica ossessiva e le sequenze ritmate armoniche perfette, la nuvola di fumo, la polvere… orgasmi multipli colgono il cane, maledetto, infernale, signore della Casa della Morte.

Poi si sdraia soddisfatto, dopo tanto tempo si sente appagato, è supino sul proprio letto felice d’aver compiuto un atto per lui giusto nei confronti dei superbi babilonesi e mentalmente rivede i corpi mentre esplodono o bruciano o volano nel vuoto o sono calpestati fino alla loro fine o schiacciati dalle macerie.

Dall’altro lato degli universi, oltre i Mondi di Mezzo, il dio che abita la Casa della Vita osserva con occhio ben diverso le stesse scene che si stanno svolgendo sulle Terre di Mezzo nei vari luoghi e tempi. I due carri infuocati che portano morte  e dolore e distruzione. Tutta l’intera Casa della Vita è turbata da questo atto di pura malvagità compiuto dall’antagonista, dal cane. Il Signore che l’abita si rivolge a Tifone perché s’adoperi a ristabilire i bilanciamenti: i Mondi di Mezzo esistono solo se le due case stanno in equilibrio. Tifone comprende ed orgoglioso del proprio incarico vola verso i Mondi di Mezzo, questa volta il cane che abita la Casa di Morte s’è spinto troppo innanzi.

Il cane intanto si rivolge al suo fido servitore, un essere che un tempo fu un uomo, ma ora che da migliaia d’anni fedelmente lo serve non sa più neppure lui se è un demone o qualcosa d’altro. Si rivolge al servo, l’unico che non s’era rifugiato nelle segrete della Casa, e gli chiede di portare davanti a lui le schiere dei babilonesi uccisi.

Il servo fa un cenno con la testa e scende nelle aule dei morti, col suo magico bastone richiama al movimento coloro che sono appena giunti immoti e gli intima di seguirlo: “l’uomo li guida: Guida i morti che ha richiamato al movimento, e loro lo seguono. Lo seguono lungo corridoi, gallerie e saloni, su per ampie scale diritte, e giù per strette scale a chiocciola, giungendo infine nella grande Sala dei Morti, ove il signore giudica. Siede su un trono di pietra nera levigata; alla sua destra ed alla sua sinistra, in due bracieri di metallo ardono alte fiamme. Su ognuno dei duecento pilastri che circondano la grande sala, brilla una torcia, il fumo denso s’avvolge a spirale verso l’alto soffitto e diviene parte della grigia nube spiraliforme che lo ricopre.”

Immobile e finalmente soddisfatto il cane guarda colui che fu un uomo giungere nella sala seguito da diecine di migliaia di umani silenziosi. I suoi occhi lo fissano approvanti, rossi come rubini, abbassa poi il nero muso su cui spiccano le zanne abbaglianti. La vita, se questa è vita, continua a scorrere nell’oscurità della Casa dei Morti, il cane è ignaro che Tifone, il vendicatore, s’avvicina sempre più alla sua dimora.

 

MANHATTAN

 

Francois, Tilde, Flavia e Barbi si ritrovarono al rientro dalla Storia, istantaneamente nel bel mezzo della strada, con tanto di divano, a Manhattan pochi minuti dopo il crollo della prima torre. Sembrava uno scenario di guerra dopo un violento bombardamento. Detriti, macerie, cadaveri, una nube soffocante di pulviscolo copriva tutto col suo manto grigio. Nessuno sembrò badare a quel divano in mezzo alla strada con sopra alcuni esseri umani, il colore era grigio uniforme. Persone attonite s’aggiravano nel grigio scenario quasi indistinguibili dagli oggetti che rotolavano, cadevano, bruciavano.

I nostri quattro viaggiatori trasfigurati anch’essi in statue di sale si presero per mano, formarono un circolo e subito dopo flipparono al sicuro nella cupola d’argento, mentre una donna in fiamme cadeva sull’asfalto a pochi metri da loro.

-         Cazzo che casino.

-         Fu un atto di guerra

-         Pazzesco, non avevo mai visto niente di simile

-         Quanti morti è costato?

-         Diecimila, ventimila forse, chi può dirlo?

-         E chi fece una strage del genere?

-         Dei pazzi islamici, dei fondamentalisti che volevano istaurare sulla Terra il regno d’Allah col terrore.

-         Non pensiamoci più. Ma questa è Storia? abbiamo fatto un viaggio nel tempo, oppure era il Gioco?

-         Fa differenza?

-         Non lo so più.

-         Francois perché non resti con noi?

-         Possiamo fare una gita.

-         Un po’ più tranquilla dell’ultima però, meno violenta.

-         Sì possiamo recarci in uno di quei mondi tutti pace, amore e tranquillità.

-         Perché no?

-         Ma ci sono?

-         ………………

-         Avrei un’idea.

-         Dilla.

-         Andiamo nel mondo degli Archivisti?

-         Gli Archivisti?

-         Sono quelli enigmatici che scendono sui pianeti e numerano e catalogano ogni manufatto, e poi se ne vanno.

-         E lasciano tutti perplessi.

-         Quelli che hanno numerato anche i manufatti nell’Opificio?

-         Proprio loro e girano l’universo per catalogare tutto.

-         E perché?

-         Chi lo sa, lo hanno sempre fatto e non comunicano mai. Fanno le loro cose senza danneggiare niente e via… verso altri mondi.

-         E da dove provengono?

-         Hanno insediamenti sparsi ovunque, ma il loro mondo d’origine è facilmente raggiungibile.

-         Ed è un mondo molto bello, tutte sfumature tra il verde ed il rosa, tantissimi piccoli animali volanti, tutti innocui. E loro, gli Archivisti, sono delle colonne di vapore, alte non più d’un metro e vivono in colonne trasparenti di cristallo che rilucono ed assumano sfumature color oro. Un panorama che è n’autentica meraviglia, anche se loro ci ignorano completamente.

-         Fantastico! M’avete convinto, quando ci andiamo?

-         Uno di questi giorni, va bene?

-         Si perché a me ci vuol qualche giorno per riprendermi dall’ultimo pic-nic. E poi quando partiamo voglio munirmi di coloranti spray, voglio numerare le loro colonne…

-         Sei matto…

-         No, parlo sul serio, chi di numerazione ferisce di numerazione perisce.

-         Di fori…

-          Cambiando argomento, la Storia v’ha mangiato il divano, non è rientrato con noi.

-         Per forza c’era caduto sopra un blocco di cemento, il divano s’è completamente sbriciolato, non ve ne siete accorti?

-         No.

-         No.

-         Prima di venire dovrai indossare una metapelle.

-         Una metapelle? Cos’è?

-         La guaina che noi portiamo e che secondo te ci rende belle e seducenti.

-         La vostra pelle lucida, la biomuta?

-         Sì, per la tua pelle l’atmosfera di quel pianeta è tossica, con la muta non avrai problemi. Quando si torna potrai levartela, se non ti piace, oppure tenerla per sempre come facciamo noi.

-         Ci penserò su.

-         Pensaci, ma intanto preparati ad indossare una muta.

-         Va bene domani?

-         Naturalmente.

-         Ora devo tornare a Teoro.

-         La famigliola t’aspetta?

-         ……………………..

-         A domani, allora.

 

IL PIANETA DEGLI ARCHIVISTI

 

L’indomani Francois giunse con la sua bolla alla cupola e Tilde lo stava aspettando tra le aiole di rose e le farfalle mutanti.

-         Sei pronto ad applicarti la muta?

-         Sono venuto apposta.

Entrò nella cupola e si spogliò completamente, poi Tilde gli fece infilare i piedi in un nastro circolare che era poggiato sul pavimento. Il nastro sembrò alzarsi nell’aria, ma invece si trasformò in un cilindro trasparente che rinchiudeva Francois. Il cilindro si riempì di gas, lui perse conoscenza mente biochip di varia natura iniziarono il loro lavorio sulla cute. Quando ogni attività nel cilindro fu terminata, i gas si dissolsero e la colonna collassò su se stessa fino a ridivenire un sottile nastro circolare.

Tilde prese il nastro da terra e lo avvolse più volte su se stesso, poi lo chiuse in una minuscola scatola metallica. Francois intanto azzardò i suoi primi passi ed alquanto frastornato si pose davanti ad uno specchio tentando di mettere a fuoco la vista per ammirare la sua nuova pelle lucente.

-         Se vuoi te la tolgo, ma ti consiglierei di tenerla sempre come facciamo noi, è molto protettiva.

-         In effetti è bellissima, direi che mi dona.

Fece per rivestirsi ma si accorse che gli abiti gli arrecavano fastidio, allora se li tolse di nuovo e cominciò a passeggiare in su ed in giù per la stanza.

-         Ora capisco perché voi ragazze andate sempre a giro così.

-         Così come?

-         Nude!

-         Non siamo mai nude, la muta ci ricopre e ci protegge.

-         Mi sa che comincerò anch’io ad andare in giro così, sembro un dio, chissà a Teoro cosa ne penseranno.

-         La cosa t’importa?

-         Neanche un po’.

Disse Francois ed afferrando Tilde mormorò “L’ho creata io, Teoro” e con lei avvinghiata si rotolò sul morbido pavimento. Fece sesso con la muta su un nuovo divano, pensando fanno presto queste qui a far compere, e si accorse che il sesso così era ancor più soddisfacente e fu sicuro che quella bella pelle non se la sarebbe più tolta.

Quando ritornò quella sera a Teoro con gli abiti in una borsa e con la pelle lucida come quella delle dee ci furono molti pettegolezzi ed un po’ d’ilarità. Rezia gli chiese se avesse intenzione di trasferirsi definitivamente nella cupola, ma lui disse di no, spiegò che la muta era un regalo necessario poiché dovevano recarsi in un posto ove la muta sarebbe stata indispensabile per la sopravvivenza. La rassicurò che niente era cambiato e che sarebbe rimasto a Teoro con lei e il bambino.

 

LA NEBBIA NERA

Giunse intanto notizia che un’oscurità impenetrabile aveva avvolto un avamposto a circa duecento chilometri da quella che fu la base iniziale e Francois partì con una squadra speciale d’investigazione e di pronto intervento organizzata in tutta fretta dall’Università. Giunsero veloci con le bolle nel luogo indicato e si trovarono immersi in una nebbia che oscurava ogni cosa. Due coloni erano morti per soffocamento e questo lo appresero solo al loro arrivo. La squadra s’accinse pertanto ad analizzare il fenomeno con tutte le cautele che il caso richiedeva, scandagliando il terreno trovarono la causa scatenante di tutto questo. Un antico serbatoio pieno di chissà diavolo cosa, era esploso e dal sottosuolo, ove si trovava aveva prodotto delle esalazioni di vapori tossici. Queste esalazioni mescolandosi con l’atmosfera avevano generato la nube tossica che aveva causato l’oscuramento della luce e la morte dei due coloni.

L’utilità della nuova muta di Francois fu subito messa alla prova, il gas tossico non aveva alcun effetto su di lui, poté così penetrare nelle aule del sottosuolo, individuare la cisterna che aveva causato il disastro ed isolarla di nuovo con apposita schiuma sigillante. Pian piano i vapori che assorbivano la luce si dissolsero e tutta l’area tornò normale.

-         Sarà meglio che una squadra dell’Università controlli meglio quella cisterna, per svuotarla del tutto e neutralizzare il suo contenuto. Ora avete il serbatoio sigillato, i campioni e tutto il resto. Il compito è vostro.

La squadra tornò indietro e Francois sempre più accrebbe la sua fama di gran saggio del luogo e di conoscitore d’ogni segreto dell’Opificio. Ma quest’ultima affermazione era vera fino ad un certo punto.

Francois provò più volte a rimettersi gli abiti, ma con essi si sentiva sempre più a disagio ed anche un po’ ridicolo, infine si rassegnò: la muta scintillante era proprio incompatibile coi capi di vestiario. Avrebbe potuto farsela togliere, ma questo non l’avrebbe mai fatto, ne era più che sicuro: la muta dava una resistenza ed una sensazione di sicurezza e di protezione alla quale non avrebbe sicuramente voluto rinunciare. E poi, chissà? Adesso erano in quattro nell’Opificio con le mute, poteva darsi che prima o poi la cosa divenisse normale e che tutti l’indossassero, tra l’altro il Professore s’era fatto spiegare per filo e per segno come gli era stata applicata, aveva anche prelevato un microscopico frammento della sua muta per analizzarla. Era riuscito a capire il motore ad antigravità, sicuramente sarebbe entrato anche nel segreto delle mute.        

 

ODRADEK

 

-         E’ scoppiata una confusione pazzesca nel settore 98.

-         E quando scoppia del casino chiamano sempre noi.

-         Si rivolgono all’Università perché non rispettano le norme di sicurezza, mai! Vanno avanti ad esplorare come se qui fosse tutto normale, invece non hanno ancora capito che di normale non c’è niente.

-         Ma insomma cos’è successo?

-         Hanno trovato un magazzino con una catasta di cose strane e si sono messi a curiosare.

-         Morti? Feriti?

-         No ma sono schizzati tutti di cervello e non ci si capisce più niente.

-         Ma cos’hanno comunicato.

-         Che hanno trovato una catasta di “odradek”

-         E che cazzo sono?

-         No lo so, ma ne parlavano come se li conoscessero bene.

-         Hai avvisato il Professore?

-         No, è in giro con Federica e Tabitha ed ha il cellulare spento, credo che siano andati a quell’altro villaggio, quello che via mare s’è messo in contatto con noi.

-         E Francois?

-         E’ partito con una delle dee per il pianeta degli Archivisti.

-         Archivisti?

-         Sì, quelli che hanno numerato tutte le ciminiere.

-         Non ne so nulla, qui ci perdiamo sempre delle puntate.

-         Dobbiamo arrangiarci, guardiamo sui banchi memoria cosa cazzo sono gli “odradek”

* Secondo Emrich la parola odradek sarebbe legata allo slavo odraditi che significa “sconsigliare, dissuadere”. L’elemento tedesco consiste nel fatto che la radice slava “rad” deriva dal tedesco “rat” che significa “consiglio”; perciò Odradek sarebbe un essere che sconsiglia qualsiasi tentativo d’interpretazione. Backenkohler ha proposto l’interpretazione di un “ piccolo essere aldilà dell’ordine” che non si lascerebbe catturare nella parola scritta:rad = ordine, regola / radek = riga, filo; il prefisso od = lontano da. Secondo Kafka in “Gli affari del padre di famiglia” è definito come un rocchetto di filo piatto a forma stellare, al centro della stella esce un bacchettina trasversale alla quale se ne unisce un’altra ad angolo retto:con l’aiuto di quest’altra da una parte e di una delle sezioni della stella dall’altra, tutto il congegno riesce a reggersi in piedi ed a muoversi, come su due gambe. E’ estremamente veloce e sfuggente e se ne rinvengono in solai, per le scale, nei corridoi e negli ingressi. Talvolta interrogato risponde, ma solo a domande molto semplici.*

-         Ma che cazzo ci sta dicendo il computer?

-         Ci sta dicendo quello che ha nei suoi banchi memoria.

-         Ma è tutta una follia.

-         Sai che tipo d’oggetti hanno trovato?

-         No, non me l’hai ancora detto.

-         Dei rotoli di filo d’ottone, ammonticchiati, i rotoli poi ad una ulteriore analisi erano fatti a stella ed avevano dei fili che spuntavano dritti, poi hanno cominciato a camminare ed infine a schizzar via da tutte le parti. Gli studenti che hanno fatto la scoperta sono rimasti soli nel magazzino, alcuni un po’ contusi perché urtati dai rotoli metallici, ed hanno cominciato ad accusare disturbi mentali, tipo allucinazioni, distonie temporali, ecc.

     Ed ora sono tutti lì accatastati e tremanti che aspettano che qualcuno li vada a

     prendere.                    

-         Ed il nome, odradek chi l’ha tirato fuori?

-         Loro hanno detto che gli odradek l’hanno assaliti.

-         Mandiamo un gruppo di psicologi.

-         Non sarebbe male controllare anche il posto.

-         Lo faremo, ma gli odradek ormai sono tutti scappati, chissà forse erano lì chiusi, magari perché qualcuno li aveva stoccati: ora se è vero quello che dice il PC ce li ritroveremo in casa.

-         O forse erano un gioco per ragazzi.

-         Perché no? Scommetto che hanno pure il marchio di fabbrica: AZULH®!

 

DESIDERI DI MUTAZIONE

 

Al ritorno dal loro viaggio con Tabitha, il Professore e Federica si recarono alla cupola con la loro bolla volante e trovarono Barbi intenta a potare alcune rose. Entrati nella cupola le chiesero se anche loro due potevano avere una muta.

-         Non è riuscita a riprodurla Professore?

-         No, sono appena arrivato a capire come funziona, la tecnologia che ho a disposizione non mi permette di realizzarla.

-         Se volete io posso applicarvela, lei Professore avrà tutto il tempo per studiarla e forse un giorno riuscirà anche a duplicarla.

-         Ci credo poco, sono abbastanza in su con gli anni.

-         Ma con la tuta questi problemi spariscono.

-         Lo immaginavo, un motivo in più per averla.

Così Barbi li fece spogliare e da una scatoletta metallica estrasse due nastri circolari, li posò in terra e disse loro di mettersi nei circoli. Dai due nastri s’innalzarono colonne trasparenti e loro restarono all’interno delle colonne che si riempirono di gas che divennero sempre più fluidi facendo loro perdere la conoscenza. Quando i gas si dissolsero e le colonne collassarono fino a ridivenire due nastri, entrambi avevano la pelle lucente.

Barbi mise al collo del professore una sottile catena d’oro che terminava con una medaglia nella quale era incastonata una pietra preziosa.

-         Vi sono dei biochip nella pietra, pian piano ti metteranno in contatto col tecno-nucleo, tanto sei tu lo scienziato del gruppo, è giusto che tu abbia il collegamento come noi lo abbiamo.

Il Professore ringraziò ed assieme a Federica tornò alla bolla. Si erano rivestiti entrambi, ma dopo poco si resero conto che avrebbero dovuto andarsene in giro come le dee e Francois.

- Diventerà un moda! Esclamò ridendo Federica, mentre si toglieva gli abiti.

Intanto Tilde, Barbi e Flavia s’erano radunate all’interno della cupola e stavano sorseggiando un bevanda simile al tè.

Flavia raccontò della sua gita con Francois sul pianeta degli Archivisti e le altre la subissarono di mille domande.

-         Secondo me è giunta l’ora di lasciare questo posto.

-         Penso anch’io che il Gioco e le Storie siano terminate.

-         Tutte nella mia isola allora?

-         No, è più banale che qui?

-         Se volete tornare all’uno nel tecno-nucleo, vi avverto che io non vengo. Mi piace l’individualità.

-         Ma che ti viene in mente? Non ci pensiamo nemmeno.

-         Il nucleo poi è anche troppo freddo.

-         Qui abbiamo conosciuto il sesso.

-         Il sesso è uguale dappertutto.

-         Possiamo allora cambiare sesso ed andare su una Terra ad alta tecnologia.

-         L’alta tecnologia porte sempre a dei casini.

-         Immaginiamo un mondo diverso, completamente diverso da quelli che abbiamo visto fino ad oggi, ed anche differente da quelli conosciuti nei banchi memoria, e trasferiamoci lì.

-         Fate pure, ma io resto qui.

-         Flavia, ma che dici?

-         Questa è una discarica.

-         Non sarà mica per via di Francois? Possiamo portarlo con noi, oppure sai quanti Francois puoi crearti con l’arte del sogno?

-         Il fatto è che questo mondo mi piace, non l’abbiamo programmato noi, l’abbiamo trovato così, è pieno di novità, di misteri. Possiamo modificarlo. È divertente.  E poi è vero, mi piace anche Francois, ma voi partite pure, tanto saremo sempre in stretto contatto.

 

E Tilde e Barbi sognarono assieme un nuovo mondo, un mondo agricolo pieno di forme di vita senzienti, animali e vegetali. Entità che andavano di comune accordo ed in simbiosi e quando tutto fu delineato, una cupola argentea si materializzò su una superficie morbida, ma solida: era un enorme fungo pensante, grande come una città, ed era ben lieto di ospitare la cupola argentea sulla sua possente cappella. Chiamarono anche lo Stalliere che era rimasto da solo ad accudire i cavalli nelle stalle della villa-fattoria.

 

SFINGI ED IPPOGRIFI

 

La vita è un dono ed un obbligo ma contiene anche un altro significato che deve per sempre rimanere elusivo. (Brian W. Aldis)

 

Il Professore e Federica erano rientrati dal Villaggio al di la del mare, Leonelle era il suo nome e gli abitanti parlavano tutti un francese molto simile a quello che era conservato nelle memorie della biblioteca di Farvel.

Il Professore organizzò una riunione all’Università, nell’Aula Magna per spiegare a tutti cosa aveva scoperto a Leonelle. Francois, Carlos, Karin e molti trai nuovi studenti ed insegnanti erano giunti per ascoltare questa interessante relazione, l’aula era colma di gente e molti erano in piedi.

Il Professore ringraziò tutti gli intervenuti e si rammaricò che quando teneva normali lezioni e conferenze il pubblico non fosse altrettanto numeroso. Poi aiutandosi con immagini olografiche che si formavano a fianco della cattedra, iniziò una dettagliata relazione.

Dapprima mostrò Leonelle vista dal mare, col suo grande porto, poi la città che aveva scelto una via non tecnologica, un po’ come la Farvel d’un decennio prima. Si dilungò sulle grandi fattorie che sorgevano attorno alla città e producevano grandissime quantità di prodotti. Oltre le fattorie c’era il Muro, e lui si dilungò su questo. Gli abitanti di Leonelle avevano infatti eretto il Muro in pietre e mattoni per separare la zona da loro abitata e le fattorie dall’ex Opificio che si trovava alle loro spalle, subito dopo le fattorie. Le Mura erano state innalzate per proteggere gli abitanti soprattutto da due specie animali che lì abitavano ed erano estremamente pericolose.

Gli ippogrifi: ed il professore li mostrò a grandezza naturale col proiettore olografico, esclamazioni di “meravigliosi” e “che belli” s’alzarono dal pubblico che osservava con curiosità questi grandi animali, all’incirca il doppio d’un cavallo, muniti d’ali, di becco e completamente piumati, con zampe poderose, quelle davanti simili a quelle d’un’aquila e quelle dietro alle zampe di leone. Le piume di varie sfumature dal rosso al marrone erano grandi nella parte anteriore e sulle ali e rimpiccolivano sempre più fino a sembrare una folta peluria nella parte posteriore dell’animale.

-         Bellissimi, vero? disse il Professore, ma quelli selvatici sono eccessivamente paurosi e quando hanno paura divengono estremamente aggressivi e pericolosi. Inoltre girano in quella parte dell’Opificio in branchi di venti, cinquanta esemplari. Gli abitanti di Leonelle ne hanno d’addomesticati, e quelli nati in cattività sono gentili ed intelligenti, assai di più dei cavalli anche se il loro comportamento è molto simile. Inoltre possono essere cavalcati e noi possiamo volare sopra di essi. Sono animali fantastici!

L’altro animale per cui hanno eretto il Muro è la Sfinge: una piramide grigia che può essere alta fino a tre metri, che si muove sul terreno con estrema facilità dato che è formata quasi esclusivamente di possenti fasce muscolari, compie balzi fino a quattro metri, è onnivora, feroce, uccide anche per diletto, non solo per fame. Uccide e mangia di tutto, basta che sia vivo: uomini, animali, piante……Non è addomesticabile, non è quantificabile la sua intelligenza, sembra solo un macchinario per la distruzione. E questo forse l’animale più feroce che sia apparso sulla terra. Questa piramide è composta di fasce muscolari che s’intrecciano lungo tutto il suo corpo, con orifizi che s’aprono improvvisamente in ogni parte del suo corpo, nelle parti più impensate, e che fungono da bocca, da ano o da organo riproduttivo. La cosa strana è che questo mangiatutto ed assassino d’ogni forma vivente, uomo compreso, ignora completamente gli ippogrifi.

E mentre tutti osservavano attentamente due Piramidi olografiche che stavano brucando erba da un prato, il Professore continuò la sua relazione spiegando che s’era accordato con le Autorità di Leonelle e l’Università avrebbe dislocato un’unità di studio fissa per l’approfondimento della conoscenza di queste due specie animali. L’avamposto sarebbe stato ospitato in un fabbricato che si trovava oltre le Mura e che era stato reso sicuro dagli animali e dagli altri pericoli dell’Opificio.

Durante la conferenza, quella sera stessa fu costituita all’Università la sezione distaccata per lo studio degli ippogrifi e delle sfingi e molti, soprattutto studenti si resero disponibili per quel dipartimento. Intervenne Carlos e spiegò che la presenza dell’Università era solo il primo passo, sì per lo studio delle due nuove specie animali, ma anche per un cambio di mentalità degli abitanti di Leonelle, ricordate il passaggio da Villaggio a Farvel? E anche un inizio di bonifica dell’Opificio aggredendolo su un nuovo fronte. L’Università poi era sicura che a Leonelle molti giovani sarebbero arrivati allo studio. Neppure andava trascurato l’aspetto dell’amicizia tra le due città, tre considerando anche Teoro ed il futuro imbocco, anche a Leonelle della via tecnologica. Inoltre a breve sarebbe stato inaugurato un traghetto quotidiano che avrebbe collegato i due porti, di Leonelle di Farvel. Il traghetto era già in fase di progettazione ed avrebbe avuto un motore ad antigravità, avrebbe effettuato la traversata, volando a qualche metro sopra il livello del mare con estrema sicurezza e velocità, solo all’arrivo ed alla partenza sarebbe planato sul mare.

 

LA SUPERTECNO

 

Supertecno era il nome che era stato dato al dipartimento universitario che studiava le più avanzate scoperte scientifiche. Ed è a loro che i bonificatori dell’Opificio avevano consegnato una cassa di plastica rinvenuta durante gli scavi, contenente centododici paia d’occhiali marchiati AZULH®. Occhiali esteticamente molto brutti a vedersi, con montature bitorzolute e spesse lenti che non lasciavano intravedere niente al di fuori d’alcune ombre in movimento. Ma dopo qualche minuto che erano stati indossati cominciava a formarsi la visione, ma non era per niente una visione normale. Per esempio se uno guardava all’esterno poteva vedere prima una nebbia verdastra, poi le sagome del terreno, successivamente s’innalzavano delle linee forza che assumevano poi le forme delle silouette delle costruzioni che in quel luogo si erano susseguite ed ombre e movimenti così repentini che si distingueva solo un tremolio di colori. Ma alla Supertecno avevano appurato che con particolari esercizi mentali l’immagine degli occhiali poteva essere fissata e si riusciva a bloccare lo scorrimento della scansione, così che l’immagine scorreva a velocità normale avanti o indietro nel tempo a partire da un punto zero.

Fu ritenuta una scoperta di grandissima importanza, perché forse era plausibile inquadrare il passato ed il futuro d’ogni luogo. Quando la scoperta fu illustrata al Professore, lui rimase abbastanza perplesso e sollevò  numerosi dubbi.  Dubbi  che in seguito a studi più approfonditi si dimostrarono fondati.

Le visioni che gli occhiali davano erano quelle dei passati e dei futuri probabili, perciò inutili per una scienza che ricercava certezze. Invece che strumenti scientifici erano probabilmente dei giochi ad alta tecnologia, forse erano come gli odradek: magia o tecnologia avanzata?

Quelli del Supertecno ebbero più fortuna con le piramidi e gli ippogrifi, scoprirono infatti che erano stati costruiti con l’ingegneria genetica e la cosa che suscitò non poche perplessità fu che entrambi le specie avevano numerosi parti del codice genetico umano. Erano cioè nostri lontani parenti, dei cugini di primo o secondo grado, se vogliamo.

Intanto anche per le strade di Farvel e di Teoro, ed anche in aria, si cominciarono a vedere i primi ippogrifi domestici importati da Leonelle. Se qualcuno invece avesse voluto vedere dal vivo le sfingi, avrebbe dovuto prendere il traghetto quotidiano e recarsi alla facoltà distaccata di Leonelle ove numerose sfingi se ne stavano in un recinto accudite e sorvegliate dai guardiani.

 

 

IL LIBRO

 

“Non si sa mai! esclamò Ron guardando il libricino con apprensione “fra i libri  confiscati dal Ministero… mi ha detto papà…ce n’era uno che ti bruciava gli occhi. E quelli che leggevano SONETTI D’UNO STREGONE dopo parlavano in versi per tutta la vita. Una vecchia strega che viveva a Bath aveva un libro che non si riusciva mai a smettere di leggere! Eri costretto ad andare in giro con il naso incollato alle pagine, cercando di fare tutto con una mano sola”      (J.Rowling)

 

- E questo che pacco è? chi l’ha portato?

Domande senza risposta dato che Francois era solo nel suo studio e le aveva mormorate vedendo un involto che era stato lasciato in bella mostra sulla sua scrivania. Era foderato con carta marrone, quella tipica da pacchi, ed era fermato con dello scotch, appiccicato c’era anche un biglietto piegato. Francois lo staccò, l’aprì e lo lesse: era su carta intestata del dipartimento Supertecno e c’era scritto “ Caro Francois, sapendo di fare cosa gradita ti alleghiamo il presente libro. E’ stato recuperato nell’area 722/b dell’Opificio, un’area che sicuramente era adibita non ad attività produttive, ma o a centro residenziale o commerciale o di studio per umani e I.A. Quest’area, infatti, dopo la bonifica è destinata a divenire residenziale poiché è già praticamente predisposta per questo, basta solo ripulirla da tutto il ciarpame semidecomposto che c’è dentro.  In una stanza colma d’apparecchiature informatiche totalmente fuori uso, abbiamo rinvenuto questo bel libro rilegato in pelle. Chi l’ha sfogliato per primo l’ha visto pieno di numeri e d’operazioni, così l’ha inviato alla facoltà di matematica dell’Università. I matematici l’hanno osservato a fondo e l’hanno visto sì zeppo di numeri, ma di quei numeri, che sembrano disegni, usati dagli Archivisti, così l’hanno mandato ad Archeologia Spaziale. Quelli d’Archeologia hanno pensato ad un errore perché il libro era rigurgitante di disegni tecnici, così l’hanno inviato ad Ingegneria, i quali, senza neppure aprirlo l’hanno mandato a noi. Quando noi l’abbiamo aperto il libro aveva tutte le pagine occupate da storie della Walt Disney. Lì per lì abbiamo pensato ad uno scherzo, ma poi accorgendoci che il libro non aveva né un inizio, né una fine, abbiamo prestato più attenzione all’oggetto e n’abbiamo ricostruito la storia dal momento del suo ritrovamento. Ne abbiamo parlato anche col Professore, il quale ci ha detto di mandartelo così ti saresti pure divertito. Se riuscirai a tirarne fuori qualcosa di concreto il Professore ti chiede d’avvertirlo subito. Buon divertimento. I tecnici del Supertecno.”

Francois lesse sempre più incuriosito il biglietto, poi scartò il pacchetto ed osservò attentamente il volume che conteneva: era molto bello e ben conservato, sembrava nuovo, rilegato in pelle marrone con qualche riflesso sul rosso, con pagine color paglierino. Cominciò a sfogliarlo ed all’interno lui trovò solo poesie: poesie scritte in italiano, in francese, in inglese, in tedesco, ed in molte altre lingue che lui non conosceva. Ce n’erano in alfabeto cinese o giapponese, non conosceva la differenza tra gli ideogrammi, sicuramente in arabo con tutti quelli svolazzi ed in hindi, o forse era sanscrito, poi in cirillico….

Cercò d’aprire la prima pagina per leggere l’intestazione del libro visto che sulla copertina non c’era scritto nulla, ma per quanto sfogliasse non riusciva mai ad arrivare al primo foglio: quando sembrava giunto a quello, ce n’era sempre un’altro, e poi un’altro ancora che si frapponeva all’inizio.

Il volume avrà avuto all’incirca cinquecento pagine, volle allora controllare l’ultima, ma neppure era possibile arrivare a quella, sempre nuove pagine si frapponevano alla fine del libro. Francois pensò a Borges che gli sembrava di ricordare avesse descritto qualcosa del genere in uno dei suoi libri e si ripropose di verificare la cosa. Intanto questo volume era un vero rompicapo, le pagine si autoreplicavano ed i contenuti variavano ogni volta che veniva aperto. Decise che ci avrebbe pensato su, per ora lo mise nella sua libreria accanto ad altri volumi che erano rilegati e della stessa dimensione. Ma prima di riporlo volle guardare attentamente la copertina in pelle, munito di un forte ingranditore si rese conto che si trattava di vera pelle conciata,ed in un angolo apparve una minuscola scritta stampigliata che non era visibile ad occhio nudo: AZULH®.

Quando alcuni giorni dopo lo riprese in mano per sfogliarlo, il libro era divenuto un testo d’arte, zeppo di riproduzioni a colori e disegni di dipinti famosi e sconosciuti, uno diverso dall’altro ed infiniti nella mancanza d’un inizio e d’una fine. Neppure erano cronologicamente sistemati, poiché gli stili si mescolavano casualmente senza alcuna logica apparente.

Altre volte lui aprì il volume, ed ogni volta presentava contenuti diversi: addirittura in una altra circostanza era zeppo di pentacoli magici e di strane iscrizioni fatte di simboli astrologici, alchemici e di rune. Questa volta Francois s’incuriosì e tantissimi fogli furono da lui fotocopiati. E proprio mentre fotocopiava l’ennesimo pentacolo con sotto le spiegazioni in quell’alfabeto arcano, Francois ebbe come un’intuizione, prese un lapis e scrisse su uno dei fogli tutta la storia del ritrovamento del volume, poi annotò anche sue impressioni su altri fogli, e mentre stava facendo questo mormorò tra sé e sé “il libro di sabbia” ed in quel momento, almeno per lui, il mistero fu in parte risolto.

Il tomo poi tornò, quasi dimenticato, nella libreria in casa di Francois, accanto ad altri volumi rilegati e delle stesse dimensioni. Fu sfogliato in altre poche occasioni ed in una di queste Francois si rese conto d’avere in mano una specie di dizionario, anche se i vocaboli erano poco consueti: baroons, baroops, baroopuro, ecc. Ma erano in ordine alfabetico, corse allora ad azulh e trovò il termine e sotto in grafia piccola una spiegazione (?) che subito fotocopiò:  Azulh, demone serpente dell’antica tradizione caldea. Blrva feroce deputata all’involuzione dell’uomo mistico e dolorante.

 

 

L’ARCO IN PIETRA

 

Tutto è pieno di segni, ed è sapiente chi da una cosa ne conosce un’altra. (Plotino)

 

Va ancora più avanti, passato il portale in pietra, come gli era stato suggerito da una bellissima stronza che ricorda appena. Ma sono libero? Si domanda angosciato, libero da quella fottutissima Hurruh o come cazzo la chiamano quegli alieni dei suoi abitanti. Un posto ove te n’accorgi subito che tutto è fasullo e sciroccato. Ma come c’è arrivato? Non se lo ricorda proprio e poi tutti parlano italiano e francese, lui con quelle lingue un po’ s’arrangia, ma solo non di più di un po’. E quando gli aveva fatto capire che parlava inglese, allora, di colpo sembrava che tutti l’avessero imparato. Ma era l’inglese delle elementari ad esser buoni, dire dell’asilo forse è più giusto.

E cerchi casa? Ecco la casa. La vuoi più ariosa? Eccola. Cerchi un telefono? E’ qui. Cerchi un bar? Dietro l’angolo. Vuoi scopare? Ecco da scopare. Una partita di calcio? Domani la giocano. Un cinema? E’ lì davanti. Un maneggio? C’è gia. Una piscina? Accanto al maneggio. E così via tutto quello che cerchi lo trovi e se non c’è te lo procurano per il giorno dopo. Ma è tutto falso, sembra d’essere in un set di un film, e poi quegli strani bambini che dà l'impressione che con gli occhi ti trapanino il cervello. E gli automezzi, a che servono? Con strade (una strada) che si snoda ad anello. Vuoi andartene? Ma perché qui non ti trovi bene? Cosa ti manca? Chiedilo e lo procuriamo.

Si sta bene un cazzo! siete tutti sbiellati, anzi è il posto ad essere sbiellato e come la mettiamo con quelle costellazioni tutte sballate, ci sono pure due lune in questo posto di merda, ma cosa significa tutto questo e come ho fatto a capitare qui? Io tutto casa ed ufficio, moglie ed i miei due figli, la mia realtà dov’è sparita? Voglio tornarci, questo per me è un incubo, dorato quanto vi pare, ma è un incubo: forse sono morto e questo è il mio inferno?

A furia di sentire i miei lamenti la bellissima m’ha detto di seguire il sentiero per una diecina d’ore, poi sarei arrivato all’arco, un portale di pietra antica, impossibile non scorgerlo “passaci sotto e tornerai da dove sei venuto…forse”, sì piano piano mi sono accorto aveva aggiunto la parola “forse” e m’aveva indicato un viottolo che partiva da un’aiola del giardino della casa che mi avevano dato e proseguiva lungo i campi verdi collinari che si trovavano intorno a questo cazzo di città: Hurruh! che follia di nome. Ma io questo viottolo, non l’ho mai visto, e poi guarda come si distingue bene dal resto. Sono sicuro che non c’è mai stato, l’hanno fatto proprio ora, apposta per me, ma quanto disturbo, non mi sopportavano più con le mie domande e con la mia voglia d’andarmene, l’hanno costruito in fretta per levarmi dai coglioni. O forse questo è il purgatorio ed ho scontato la mia pena, o forse ho avuto un incidente che non ricordo e sto uscendo dal coma. Ho imboccato il sentiero, senza voltarmi indietro, senza neppure ringraziare la bellissima e avanti, avanti, fino a che non è giunta la notte con le sue costellazioni tutte sballate e le due lune, una normale e l’altra più piccola……ho proseguito ancora e quando cominciavo a pensare che m’avesse preso per il culo ho visto in lontananza l’arco mentre albeggiava.

Un arco imponente ed il piccolo sentiero ci passa sotto. Comincio a correre e  finisco sotto l’imponente arcata, la tocco: enormi blocchi di nera pietra fredda, bellissima ed anche molto antica. Una leggera vibrazione, quasi inavvertibile, permea la costruzione. Ci passo sotto e proseguo oltre. Mi  giro ed al momento mi sembra che tutto resti uguale, ma fatti alcuni metri mi ritrovo in un’enorme fabbrica abbandonata, l’arco è ancora al suo posto ed anche il viottolo, ma ovunque ci sono gli scheletri di questo opificio ripudiato, con ciminiere, alcune cadute, capannoni in rovina, tubi arrugginiti, cisterne, fili metallici ovunque che spuntavano in grovigli dal terreno.

Sono felice, sono tornato sicuramente sulla mia terra, quest’opificio abbandonato non sarà grande all’infinito. Seguo il sentiero, mi sa che uscirne sia pericoloso e m’inoltro in questo panorama di distruzione industriale da incubo.

Cammino, cammino ma non ho niente da bere, e bere l’acqua di qui è sicuramente un suicidio. Non ho cibo: i cespugli offrono dei frutti rossi, delle bacche dall’aspetto invitante, hanno un buon profumo, ne assaggio una, anche il sapore è buono, ma non ho il coraggio di mangiarne. Ne raccolgo alcune e me le infilo in una tasca, se non dovessi trovare altro correrò il rischio, ma solo come ultima spiaggia..

Giunge all’improvviso la notte, le ore delle due realtà devono per forza essere sfalsate: prendo dei rami secchi, ne faccio una catasta e li accendo.

Ho usato ogni precauzione, non sono mai uscito dal sentiero ed un sesto senso m’avverte che fuori da esso non si campa a lungo. Ho acceso il fuoco anche perché ho sentito degli strani rumori sicuramente d’animali e sono certo che se saranno pericolosi, il fuoco mi proteggerà, fortunatamente avevo con me un accendino. Ho anche un pacchetto in tasca di sigarette, l’unico ricordo che ho di Hurruh, sono veramente buone, secondo me il tabacco è miscelato con l’hashish, il pacchetto è stranissimo di color azzurro con arabeschi in oro.

Purtroppo ci sono solo tre sigarette. Ne accendo una e l’assaporo, meglio non rischiare coi frutti, mi sdraio accanto al fuoco e mi addormento. Al risveglio è ancora notte fonda, metto altri arbusti sul fuoco che si stava spegnendo, mi risdraio e gli occhi vanno al cielo stellato. Cazzo! ci risono le due lune. L’angoscia mi prende, sono sempre ad Hurruh? devo tornare indietro sui miei passi?

L’angoscia mi attanaglia ed inspiegabilmente da quella passo ad un sonno colmo d’incubi. Mi sveglio all’improvviso che è già giorno inoltrato, cerco di rifasarmi dagli incubi avuti, ricordo le due lune, era pure quello un incubo o la realtà? Non so dare una risposta al mio interrogativo, sono tutto intorpidito ed intirizzito, ho sete e le labbra sembrano essersi incollate insieme, ho fame e questa mi da crampi allo stomaco.

Mi alzo in piedi ed il sole è cocente, mi gira la testa, ho fame, ho sete, sono a pezzi, mi giungono nausee improvvise: bisogna che mangi qualcosa, prendo la manciata di frutti ed uno ad uno li divoro. Il sapore è buono, ma il giramento di testa non passa ed ora arrivano pure le nausee, c’è pure un ronzio di fondo, ma forse è solo nelle mie orecchie. Ricomincio a muovermi e dopo aver fatto alcuni passi in avanti mi fermo: ma non dovevo tornare indietro?

Sono in totale confusione ed avverto qualcosa di molto grosso che sta volando proprio sopra di me, sento il battito ritmato delle ali, non ho la forza d’alzare la testa, forse è un’allucinazione?  Decido di proseguire malgrado il malessere, ma forse non sono io ad aver deciso ma è il corpo che sta lentamente andando avanti da se, sto morendo?

Il sole è sempre più cocente, il ronzio nella mia testa aumenta d’intensità, m’accorgo d’essermi liberato vescica ed intestino mentre camminavo. Ancora qualche altro passo, se mi torna la sete mangerò ancora qualche frutto, vado avanti…

Un cespuglio rotolante mi sorpassa sul viottolo. Penso d’avere le allucinazioni, forse la fame e la stanchezza, o forse mi sono avvelenato coi frutti, qui non c’è un filo di vento, come possono rotolare i cespugli…….e poi i cespugli rotolanti non stanno nei prati verdi. Gli occhi mi stanno giocando strani scherzi, per un attimo m’è sembrato d’aver visto un’auto che volava, poi la vista m’è divenuta color oro e la realtà si è immersa in questo colore ed il terreno sotto di me è color oro ed anche i fili d’erba.

 

E vede lentamente il sentiero sul quale sta camminando farsi sempre più grande, ed è ora come un’autostrada a quattro corsie ed intanto pure l’erba s’avvicina.

“No, sono io che sto planando sopra essa che è sempre più grande, una foresta dorata con mille rami che s’intrecciano e s’incrociano con filamenti sottili e larghi….”

Nella caduta conati di vomito lo sorprendono e nei suoi occhi c’è un lampo e poi giunge il nero, un nero assoluto mentre la sua faccia s’arresta tra l’erba ed il suo vomito.

 

LO STRANIERO

 

-         E quello da dove viene?

-         L’hanno raccolto più di la che di qua all’interno dell’opificio, nell’area 728/k ben distante dalla zona bonificata.

-         Che ci faceva e chi l’ha trovato?

-         Cosa ci faceva dovrebbe dircelo lui, in quanto a chi l’ha trovato, l’ha visto un ragazzino della scuola di volo, stava passando per caso, un po’ fuori rotta per la verità, quando gli è sembrato di vedere una persona. Ha guardato attentamente col cannocchiale ed ha visto un uomo che avanzava a stento e che era sicuramente in difficoltà, allora ha subito comunicato l’avvistamento al centro di soccorso dandogli le coordinate esatte.

-         Il ragazzo allora sapeva benissimo dove si trovava e sapeva anche che lì non avrebbe dovuto esserci, con che mezzo era?

-         Cavalcava un ippogrifo.

-         Scommetto che ha detto che si era smarrito.

-         Sì, ma ovviamente non ci ha creduto nessuno perché aveva dato le coordinate esatte.

-         Va bene che ha salvato una vita, ma questi ragazzi vanno tenuti un po’ a freno, non si vogliono render conto della pericolosità dell’Opificio, lo sai quanti morti ci sono stati in incidenti dall’inizio della bonifica?

-         No.

-         Più di settanta e tutti per non aver rispettato le norme di sicurezza, inoltre c’è da mettere in conto anche una diecina di dispersi ed oltre cinquecento feriti.

-         Cazzo!

-         Ed il pericolo può esistere anche nel cielo, magari qualche dimenticato strumento di difesa può improvvisamente attivarsi e poi ci sono zone radioattive altre con realtà mutevoli. Le carte dei luoghi non ancora bonificati, sono approssimative.

-         Ma il ragazzo non era su un mezzo meccanico, era su un ippogrifo, anche i mezzi di difesa l’avrebbero scambiato per un innocuo uccellaccio.

-         Non è vero, aveva strumentazione sofisticata, il binocolo sicuramente era uno di quelli elettronici che scannerizzano la visione, poi aveva un comunicatore o un cellulare se no come faceva ad avvertire. Aveva dunque strumentazione sofisticata attiva, pertanto poteva benissimo esser localizzato.

-         Hai ragione, ma lo sai come sono questi ragazzi, sono nati qui, per loro le scoperte sono un gioco.

-         Cambiamo argomento, ma che tipo è il ricoverato?

-         Prima cosa non è detto che se la cavi, è in prognosi riservata, l’hanno portato completamente disidratato, con ustioni solari e punture delle formiche rosse mutanti.

-         Quelle carnivore?

-         Sì quando è caduto in terra, le nostre amichette rosse si preparavano allo spuntino, fortunatamente l’hanno appena assaggiato, perché è giunta l’elibolla di soccorso. Le formiche mutanti hanno un veleno che addormenta il loro futuro cibo, ovviamente glielo avevano già inoculato e solo quello può essere mortale nelle precarie condizioni in cui si trovava l’uomo. Ma non è finita qui, il nostro aveva pure mangiato le bacche rosa.

-         In quelle condizioni un purgante era proprio quello che gli ci voleva.

-         Sono purgative le bacche, ma anche nutrienti e cariche d’acqua: forse invece sono proprio quelle che l’hanno salvato.

-         Ma da dove veniva, non è uno dei dispersi nell’Opificio, vero?

-         Qui sta il problema e non solo da dove veniva, ma anche da quando.

-         Cosa vuoi dire?

-         Cominciamo dalle scarpe, marca NIKE, molto consumate, anzi con le suole quasi finite. I pantaloni e la t-shirt portano l’etichetta DIESEL e c’è scritto in piccolo made in Hong Kong, la giacca a vento ha una scritta sul dietro EMPORIO ARMANI 1989, tutto doveva essere, quand’era nuovo, di color avana. Aveva poi al polso un orologio col la scritta sul quadrante CALVIN KLEIN, c’è poi un sottile braccialetto in oro senza alcuna iscrizione, e poi viene il bello.

-         Come sarebbe a dire viene il bello, per come l’hai descritto fino ad adesso è un normale abbigliamento ricopiato dal XX e XXI secolo, le stanno producendo anche ora quelle marche, ed abbiamo in memoria tutta la loro produzione. E poi la giacca con la scritta ARMANI, è sicuramente dei nostri.

-         Così sembrerebbe, ma le poche parole che ha detto, l’ha dette in inglese.

-         Davvero?

-         Ma ti dicevo che ora veniva il bello, se mi ci fai arrivare ti dico che aveva in tasca un portafogli TIMBERLAND di pelle nera con dentro cinque carte di credito.

-         Carte di credito? Ma quelle noi non le usiamo, sarà un collezionista.

-         American Express, VISA e Master Card, e vuoi sapere le date di scadenza?

-         Dille.

-         Due nel 2002 e le altre nel 2003.

-         Te l’ho detto, un collezionista.

-         Sì, ma c’erano anche dei dollari con varie date di stampa, dal 1992 al 2001. C’erano poi dei biglietti di una linea di autobus americana, due ricevute del bingo scritte in inglese, un buono sconto per un negozio di barbiere e dei biglietti da visita. Tutti gli indirizzi sono di Nuova York ed i nomi sulle carte di credito sono diversi ma tutti inglesi, sia i nomi che i cognomi.

-         Ho capito, voi qui all’ospedale salvategli la vita e rimettetelo in sesto. Quando starà bene avvertitemi che ci pensiamo noi a tempestarlo di domande. Un’altra cosa, qualcuno ha controllato il posto ove è stato trovato?

-         Si era su un sentiero che sparisce del tutto a cento metri da lui, sia in avanti che indietro. Dalla parte da cui lui veniva c’è un grande arco in pietra ed il sentiero ci passa sotto, poi fa una curva e scompare.

-         L’unica è aspettare che si sia rimesso, poi ci racconterà la sua storia. Avvertitemi.

-         Tranquillo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.continua